Saverina Davoli, prima (e unica) donna gruista italiana, di Camilla Ghedini

saverina davoli

La morte di Stefano Zaccaria, il 29enne operaio dell’Ilva, caduto in mare a fine novembre, da una gru di 20 metri, a causa del tornado che si è abbattuto su Taranto, a lei fa male, come un pugno allo stomaco. Come le faceva male, l’estate scorsa, pensare alle 4 minatrici che a Nuraxi Figus, in Sardegna, hanno protestato asserragliandosi nei pozzi, a oltre 370 metri sotto il livello del mare, per salvare un posto duro, da uomo. E come le faceva male vedere i lavoratori dell’Alcoa protestare sui silos, a 30 metri da terra. Lei, Saverina Davoli, classe 1950, nata in provincia di Catanzaro e trasferitasi bambina a La Spezia, è stata la prima donna gruista d’Italia. E lei lo sa che nell’altezza e nella profondità si può misurare la disperazione, che non ha ‘genere’, che è ‘democratica’. Lei lo sa che quando devi mantenere i figli, poco cambia se torni a casa sporca, con le mani fatte di carbone o di olio e la pelle arsa dal sudore. Sa cosa significa vestire da maschio, avere le competenze di un maschio, non potersi permettere sbagli o dolori mestruali. Lei, per trent’anni, la terra e il mare li ha visti dall’alto delle sue gru, 30 metri, al porto di La Spezia. E’ stata la prima e l’unica donna, in Italia, che ha fatto questo lavoro praticamente fino alla pensione, nel 2003. A costringerla negli uffici, gli ultimi 4 anni, è stato un infarto. Saverina è entrata al porto a 28 anni, era il 1978. A portargliela è stata la legge 285, a quel tempo una manna dal cielo per favorire l’occupazione giovanile, che permetteva alle donne sposate con figli di avere un punteggio superiore nelle graduatorie. Lei aveva un bimbo, Gianluca, di 5 anni, e un marito che lavorava alle Poste di Genova. Così è stata chiamata da un’azienda del porto. Pensava che avrebbe fatto la magazziniera, aveva la quinta elementare e all’amministrazione o segreteria sapeva di non poter ambire. Insieme ad altre 2 coetanee e 3 uomini, ha fatto un corso di sei mesi: mattina lezioni di meccanica ed elettronica, il pomeriggio pratica retribuita sulla gru, di quelle su binari, non su gomma come oggi. «Quando mi hanno detto che sarebbe stato il mio lavoro non ci credevo, mi sono messa a piangere, più che per l’umiliazione, che comunque avvertivo, per la paura». Poi, invece, non ha più voluto smettere. Era arrivata a guidare 35 mezzi di differenti tipologie. Ma prima, prima di avere la possibilità di imparare e amare questo mestiere «che mi ha fatto sentire realizzata, nonostante fosse usurante», Saverina ha combattuto per non perderlo. Terminati i sei mesi non volevano rinnovare i contratti e lei, che s’era guadagnata un po’ di polarità per questo mestiere duro, in contrasto con una bellezza e una figura di indiscussa femminilità, ha saputo usare i media. Ha fatto la sua lotta davanti alle telecamere Rai, rilasciando interviste, imputando alle istituzioni di aver speso soldi pubblici – allora 20 milioni di lire – per finanziare un corso e poi buttarlo lì, al vento del mare. Aveva l’anima della sindacalista, ma pur corteggiata e sempre in prima linea non si è mai spesa per nessuna sigla, «troppi compromessi», taglia corto. Alla fine ce l’ha fatta, il contratto lo hanno dovuto rinnovare a tempo indeterminato. Dal lavoro Saverina faceva passare la dignità sua e del figlio Gianluca, e l’ha difesa. Lei capisce tutti gli operai, maschi e femmine, che in questo caldo autunno sono scesi in piazza a manifestare. Capisce i giovanissimi studenti che cercano di difendere il diritto alla conoscenza, senza i limiti imposti dal censo. Lei sta dalla parte di chi urla, di chi pretende di essere ascoltato. «Perché l’umiliazione è un fardello troppo pesante». Saverina, racconta che una volta Milly Carlucci l’ha invitata, con insuccesso, a un suo programma. Erano i tempi in cui si cominciava a trattare di pari opportunità. «Avrei dovuto parlare di come riuscivo a conciliare i tempi di vita e lavoro. Ma cosa dovevo dire? Quel che volevo erano quei diritti che anche oggi ci sono negati, come orari più flessibili, asili aziendali, prerogative rimaste al palo». Dei decenni al porto non si lamenta: «Alla fine mi piaceva, ero diventata bravissima, c’erano compagnie marittime che chiedevano direttamente di me». Certo coi colleghi la vita è stata dura, anche se ad ascoltarla, c’è da scommettere che è stata più dura per loro, che per lei. «L’ambiente maschile è difficile. Non sono concessi sfoghi. Sei sempre sotto osservazione, servono disciplina e rigidità. Gli uomini stanno lì ad aspettare che commetti un errore, che ti lamenti, che piangi perché vuoi tornare a casa, a fare la spesa, a fare la mamma. E invece no, io sapevo che con quel lavoro garantivo a mio figlio lo studio. Non avevo scelta, punto e basta». Saverina è tuttavia consapevole di aver subito, sempre, l’assenza di diritti fondamentali: «Uno Stato che non tiene in considerazione la natura degli individui, è uno Stato che deve provare vergogna. Siamo fatti diversamente, strutturati diversamente. Un uomo – sinterizza – non allatta e non ha il ciclo». Lei spera nel Governo delle donne, «perché noi sappiamo cosa significa amministrare una famiglia, far quadrare i conti, sentire sulla propria pelle la responsabilità della felicità e dell’infelicità di chi ci sta accanto. Noi siamo strutturate per dare la vita – chiude – e questo fa la differenza».

da http://www.ufficiostampacomunicazione.com

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