Accadde…oggi: nel 1870 nasce Ada Negri, la prima e unica donna ammessa all’Accademia d’Italia, di Rossana Dedola

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Nacque a Lodi il 3 febbraio 1870, secondogenita di Giuseppe, vetturino, e di Vittoria Cornalba.

La nonna materna, Giuseppina Panni, era stata la governante del soprano Giuditta Grisi, moglie del conte Cristoforo Barni; alla morte della cantante, fu assunta come custode del palazzo Cingia-Barni e andò ad abitare nelle due misere stanze della portineria, dove la nipote venne alla luce. A causa dello spazio ristretto in cui la famiglia era costretta a vivere, il primogenito Nani era stato affidato a uno zio materno. Dopo la morte del marito, avvenuta nel 1871, Vittoria fu costretta a impiegarsi come operaia in un opificio per 13 ore al giorno con una paga giornaliera di 1,75 lire. Quando, divenuta troppo anziana, Giuseppina dovette lasciare la portineria, nonna, madre e figlia si trasferirono in due stanzette del sottotetto.

Negri trascorse l’infanzia e l’adolescenza nel palazzo Barni, condividendo i suoi giochi con le figlie del conte, fantasticando tra le aiuole del giardino padronale, ma anche provando un forte senso di umiliazione e di vergogna perché aveva il compito di aprire il cancello alle carrozze dei conti e dei loro ospiti.

Cominciò a frequentare la scuola normale femminile di Lodi, dimostrando grandi capacità di apprendimento e una forte fantasia che era stata sollecitata dalle letture a voce alta di romanzi d’appendice fatte dalla madre alla nonna, cui aveva assistito fin da piccolissima. L’insegnante d’italiano, Paolo Tedeschi, si accorse del precoce talento dell’allieva e la incoraggiò a continuare gli studi. Diplomatasi nel 1887, ottenne un posto di insegnante elementare a Motta Visconti (Pavia) dove si trasferì. Insegnò nella prima classe dei maschi composta da più di 80 scolari che andavano a scuola sporchi, «puzzolenti di concio e di stalla» (Arslan – Folli, 1988, pp. 70 s.), pieni di pidocchi, e che tuttavia le piacevano, perché tra quei «diavoli scatenati» (ibid.) si sentiva a suo agio.

Accanto all’insegnamento, un’altra attività la occupò completamente: una vocazione poetica travolgente che la spingeva nel pieno della notte a scrivere come sotto dettatura versi già compiuti. Su consiglio delle colleghe, spedì alcuni componimenti a diverse riviste e il Fanfulla da Lodi pubblicò, nel 1888, La monaca e altre poesie. Inviò altri componimenti all’Illustrazione popolare (che usciva con il Corriere della sera) e il suo direttore, Raffaello Barbiera, ne fu colpito e le dedicò alcune note elogiative. L’età e la misera condizione sociale dell’autrice attirarono l’attenzione anche della giornalista e letterata Sonia Bisi Albini che si spinse fino a Motta Visconti per conoscerla, affidando poi a un articolo pubblicato nel Corriere della sera la descrizione dell’incontro. Fu l’inizio di un successo inaspettato e inarrestabile, che si trasformò presto nel caso letterario di quegli anni.

Nel secondo dopoguerra invece, a causa dell’adesione al fascismo, l’opera e il nome di Ada Negri furono dimenticati, se non addirittura rimossi. Solo in tempi più recenti sembra essersi risvegliato un certo interesse critico, soprattutto per le opere in prosa.

La prima raccolta poetica, Fatalità, uscì nel 1892 presso Treves. L’entusiastica accoglienza da parte del pubblico e i vasti consensi della critica fecero sì che con decreto ministeriale Negri venisse nominata professoressa presso la scuola normale Gaetana Agnesi di Milano. Preso servizio, si trasferì con la madre nel capoluogo lombardo.

