Report di Egon Botteghi sull’ incontro-dibattito “Femmina, maschio e non solo” con la sociologa Michela Balocchi e l’attivista intersex Alessandro Comeni

Sabato 27 ottobre c.a. si è tenuto a Genova, il primo dei quattro incontri previsti per il Trans November,  evento organizzato dall’associazione Genovagaya, in collaborazione con  altre realtà LGBTQI, che culminerà il 20 Novembre con il Tdor (veglia  celebrativa di tutte le vittime di quest’anno della transfobia). L’associazione “Le ninfe-Genovagaya”, nata a Genova  nel 2003 e rifondata nel 2009, promuove la tutela dei diritti civili e  la visibilità delle persone gay, lesbiche e transessuali (e, a questo  punto, direi io, intersessuali!). L’incontro di cui sopra, dal titolo Femmina, maschio e non solo,  era tenuto dalla fiorentina Michela Balocchi, PhD in sociologia e  sociologia politica, e dall’attivista intersex, fiorentino anche lui,  Alessandro Comeni. Avendo enorme stima per queste due persone per la  loro preparazione ed il loro impegno, mi sono precipitato ad ascoltarli,  insieme ad altre quaranta persone, che, a detta dell’organizzazione,  sono un buon risultato per la città. Come sempre, quando si parla di intersessualità, si è  aperto per il pubblico in sala un mondo sconosciuto, che suscita  indignazione, meraviglia, curiosità per come queste persone vengono  trattate fin dalla nascita, e che fa sorgere moltissimi interrogativi,  data la delicatezza del tema, favorendo, anche in questa occasione, un  serrato dibattito e tante domande. La prima a prendere la parola è stata la sociologa  Michela Balocchi, che, con l’aiuto di slides molto chiare, ha illustrato  definizioni e protocolli medici, illustrando la cornice sociologica e  storica in cui questi sono sorti. Con intersessualità viene indicata una molteplicità  di situazioni in cui si trova chi alla nascita possiede cromosomi  sessuali, apparato genitale e/o caratteri secondari che variano rispetto  a ciò che viene considerato tradizionalmente come maschile e femminile. Dal 2006 il termine “intersessualità” è stato  sostituito con DSD, “Disordine dello Sviluppo Sessuale”, ma la “nostra”  relatrice preferisce mantenere la vecchia dicitura, in quanto non  rimanda necessariamente ad un’idea di condizione patologica e  medicalizzata. Inoltre, con il termine intersessualità, vuole “porre  l’accento sugli aspetti di costruzione culturale, sociale e storica  della stessa e sulla dimensione delle relazioni politiche e di potere  che interessano i corpi, la sessualità, le identità di genere e gli  orientamenti sessuali”. Le forme di intersessualità individuate sono  molteplici, e non sono affatto rare come si pensa, tanto che sono molto  più numerosi gli intersessuali che i transessuali:

  • Mosaicismo cromosomico ( no xx, no xy), 1 su 1.666 nati
  • Klinefelter (xxy) 1su 1.000 nati
  • sindrome da insensibilità agli androgeni (conosciuta anche come sindrome di Morris) 1 su 13.000 nati
  • parziale sindrome da insensibilità agli androgeni 1 su 130.000 nati
  • Ovotestis (vero ermafrodita) 1 su 83.000

