900esimo articolo…come avrei potuto festeggiare se non con un capolavoro…

Il cenacolo di Sant’Apollonia e la sindrome di Stendhal…

Come avevo promesso alla gentile signora che ieri mi ha dato tante spiegazioni dettagliate dell’Oratoria della Madonna della Querce all’Isolotto, oggi sono andata al Cenacolo di Sant’Apollonia davanti al quale sono passata per anni senza mai immaginare che capolavori celasse e conservasse.

Una breve nota storico-artistica mi sembra ad hoc: con la parola “cenacolo” anticamente s’indicava il refettorio cioè l’ambiente del convento in cui si prendevano i pasti e poi il termine, per estensione, è passato a indicare la raffigurazione dell’Ultima Cena, di solito affrescata su una parete.

L’antico monastero di sant’Apollonia a Firenze fu fondato nel 1339 e il pittore Andrea del Castagno (1421-1457) affrescò la parete di fondo del nuovo refettorio, intorno al 1447, con l’Ultima Cena nella parte inferiore, la Crocifissione, la Deposizione nel sepolcro e la Resurrezione nella parte superiore.

Questo Cenacolo, il primo del rinascimento fiorentino, rappresenta un momento fondamentale della pittura fiorentina del Rinascimento per la novità dell’uso sapiente della prospettiva che permette di armonizzare lo spazio della scena inferiore, che si svolge in un ambiente rigidamente geometrico, in cui tutti gli elementi sono in scorcio prospettico con le scene superiori ambientate all’aperto.

Queste le note prettamente didattico-artistiche ma io, di fronte a questa Ultima Cena di Andrea del Castagno, questa mattina, ho vissuto la sindrome di Stendhal come non mi capitava da tempo, mi sono persa dentro quest’ultima cena, dentro i dettagli incredibili come la trasparenza delle stoviglie di vetro o le pieghe della tovaglia bianca e ricamata, dentro i colori stupendi dei quadri alle spalle degli apostoli che sembrano fatti di marmo con le venature, dentro la bellezza totale dell’insieme, dentro la luce che dà rilievo alle forme e che sembra provenire da una finestra dipinta alla destra del quadro, dentro le simmetrie perfette delle mattonelle del pavimento e delle tegole del tetto, dentro la magia della sala e del soffitto ligneo a cassettoni, dentro la dolcezza dell’apostolo Giovanni con la testa reclinata accanto a Gesù di fronte al quale, solitario, siede Giuda, l’unico senza nome dipinto sotto, l’unico senza aureola…

Insomma me ne sono innamorata e ringrazio, ancora una volta, quella gentile signora che mi ha suggerito ieri di andare a vederlo e che oggi mi ha inondato, con la stessa passione e amore, di tutto quello che c’era da sapere su questo capolavoro.

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