Su interessamento di Emilia Peruzzi, le fu conferito il premio «Giannina Milli» di 2000 lire l’anno da una commissione di cui facevano parte, tra gli altri, Francesco D’Ovidio, Alessandro D’Ancona e Isidoro del Lungo.

Spinto dalla lettura dei suoi versi, in cui ritrovava i suoi stessi ideali socialisti, anche il giovane intellettuale Ettore Patrizi era andato a trovarla a Motta Visconti. Grazie alla sua amicizia, trasformatasi presto in un fidanzamento durato sino al 1895, Negri a Milano poté entrare in contatto con l’ambiente del socialismo riformista ed ebbe modo di conoscere Filippo Turati, Anna Kuliscioff e Benito Mussolini. Intorno alla sua opera e alla sua figura venne a crearsi sin da subito il mito della poetessa selvaggia e incolta, la vergine rossa, la maestrina proletaria senza nome: «Io non ho nome. – Io son la rozza figlia dell’umile stamberga; / plebe triste e dannata è mia famiglia,/ ma un’indomita fiamma in me s’alberga» (Senza nome, 1892, in Poesie, 1948, p. 4).

Un grido di rabbia e di dolore si levava dai suoi versi per denunciare la miseria dei contadini, dei battellieri e dei minatori, lo sfruttamento degli operai da parte della fabbrica. Mano nell’ingranaggio (1892), una delle sue liriche più famose e che suscitò una forte impressione, pur discostandosi dalla realtà, aveva preso spunto da un incidente sul lavoro che era capitato veramente a sua madre: «Ma un dissennato grido a un tratto levasi;/ e pare lacerante urlo di belva/ ferita in una selva.// Fra i denti acuti un ingranaggio portasi/ – povera donna bionda e mutilata!…–/ una mano troncata.// Rotan le cinghie, stridono le macchine;/ ma le ruvide voci i lavoranti/ più non sciolgono ai canti» (in Poesie, 1948, p. 33).

Ostentando le povere origini, l’inferiorità della condizione femminile, l’io poetico pare paradossalmente animato da un senso di superiorità che si rispecchia negli atteggiamenti titanici in cui la plebe è ritratta. Al sentimento viscerale di comunanza con gli oppressi si accompagna un forsennato desiderio di riscatto che rivela tratti fortemente populistici. Così, attingendo toni accesi e colori lividi dal repertorio della scapigliatura, la poetessa si ergeva, come in Sfida (1892), a sferzare con i suoi versi il mondo borghese e i suoi valori.

Trasferitosi in America, su incoraggiamento della fidanzata e diventato direttore del giornale Italia, Patrizi scelse di fermarvisi definitivamente e Negri decise di rompere il fidanzamento. Tempeste, la seconda silloge poetica uscita nel 1895, dedicata in parte ai sentimenti suscitati da questo rapporto, ottenne grande consenso per quanto distante per temi e toni dall’opera precedente. Il componimento Senza ritmo (1895), quasi a chiusura della raccolta, si pose come primo esperimento di libertà metrica che precorse il verso libero e attirò l’attenzione di Gian Pietro Lucini. Luigi Pirandello invece ne criticò con sarcasmo i toni retorici e gli atteggiamenti esagerati. Entrambe le raccolte ebbero parecchie ristampe e furono tradotte in varie lingue, ottenendo notevole successo anche all’estero.

Nel 1896, un ricco impresario di Biella, Giovanni Garlanda, innamoratosi di lei dopo la lettura dei suoi versi, le chiese di sposarlo. Il matrimonio fu celebrato dopo un mese e Negri si trasferì a Valle Mosso. Dopo due anni nacque la primogenita Bianca; la seconda figlia, Vittoria, visse soltanto un mese. La scrittrice si calò completamente nella dimensione materna, cui è dedicata la raccolta Maternità (Milano 1904). Quel periodo della sua vita fu segnato da crescenti difficoltà nella vita matrimoniale che non fu felice, soprattutto per una forte incomprensione con la famiglia del marito.

