Lidia Poet, la prima avvocata italiana, di Clara Bounous

lidia poet da 150anni.

Lidia Poët nacque il 26 agosto 1855 a Traverse, una ridente borgata montana della Val Germanasca, da un’agiata famiglia di ricchi proprietari rurali del luogo. Il padre, Giovanni Pietro, fu sindaco del comune per 29 anni e la madre, Marianna Richard, di Prali, era di famiglia benestante.

Dopo aver trascorso l’infanzia a Traverse, Lidia seguì la famiglia trasferitasi a Pinerolo. Conseguito il diploma di maestra e superato l’esame di licenza liceale, Lidia volle iscriversi, cosa inusuale per l’epoca, alla Facoltà di Legge di Torino. Qui, discutendo brillantemente la sua tesi, che tracciava la storia delle origini del femminismo ed affrontava le problematiche legate ad un tema molto dibattuto in quegli anni, il diritto di voto alle donne, conseguì, prima donna in Italia, il diploma di laurea in giurisprudenza, il 17 giugno 1881.

Lidia Poët svolse quindi i prescritti due anni di praticantato a Pinerolo nello studio dell’avv. Bertea e, dopo aver superato gli esami per diventare procuratore legale, chiese l’iscrizione all’Albo degli avvocati e procuratori, suscitando scalpore e polemiche perché si trattava del primo caso presentatosi nel Regno d’Italia. Il Consiglio degli Ordini degli avvocati di Torino la ammise, non senza aver superato forti dissensi interni. Magistrati e giuristi famosi presero posizione appoggiando o avversando la decisione presa con dotte ed articolate disquisizioni e sollevando un dibattito generale che coinvolse via via anche il Parlamento. Il procuratore del Re presso la Corte d’Appello di Torino si oppose infatti all’iscrizione della Poët. La motivazione addotta fu: “il titolo e l’esercizio di avvocato non è ammissibile, per l’unico ma essenziale motivo che il titolo e l’esercizio di avvocato non possono essere assunti a tenore di legge dalle donne”. La dottoressa Poët presentò prontamente un articolato ricorso alla Corte d’Appello quindi alla Corte di Cassazione di Torino che rigettò nuovamente le sue istanze. Non appena i nuovi tempi e le nuovi legge glielo permisero, Lidia si premurò di iscriversi nuovamente all’albo, divenendo così finalmente, nel 1920, ormai sessantaquattrenne, la prima donna avvocato d’Italia.

Lidia Poët non potè quindi di fatto esercitare a pieno titolo la sua professione. Ella affiancò il fratello Enrico, avvocato a Pinerolo, si appassionò alle difesa dei diritti dei minori, degli emarginati e perorò la causa del suffragio femminile. Entrò a far parte del Segretariato del Congresso Penitenziario internazionale e rappresentò l’Italia in varie parti del mondo come vicepresidente della sezione di diritto, partecipò a diversi congressi che si tennero nelle principali città europee: Parigi, Bruxelles, San Pietroburgo; fu nominata dal Governo francese Officier d’Académie, e allo scoppio della prima guerra mondiale entrò nella Croce Rossa, ricevendo, a riconoscimento della notevole opera di assistenza prestata, una medaglia d’argento.

Non si sposò, non ebbe figli e questo forse la rese più libera di viaggiare in tutta Europa e di condurre un’intensa vita di impegno filantropico e civile. Molti dei libri ed opuscoli a lei appartenuti (oltre un migliaio) conservati presso la Biblioteca civica “Alliaudi” di Pinerolo, testimoniano i suoi interessi culturali e sociali.

Morì a Diano Marina il 25 febbraio 1949 all’età di 94 anni e venne sepolta nel cimiterio di San Martino, in Val Germanasca, dove una bella lapide la ricorda.

da http://www.fidapa.com

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