“Kappa” di Susanna Sarti

Sono molto legata a questo libro per vari motivi: è stata la mia prima prova come correttrice di bozze ed editor, è stata la mia prima prefazione pubblicata, è stata la mia prima recesnione pubblicata su ibs, tanta acqua è passata sotto i ponti da quel “lontano” 2006…

Kappa come “key”, la chiave per entrare nel cuore di un bambino……Impresa ardua, direi, quasi impossibile per molti.Chi lo desidera veramente dovrebbe avere  un animo completamente puro, sgombro dalle“incrostazioni” che il diventare adulti vi deposita gradualmente, dovrebbe avere occhi che sanno vedere al di là, della corazza che, talvolta, siamo costretti ad indossare per non farci ferire, dovrebbe essere sempre pronto all’ascolto col cuore, non con le orecchie, per accogliere l’altro/a dentro di sé. .

La nostra Susanna, che io, scherzosamente e con tanto affetto, chiamo la “Gianni Rodari” dell’Emilia”,  con questo suo racconto, che è soffice come una carezza sul viso, gioioso come un sorriso dell’anima, tenero come uno sguardo che ti avvolge, delicato come un bacio che ti fa sentire amato, è riuscita ad immedesimarsi perfettamente nei pensieri e nel cuore di un bambino che lei chiama Kindo.

Cresciamo gradualmente insieme a lui ed alla sua strampalata famiglia, sorridiamo quando lui ci fa sorridere, vediamo il mondo di noi “grandi”,  o adulti, attraverso i suoi occhi e con le sue parole.

Susanna riesce a delineare, in modo delizioso, ogni personaggio del suo racconto, sottolineandone, mettendone in evidenza una caratteristica fisica o psicologica: le sopracciglia cespugliose e il dente mancante di papà, la parrucca sempre di sghimbescio e sempre di colore diverso della nonna paterna, il saltellare allegro della zia Veronika, il campanello della porta che sembra un trombone, il profumo di gelsomino della amatissima nonna materna…

Come, in “Peter Pan”, la polverina magica dà il potere di volare, in “K” è un anello particolare a regalare lo stesso potere al co-protagonista della favola, Antonio,ma, alla fine, anche qui, come nel capolavoro di Carroll, non sarà l’oggetto in sé il semplice “motore” del volo, ma ci vorrà sempre un “pensiero felice” per farsi trasportare.

 Come ogni favola che si rispetti, anche “K” di Susanna Sarti ha una morale:

nonostante i difetti delle persone e delle cose che ci circondano qui sulla Terra, è meglio vivere con loro per cercare di amarle così come sono, per migliorarle e migliorarci…” Ho bisogno anche di crescere, di andare a scuola come tutti gli altri bambini, di imparare a vivere seppur in un mondo caotico, ma è il mio mondo e mi sentirei un vigliacco rifugiandomi qui senza la possibilità di fare qualcosa per le persone che amo o per quelle che avranno bisogno di me. Voglio diventare grande, vedere le mie gambe allungarsi, i peli crescere, il mio viso con qualche ruga in più, osservare i miei nipoti e giocare con loro, perché questo è il ciclo della vita, la mia vita.”dice il protagonista, Kindo, prima di lasciare per sempre Libera, la città di sogno in cui ha provato per un po’ di tempo a vivere, e aggiunge:”(qui)“mi trovo in un posto meraviglioso, caldo e confortevole, con il minimo di vestiti addosso, assorbo le sensazioni della terra, delle piante, dell’aria, degli animali, dell’acqua. Sono lontano dai materiali inquinanti e dall’odore di smog della città dove vivo, ma”…”la cosa che mi manca di più, in assoluto, è la mia famiglia, il loro affetto, il loro amore”…”(qui)sono tutti gentili con me, fin troppo, ma solo sorrisi, mai un bacio o una carezza. Io ho bisogno di questo, della carezza di mia madre quando vado a letto, del bacio del mio papà quando mi sveglio…”conclude Kindo.

Direi che, con questa favola, Susanna, che si è già cimentata con discreto successo in altre prove letterarie di argomento più “serio”, possa decisamente ambire a far parte della ristretta cerchia dei favolisti.

Le auguro di mantenere intatto a lungo il suo lato infantile, che le permetterà di regalarci, in futuro, altre fiabe tenere e colorate come K.