Grazie a una fitta rete di amicizie, nel frattempo era riuscita a entrare in contatto con le più importanti istituzioni filantropiche e dell’associazionismo politico milanese, dalla Società umanitaria, all’Università popolare e alle Opere pie.

Diventò intima di Ersilia Majno con cui fondò l’Asilo Mariuccia per donne, adolescenti e bambine che si prostituivano. Il suo impegno le offrì materia per i reportages, gli articoli d’attualità e le cronache che pubblicò nella rubrica «Cronache del bene» del Corriere della sera, di cui fu titolare dal 1903 al 1911. L’indiscussa fama della sua firma garantiva una propaganda sicura a ogni opera benefica di cui si occupava nei suoi articoli: fu inoltre uno fra i pochissimi autori i cui versi dedicati a fatti di cronaca trovarono spazio sui quotidiani, come Il sogno di Draga sull’assassinio dei reali di Serbia, che uscì – sempre nel Corriere – in prima pagina.

Dopo la rottura con il marito nel 1913, si trasferì a Zurigo per seguire la figlia Bianca, iscritta dal padre in un collegio della città svizzera, e qui cominciò a comporre alcune prose dedicate esclusivamente a figure femminili, cui non sembrava attribuire grande importanza, sia perché la loro destinazione era quella giornalistica sia perché considerava la poesia la sua espressione artistica più autentica. In una lettera a Laura Orvieto, rivelò all’amica il sentimento di inadeguatezza con cui viveva il suo successo: alla smisurata popolarità non corrispondeva un vero riconoscimento del valore artistico della sua opera.

Alcuni giudizi critici l’avevano amareggiata come – attribuito erroneamente a Giovanni Pascoli – il commento di Giovanni Marradi: questi aveva manifestato il proprio stupore nei confronti del gusto del pubblico e del successo di Ada Negri che, con versi sbagliati e con ispirazione ormai superata, era riuscita ad avere cinque edizioni e anche una pensione che l’aveva resa agiata per tutta la vita. A distanza di parecchi anni quel giudizio continuava a bruciarle come una ferita che non si rimarginava, insieme al tormento di non aver ancora compiuto la sua vera opera.

Con il profilarsi del primo conflitto mondiale e la paura della chiusura delle frontiere, nel 1914 lasciò la Svizzera per far ritorno a Milano. In quell’anno aderì al Comitato nazionale femminile per la difesa della patria in tempo di guerra e, riconoscendosi nel mussolinismo che propugnava una trasformazione in senso rivoluzionario del riformismo socialista, si distaccò definitivamente dal socialismo turatiano e dall’ambiente democratico. Nella redazione del Popolo d’Italia cominciò a frequentare Margherita Grassini Sarfatti, la cui amicizia le permise di godere per anni di protezione politica. Dal 1914 al 1926 scrisse per La Stampa, Il Secolo, La Rivista d’Italia, non discostandosi dalle direttive di regime negli articoli di stampo sociale. Divenne amica di Delia Notari e di suo marito – al cui giornale, L’Ambrosiano, collaborò – e infine di Gina Boerchio fondatrice del collegio omonimo a Pavia, dove si recò spesso.

Ormai considerata la maggiore poetessa italiana e divenuta celeberrima pubblicò, non senza incertezze e su incoraggiamento di Margherita Sarfatti, il suo primo volume di prose, Le solitarie (Milano 1917), che si collocava in un filone già inaugurato da Neera (Anna Zuccari) e Matilde Serao.

Nella Prefazione (p. VI), dedicata alla stessa Sarfatti, rivendicava di aver tratteggiato «umili scorci di vite femminili». Tra la vita d’eccezione della scrittrice e i grigi destini femminili consumati nell’ombra, nel silenzio, nella consapevolezza della propria solitudine si stabiliva un legame di complicità. Lo stile dimesso, disadorno e tutto giocato su toni smorzati, che si discostava notevolmente dall’enfasi declamatoria delle poesie, ottenne il consenso di Renato Serra.

