Lettera da Francesco A. dal carcere di Augusta appena ricevuta e copiata

da lui scritta dopo aver ricevuto una copia del mio libro “Voci dal carcere” in cui trovano spazio molte delle sue creazioni letterarie che mi aveva mandato all’epoca del mio volontariato in quel carcere e che avevo diligentemente copiato.

“…carissimi Daniela e Nino, mi giunge a sorpresa, come in tutte le congiure e gli attentati degni di questi nomi, il vostro libretto-colpo di stiletto e ne ricevo fino in fondo la lama.

Ho atteso a lungo, e pazientemente, questo vostro scritto e vi assicuro che una trepidazione al cuore ha colpito la mia emozione, lasciando una macchi di tenerezza. Siete fantastici! Vi voglio un mondo di bene. Siete persone geniali e generose, la cui ironica e profonda finezza mi manca. Instancabili e iperproduttivi, un vero vulcano non spento, un fuoco d’artificio di fine anno d’altri tempi. La vostra intelligenza mi manca della cui garbata e acuta attenzione ringrazio. Il vostro scritto ha provocato in me una specie di orgasmo psicologico, facendomi pensare ad una felice definizione che è: spero di possedere un giorno anche io il vostro specchio fatato.

La gratuità del vostro scrivere, scevro dai teoremi del nostro millennio, rivela e fa gustare la cultura che ha imparato a non prendersi sul serio e l’uomo che nel dono di sé si arricchisce, in un amore più lucido, attento e benevolo verso la vita, liberata da illusioni, orpelli e formalismi. Le vostre parole sono gelide goccioline d’acqua, acqua pura. Mi hanno fatto accaponare la pelle. Non sono fulmini a ciel sereno ma lampi e tuoni nella tempesta de vivere. Grazie, grazie di essermi amici.

Cara Daniela, ho letto con attenzione l’agonia dei 7 giorni da te pubblicata nel libro e ho sentito un dolore immenso, atroce, indescrivibile a quel tuo allontanamento. Mi dispiace molto. Spero che a Firenze tu riesca ad avere una nuova opportunità, te lo auguro con tutto il cuore. Qui ad Augusta, in questi due anni, sono successe tante cose, positive e negative, ma che, comunque, fanno parte della vita di ognuno di noi.

Quello che posso dirti in positivo è che da quel momento in cui si progettava il teatro ancora oggi prosegue con soddisfazione e impegno. Collaboriamo con l’istituto Ruiz per la seconda volta di seguito e a fine maggio rappresenteremo una nuova commedia “Rudens” di tito maccio Plauto.

Fare teatro per me, e per come personalmente interpreto questa opportunità, mi offre un doppio sostegno: permette il libero flusso di emozioni e sentimenti rimossi e repressi dalla contenzione carceraria e spinge alla cooperazione, alla solidarietà, allo scambio con gli altri.

La memoria e il dialogo sono tra i pochi mezzi efficaci per resistere alla quotidiana e progressiva corrosione di sé. Si può dire che il teatro opera con modalità opposte a quelle dell’istituzione che lo contiene, collettive anziché individualizzatrici, coinvolgenti anziché segreganti, portatrici di arricchimento affettivo e artistico anziché di coazione a ripetere. Il mezzo teatrale f sì che il detenuto riscatti temporaneamente il suo involontario isolamento, smettendo di mimetizzarsi, iniziando a narrare, a narrarsi. Un teatro che sa essere una finestra aperta sul giardino dei sogni, degli amori persi e quelli ritrovati nell’amicizia e nella solidarietà dei compagni di sventura e dei maestri, del pubblico che ti ascolta e ti applaude. Un viaggio fantastico. Una favola fantastica! Positivo! …e per finire per la Pasqua uscirà un libro di favole, te ne invierò una copia…

…sai, Daniela, da anni faccio i conti con un’astrazione che è più forte del dolore, dell’indifferenza, dei tanti limiti imposti: il carcere. Il carcere, questo meandro oscuro del nostro conscio-inconscio, questo proiettore d’ombre, questo mondo che non appartiene a nessuno. E’ come se il carcere fosse circondato da una sorta di terra di nessuno, una specie di cortina fatta di barriere materiali e psicologiche, dove nessuno vuole guardare e che ai pochi che intendono farlo appare per lo più incomprensibile perché non è una realtà trasparente ma un mondo sommerso che l’immaginario collettivo popola di dannati e che la coscienza collettiva rimuove e chiude dentro tutto il male, la parte negativa della società e dove ha paura di riconoscersi e per questo cerca di allontanarlo da sé, escludendolo, ghettizzandolo, fanno diventare la prigione una struttura fuori dal mondo, utilizzata per risolvere i conflitti come se esistesse un punto terminale: il criminale va in gattabuia e poi basta, non si agita più. Ma ciò non risolve il problema, la storia recente e passata insegna. A mio avviso la strada da seguire non è quella della critica passiva sul fallimento del carcere come luogo di rieducazione, risocializzazione e di recupero ma appare pressante continuare a sensibilizzare la società civile sul problema del rapporto tra pena e carcere allo scopo di far crescere in tutti una “coscienza civile”…

…tante altre cose ho da dirti ma per oggi va bene così e ti lascio con un sorriso sulle labbra e tanta felicità nel cuore. Auguro a te e a Nino tutto il bene di questo mondo. Con aaffetto Francesco.