Quindi si ha una molteplice varietà di situazioni  atipiche, ma non patologiche, che dimostrano come la natura umana possa  esistere anche in una forma diversa da quel rigido dimorfismo tra  maschio e femmina sulla quale invece la cultura occidentale è costruita. Quindi, con le parole di Michela Balocchi: “partendo  dalla realtà delle persone intersessuali possiamo pensare all’essere  umano come ad un continuum ai cui poli estremi si trovano la femmina e  il maschio biologici ‘standard’,e lungo di esso un insieme (tra l’altro  tutt’altro che numerico irrilevante) di persone con varietà cromosomiche  e/o fenotipiche che non rientrano in quei due opposti. Persone, queste  ultime, che in epoche diverse o in altre società vedevano riconosciuta, e  talora altamente apprezzata, la loro presenza”. Come invece la presenza di queste persone è accolta  nella nostra società moderna, si evince dai protocolli medici, nati  negli anni ’60, a cui questi bambin* vengono sottoposti fine dalla  nascita. Le linee guida del trattamento medico degli  intersessuali sono figlie del dottor John Money, statunitense, talmente  famoso nelle operazioni di riassegnazione sessuale da far girare il  detto “Money makes the sex”. Questo medico, che spingeva per la femminilizzazione  dei bambin* intersex, partiva dal postulato che i neonati sono  psicosessualmente neutri e che tutto dipende dall’educazione al genere  che si effettuerà in famiglia e nella società e dalla convinzione che un  bambino non avrebbe mai trovato un equilibrio ed una salute psichica  senza dei genitali esteticamente nella norma. Il suo protocollo prevedeva operazioni entro il  ventiquattresimo mese ed occultamento della diagnosi al paziente e  stretta educazione al genere assegnato. Il risultato di queste procedure sono, secondo le  associazioni intersex che si sono cominciate a costituire negli anni  ’90, le tre “s”: “shame”, “secrecy”, “silence”, quindi segretezza e  mistero per i trattamenti subiti, senso di vergogna e conseguente  necessità di occultarsi, diminuzione o totale privazione di una vita  sessuale, depressione, suicidio. Grazie anche al lavoro delle associazione per la  rivendicazione dei diritti delle persone intersex, la prima delle quali è  stata la statunitense ISNA, si sono rivisti in parte tali protocolli  scientificamente infondati e figli piuttosto di una data temperie  culturale. Anche in Italia si stanno introducendo delle linee  guida “che invitano, nei casi in cui non si manifesti un’urgenza medica o  non vi siano elementi obiettivi per la decisione, a ritardare gli  interventi chirurgici e a posticipare i trattamenti ormonali per  consentire una partecipazione attiva del soggetto alla decisione, sia in  riferimento alla propria percezione dell’identità sessuale, che in  riferimento al bilanciamento dei rischi e benefici dell’intervento”.  Purtroppo nella pratica nel nostro paese si continuano a fare interventi  sui bambin* anche in assenza di disturbi fisici. Come emerge dalle ricerche di Michela Balocchi  “questo, come testimoniano anche i medici intervistati, è dovuto alla  cornice socio-culturale di cui si parlava, anche alle pressioni che i  medici ricevono da parte dei genitori,-a loro volta condizionati dal  contesto sociale e culturale e solitamente impreparati ad affrontare un  evento come la nascita di un figlio intersessuale, data l’omertà e la  segretezza e la generale mancanza di informazioni sull’argomento in  Italia. Sul problema del rapporto con i genitori, una genetista  intervistata afferma ‘È’ vero che ci potrebbe essere un counseling  serrato con i genitori che imparano a trattare al femminile una figlia  con un fallo ecc. ma è complesso […] il rapporto con i genitori è  complesso, perché loro davvero hanno bisogno di sostegno e lì purtroppo  non c’è una cosa strutturata, va improvvisata di volta in volta,…loro  hanno proprio bisogno di un counseling per reggere un’identificazione di  un femminile o di un maschile senza un genitale chiaro. Questo di fatto  che è così’”. Interessante è l’accenno a Kessler (1996) che “nella  sua ricerca qualitativa sulla pratiche mediche per l’assegnazione di  sesso nei bambini negli Stati Uniti, aveva rivelato il perdurare di una  forte eredità patriarcale e fallocentrica, quella che concepisce la  virilità sulla base estetica e del buon funzionamento del fallo,  appunto, tant’è che, per contro, scarsa attenzione veniva data alla  forma dei genitali femminili, tranne per il fatto che dovevano essere in  grado di accogliere il pene”, prosegue Michela Balocchi. L’approccio che ha contraddistinto la riflessione  presentata all’incontro di Genova si rifà, detto a chiare lettere dalla  relatrice, “al pensiero femminista post-moderno e decostruzionista e  alle teorie queer che, insieme all’attivismo trans, sono risultati  fondamentali per smascherare le strutture di pensiero e le pratiche  sociali e le politiche di genere tradizionali e date per scontate” e  ancora “Gli interventi di medicalizzazione dell’intersessualità  rientrano in quella cornice teorica e in un sistema socio-culturale di  riferimento in cui la ‘normalità’ viene fatta coincidere con la dualità  femmina-maschio, cui deve corrispondere una donna o un uomo con  un’identità di genere conforme al sesso biologico e con un orientamento  sessuale di tipo eterosessuale”. Dopo questa coinvolgente e chiarissima relazione, la  dottoressa Balocchi ha mostrato un documentario statunitense del 2000,  da lei sottotitolato, insieme ad Alice Troise, con la testimonianza di  due persone intersex medicalizzate alla nascita, che ha commosso non  poco il pubblico. L’intervento successivo è stato quello  dell’attivista intersex Alessandro Comeni, che ha interagito con la  sala, rispondendo, con l’umanità e la preparazione e la forza di una  testimonianza diretta, alle infinite domande degli astanti, che sono  terminate solo perché il tempo concesso per l’uso della sala  dell’incontro era terminato. Quello che Alessandro ha voluto soprattutto ribadire  è il diritto all’autodeterminazione, e non avere l’obbligo di incarnare  una identità maschile o femminile né di fare una scelta. Vorrei terminare questo report con una citazione di  dell’urologo e neurologo William Reiner dell’Oklahoma University Health  Science Center “ Se vogliamo sapere chi o che cosa sia veramente un  bambino, l’unico modo è domandarlo al diretto interessato” . Se a quattro anni mi avessero chiesto “vuoi essere un bambino od una bambina?”, io avrei saputo rispondere.