Prese così avvio a una serie di prose (Finestre alte, ibid. 1923; Le strade, ibid. 1926; Sorelle, ibid. 1929) in cui episodi di vita femminile erano narrati intrecciando in forma originale autobiografia e biografia. Le orazioni (ibid. 1918) furono dedicate alla memoria di Alessandrina Ravizza, Luigi Majno e Roberto Sarfatti, il figlio di Margherita che considerava suo figlio d’anima, caduto giovanissimo sul fronte. In quegli anni la sua esistenza fu attraversata da nuovi lutti e distacchi: la perdita della madre nel 1919, l’allontanamento della figlia Bianca che si era sposata, e anche da una nuova travolgente passione amorosa per un uomo stroncato dalla febbre spagnola, che ispirò Il libro di Mara (ibid. 1919).

Nel 1921 compose Stella mattutina (ibid.), una storia autobiografica sulla propria infanzia e sulla propria adolescenza, in cui si inseriscono due lunghi racconti autonomi.

Breve romanzo di formazione, l’opera rivela, non solo per la natura lirica e autobiografica del racconto, ma soprattutto per l’assetto scopertamente paratattico, l’uso insistito di frasi nominali e l’abolizione dei nessi logici all’interno della frase, evidenti punti di contatto con i contigui esperimenti vociani. Attraverso la protagonista, la bambina Dinin, vengono rievocate in terza persona le poverissime origini, la vita nella portineria, i giochi nel ‘giardino del tempo’, gli scontri con la padrona che accusa la bambina di copiare, la consapevolezza della propria vocazione alla poesia. Viene nel contempo esaltato il rapporto con la natura, col sole, con gli alberi, con i fiori con cui la protagonista si intrattiene in un intimo dialogo. Alla figura della madre, costretta dalla vedovanza a impiegarsi in un opificio, sono dedicate pagine di intensa emozione, come quando racconta del suo ferimento alla mano di cui aveva già parlato in Mano nell’ingranaggio. Anche in Stella mattutina la giovanissima protagonista accusa con sdegno la fabbrica: «La derubano. Quello che dà è scandalosamente più grande di quello che riceve […] Processata, andrebbe, la fabbrica; e condannata. Paga il tuo debito, ladra!» (ibid., p. 278). La scelta di privilegiare il punto di vista della bambina, accanto alla quale è sempre presente anche l’autrice adulta, ha come effetto quello di accostare il candore e l’innocenza dell’infanzia a una consapevolezza matura.

Nel Popolo d’Italia Benito Mussolini le dedicò un articolo elogiativo che l’autrice considerava il miglior premio della sua opera, poi riproposto come premessa all’edizione mondadoriana del 1940. La nomina nel 1926 di Ugo Ojetti a direttore del Corriere della sera le consentì di riprendere la collaborazione al giornale, che divenne la sua principale risorsa economica, per 1000 lire al pezzo, una cifra che corrispondeva allo stipendio mensile di un professore del liceo. Tale collaborazione significava di fatto entrare a far parte del gruppo degli intellettuali che si consideravano fascisti o che appoggiavano apertamente il regime e le permise di ottenere nel 1931 il premio Mussolini. Nel 1940 fu nominata, prima donna, all’Accademia d’Italia.

Gli anni della guerra e gli ultimi anni di vita furono segnati dalla sofferenza e dalla solitudine; una rinata vocazione religiosa la portò a ripiegarsi su se stessa in un sommesso soliloquio. Preghiere è il titolo della parte conclusiva della sua ultima silloge, Fons amoris (Milano 1947). Dopo il bombardamento della casa di Milano, Negri si trasferì dapprima a Bollate presso la figlia, quindi a Parma e a Pavia.

Morì a Milano l’11 gennaio 1945.

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