“L’anulare” di Ogawa Yoko, recensione di Daniela Domenici

Ancora una volta ho fatto il percorso al contrario, da un libro più recente a uno
precedente dello stesso autore, da “La formula del professore” a “L’anulare”, nella
traduzione di Cristiana Ceci e pubblicato dalla Adelphi, dell’autrice
giapponese Ogawa Yoko, definita una delle “ragazze terribili” della nuova
letteratura nipponica il cui universo “ossessivo, feticista e straniato…si
impone con soave autorevolezza e l’ingannevole trasparenza della sua scrittura
ci inchioda a queste pagine da cui nessuno potrà uscire indenne”: Agawa ha attratto
e affascinato ancora una volta la sottoscritta.

E’ un breve racconto di poco più di 100 pagine i cui protagonisti, il signor
Deshimaru, che gestisce un segreto, misterioso, enigmatico laboratorio e la sua
giovane impiegata, di cui non viene mai detto il nome, vivono una vita, “fuori”
dalla vita, in cui avvengono cose che l’autrice descrive come banali ma che
sono invece “straniate” e lasciano nel lettore un lieve senso di disagio, la
scrittura trae in inganno descrivendo situazioni assolutamente patologiche con
un linguaggio da cronaca di fatti quotidiani “normali”.

Ancora una volta traspare la passione che l’autrice dimostra di avere (e che condivide
con chi scrive) per i numeri visti, però, in questa storia, come simboli di
ripetizioni ossessive: anche le due uniche abitanti delle stanze sopra il
laboratorio vengono definite solo con il numero della loro camera.

Straordinaria la descrizione del terzo personaggio di questa storia, lo definirei il
lustrascarpe-filosofo, anch’egli non ha un nome come nessun altro in questa
storia a parte il proprietario del laboratorio; nei due momenti in cui s’incontra
con la giovane impiegata, una prima volta al laboratorio quando lui porta un oggetto
per farne un “esemplare” e una seconda quando lei lo va a trovare nel luogo,
anch’esso simbolico, in cui fa il suo mestiere avviene uno scambio di frasi tra
di loro che sembra talmente vero e reale che il lettore ne rimane avvinto e ci
crede.

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