Shantaram di D. Gregory Roberts, recensione di Daniela Domenici

Shantaram: uomo della pace di Dio. Questo è il nome che verrà dato al protagonista , un uomo che è riuscito ad evadere da un carcere della Nuova Zelanda, dove era detenuto per rapina a mano armata, dopo aver perso l’amore della moglie e della figlia Dopo varie peripezie, arriva a Bombay in India e questa enorme,
multiforme, caotica metropoli gli entrerà nel sangue e gli cambierà totalmente la vita. Il protagonista di questo libro è l’autore stesso che ha vissuto sulla sua pelle tutte le avventure che troviamo descritte nelle quasi 1200 pagine di questo che non esito a definire “capolavoro”. A Bombay, Greg “ Shantaram” vivrà le esperienze più disparate, prima sceglierà di vivere in uno slum dell’estrema periferia dove creerà anche un ambulatorio gratuito per i più poveri, poi andrà a combattere in Afghanistan e Pakistan, imparerà quasi tutte le lingue parlate in India, l’hindi, la marathi, l’urdu ed il pashtu. Sperimenterà le torture e le privazioni atroci del carcere di Arthur Road, a cui sopravviverà, così come riuscirà a ritornare vivo dalla guerra e dal gelo delle montagne afghane e pakistane. Farà delle meravigliose amicizie, dal timido, fedele e sorridente Prabaker al boss della mala di Bombay Khaderbai, che gli farà da padre adottivo, dalla bellissima Karla, di cui si innamorerà inutilmente a Nazir, che lo aiuterà e gli sarà vicino nei momenti più duri e difficili. Ci sono anche
episodi che potrei definire favolistici, sulla scia dell’altro capolavoro “Cent’anni di solitudine”, come, per esempio, l’abbraccio con l’orso Kano, che riuscirà, negli ultimi episodi del libro, a far fuggire dallo slum insieme ai suoi domatori “blu” in modo rocambolesco, grazie ad un travestimento da dio Ganesh. Avrete capito che , nonostante la mole decisamente ragguardevole del libro (1174 pagine), Shantaram è, come dice Pat Conroy, “un’opera straordinaria, un romanzo di eccezionale bellezza…”.