“La 21° donna” di Martino Ferro, recensione di Daniela Domenici

Un libro surreale, divertente, originale e tanto altro: questo è “La 21° donna” di
Martino Ferro edito da Einaudi. L’autore è nato a Firenze anche se vive a
Milano ed è nella sua città natale che ambienta questa storia che non è una
narrazione nel senso classico ma 21 capitoli, diversi l’uno dall’altro come
fossero piccoli cortometraggi (Ferro, come autore, ha lavorato per il cinema,
il teatro, la radio e la televisione) ma che sono anche “piccoli esercizi di
stile”, ognuno in sé perfettamente concluso. Attraverso questo escamotage Ferro
racconta la vita, soprattutto sentimentale e sessuale, del protagonista,
Raffaele Stella, che è tormentato dal numero 21 perché è convinto che segnerà
la sua vita in modo decisivo da quando una cartomante gli ha predetto che “21 è
il numero della donna”. E il 21 diventa una mania, un enigma e si insinua nella
sua vita quotidiana nei modi più disparati.

Ma 21 per la sottoscritta che ama molto la numerologia è un numero che unisce in sé
il maschile dell’1 e il femminile del 2 e non solo: è anche il prodotto di due
numeri importanti come il 3, simbolo della trinità, e il 7, la perfezione, la
cui immagine è la piramide a base quadrata, 4, e con le facce triangolari, 3.

Quasi ogni capitolo, di varia lunghezza, è corredato da immagini in bianco e nero,
spesso sfocate, come un obiettivo non perfettamente messo a fuoco, e c’è anche
un capitolo, il quindicesimo, che è un brano scritto a mano su fogli a righe
con disegni infantili, straordinario.

Tra i 21 capitoli eleggo come più divertente ma, allo stesso tempo che fa più
riflettere, il 13esimo in cui il protagonista indossa un paio di occhiali “miopizzanti”:
al contrario delle persone che, normalmente, fanno di tutto per correggere la
miopia, lui le vuole per vedere il mondo sfocato, assolutamente delizioso.