Accadde…oggi: nel 1886 nasce Pia Nalli, di Marinella Fiume

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La prima donna siciliana a salire su una cattedra universitaria di ruolo fu una matematica, una vera conquista – faticosissima – se pensiamo a quante battaglie le donne in tutto il mondo hanno dovuto combattere contro i pregiudizi, alcuni dei quali ancor oggi duri a morire, che le hanno discriminate e tenute lontane dagli studi scientifici.

Malgrado tutto, esse sono riuscite a scrivere il loro nome a caratteri indelebili negli annali di questa disciplina a cui hanno pagato, nel corso di una lunga storia, un tributo non indifferente: da Teano (VI sec. a. C), allieva e moglie di Pitagora, una delle ventotto sorelle del sodalizio pitagorico, a Ipazia, fondatrice di un’autorevole scuola matematica, la più famosa risolutrice di problemi dell’antichità, il cui amore per la disciplina le costò la vita per mano del fanatismo religioso e sessista, alle matematiche del secolo dei lumi, come Maria Gaetana Agnesi (1718-1799), nota come una delle migliori matematiche europee e la prima donna ad essere chiamata a ricoprire una cattedra universitaria, all’Università di Bologna, o Sophie Germain (1776-1831), esperta di teoria dei numeri e di fisica, alle grandi matematiche del XIX sec, come Sofia Kovaleskaja (1850-1891), professore all’Università di Stoccolma, e Emmy Noether (1882-1935), fondatrice dell’Algebra moderna, «il più importante genio creativo della matematica prodotto da quando l’istruzione superiore è stata aperta alle donne» (A. Einstein), alla quale fu preclusa la libera docenza all’Università di Gottinga.

Prima fra le matematiche italiane del Novecento fu la siciliana Pia Nalli, seguita da Maria Pastori (1895-1975), ordinario di Meccanica razionale all’Università di Messina, Maria Cibrario Cinquini (1905-1992), ordinario di Analisi matematica a Cagliari e professore emerito all’Università di Pavia, Maria Biggiogero Masotti, ordinario di Geometria presso il Politecnico di Milano.

Nata a Palermo il 10 febbraio 1886, non ebbe praticamente altri interessi che riempissero e dessero senso alla sua vita al di fuori della matematica. Non c’è traccia di uomini nella sua esistenza, se si esclude la sua devozione per Giuseppe Bagnera, il maestro che la iniziò agli arcani della disciplina.

E ciò non mancò di attirarle nel mondo accademico e tra i suoi allievi, non sempre meritevoli o spaventati delle impegnative prove d’esame cui li sottoponeva, i pettegolezzi consueti specialmente negli ambienti provinciali e le critiche di “zitella acida”, che si alimentavano delle leggende sui suoi proverbiali scatti d’ira, sul suo carattere scontroso, sul suo linguaggio spartano, sulle sue fattezze non proprio aggraziate, sul suo sciatto e ridicolo modo di vestire.

Laureatasi in Matematica a Palermo nel 1910, discutendo una tesi assegnatale dal Bagnera, ottenne nel 1914 la libera docenza con la dissertazione Esposizione e confronto critico delle diverse definizioni proposte per l’integrale definito di una funzione limitata o no (Palermo 1914) e divenne prima professore straordinario di Analisi a Cagliari (1921-1923), poi professore ordinario nella stessa sede fino al 1927, quando si trasferì a Catania nella cattedra di Analisi algebrica.

Il cruccio della sua vita fu di non essere mai riuscita a soddisfare la sua aspirazione di trasferirsi nella sua città natale dall’ateneo catanese, dove si sentiva un’intrusa, tanto poco valorizzata da non essere mai stata invitata e accolta fra i membri di nessuna Accademia o chiamata a giudicare un concorso universitario o avere attribuito un qualche incarico di prestigio, che la ponesse all’attenzione del panorama nazionale. E ciò mentre per l’ateneo palermitano le furono sempre preferiti matematici di sesso maschile e di statura inferiore alla sua. Ma la Nalli «possedeva l’orgoglio dell’autentico scienziato di razza, che Le impediva di mendicare i riconoscimenti e le cariche» (G. Fichera, Necrologio, «Bollettino UMI», S. Ili, voi. XX , 1965, n. 6).

Sicché la sua non insolita vicenda può suonare per noi sintomatica di come, tra le corporazioni, quella accademica e scientifica rimanga, a tutt’oggi, la più attenta a difendere e custodire gelosamente i privilegi della propria casta. E innegabile, infatti, che la sua produzione scientifica sia stata di grande rispetto sin dagli anni della Dissertazione per la libera docenza, che rivelava come «la giovane analista avesse saputo penetrare e profondamente impadronirsi di una materia che a quell’epoca era ancora tutt’altro che asse stata e anzi in via di formazione».

Alle prime ricerche nell’indirizzo di studi del Bagnera, dove diede già prova di grande originalità, seguirono gli studi sulla teoria dell’integrale proseguendo le fondamentali acquisizioni di Borel, Lebesgue, de la Vallée Poussin, Vitali e Denjoy, e infine, dopo essersi applicata alle ricerche «sulla sommazione delle serie, l’analisi reale e l’analisi funzionale», approdò al «calcolo differenziale assoluto di Ricci e Levi Civita». Si vedano al riguardo pubblicazioni come Generalizzazione di alcuni punti della teoria delle equazioni integrali di Fredholm (Milano, 1919) o Sulle derivate seconde generalizzate e sugli sviluppi in serie trigonometriche delle funzioni integrabili secondo Denjoy o Sulle equazioni integrali (Roma, 1918-1919) o ancora Sopra un’applicazione della convergenza in media (Roma, 1920-1921).

Ritiratasi dall’insegnamento nel 1949, finì i suoi giorni a Catania, nel 1964, dimenticata dalla comunità scientifica, ma senza che opponesse resistenza perché così non fosse, con l’unico superstite rammarico che i suoi occhi, ormai quasi ciechi, gli impedissero di fissare per l’ultima volta lo sguardo sui suoi amatissimi numeri, ragione prima e ultima della sua dura, solitaria esistenza.

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