Accadde…oggi: nel 1868 nasce Clarice Gouzy Tartufari, di Carlo D’Alessio

Clarice_Tartufari

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Nacque a Roma il 14 febbr. 1868, da Giulio e da Maria Luisa Servici.

Il padre era francese e di confessione protestante (si convertì al cattolicesimo per rendere possibile il matrimonio), mentre la madre discendeva da una famiglia di piccola nobiltà che inizialmente osteggiò la relazione per ragioni economiche e religiose. L’infanzia della G. fu turbata da eventi luttuosi: a distanza di quattordici mesi l’uno dall’altra le morirono prima la madre e poi il padre; così, a cinque anni, si trasferì con i fratelli, Carlo e Roberto, nella casa del nonno materno presso Novilara, nella campagna pesarese. L’austera figura del nonno e, dopo la sua morte, quella più mite ma decisa dello zio materno, Alfonso Servici, furono i punti di riferimento della sua prima educazione. Essi rivivono, insieme con tanti altri protagonisti della vita contadina e il paesaggio campestre dominato dal castello di Novilara, nel libro di memorie Il gomitolo d’oro (Milano 1924), in cui la G. rievoca con affetto questa stagione della sua vita che, nonostante fosse rimasta orfana, si svolse serenamente.

L’istruzione della G. fu affidata ad alcuni precettori privati, ma gran parte della sua formazione letteraria, anche dopo il trasferimento a Pesaro nel 1880, fu frutto di autonome letture – sviluppatesi inizialmente in modo disordinato e pieno di entusiasmo – tra il melodramma di P. Metastasio e G. Verdi, le poesie di A. Aleardi, i romanzi di T. Grossi e quelli di J.-J. Rousseau.

Prima di trasferirsi a Bagnore di Santa Fiora, nei pressi di Grosseto, subito dopo il matrimonio con Vincenzo Tartufari (con il nuovo cognome la G. doveva firmare tutte le sue opere), tornò per breve tempo a Roma, dove esordì in campo letterario con la novella Maestra (Roma 1887), legata al tradizionale filone di letteratura al femminile, per cui si possono fare i nomi di Matilde Serao, Carolina Invernizio e, più tardi, Ida Baccini e Ada Negri, in cui la protagonista è una donna di umili origini che cerca di emanciparsi attraverso l’insegnamento.

Come emerge chiaramente dalla novella (storia delle vicissitudini di una maestrina che si scontra con una società discriminante nei confronti delle donne, e, tuttavia, per raggiungere la tranquilla serenità di un matrimonio borghese rinuncia alla sua aspirazione di rendersi indipendente attraverso il lavoro intellettuale), la G., a differenza di alcune scrittrici sue contemporanee, nonostante denunci l’ingiustizia della discriminazione, alla fine si dimostra poco incline alle posizioni di principio e preferisce risolvere i conflitti del suo personaggio in chiave conformistica e di pragmatico adattamento alla morale corrente.

Anche se fece le prime prove soprattutto in campo poetico – con le raccolte Versi (Roma 1893), Versi nuovi (ibid. 1894), Vespri di maggio (ibid. 1897) e A Giuseppe Verdi in morte della moglie (ibid. 1897), improntate al gusto tardoromantico in voga in quegli anni – la fama della G. come scrittrice è legata alla produzione narrativa e a quella drammatica, apparse in gran parte sulle riviste cui assiduamente collaborò: in primo luogo la Nuova Antologia – che dal 1918 accolse quasi tutte le sue novelle, molti lavori teatrali e alcuni articoli e recensioni -, ma anche La Donna di Torino, La Ricreazione e il Fanfulla della domenica di Roma, nonché altre testate di minore rilievo. Negli anni precedenti la prima guerra mondiale ottenne notevoli successi anche all’estero, e suoi lavori furono tradotti in francese e in tedesco. In Italia, il suo teatro fece parte per anni del repertorio di varie compagnie, come nel caso di La salamandra, rappresentata al teatro Valle nel 1906 dalla compagnia di A. Maggi, o della commedia L’eroe (Torino-Roma 1904; tradotta in tedesco da J. Mager: Mammon, München 1906), portata in scena in versione dialettale veneta da F. Benini.

Il teatro della G. si inscrive nel filone tradizionale del dramma borghese, pur distinguendosi per un più spiccato interesse al sociale che trascende le finalità di puro intrattenimento tipiche del genere. Nelle commedie, in particolare, la G. si dimostra capace di fondere una ironica grazia con la serietà dell’impegno, esercitando gli strumenti di una garbata critica nel trattare temi di attualità, come, per esempio, quello, da lei prediletto, del ruolo della donna. È il caso di Le modernissime (Roma 1902), commedia di costume in tre atti, pubblicata con lo pseudonimo di Carlo Gouzy, il fratello maggiore morto prematuramente; la pièce, ambientata nel mondo borghese di Treviglio, nei pressi di Milano, narra di due giovani arrampicatrici sociali, le sorelle Caterina e Carlotta Negri, che si servono della propaganda femminista per migliorare la loro posizione beffando le signore borghesi – le quali, a loro volta, aderiscono alle nuove idee per seguire la moda e senza alcun profondo convincimento -, ma non riescono a realizzare il sogno di un ricco matrimonio, in seguito alla rivelazione del loro raggiro.

La narrativa della G., ancor più della produzione teatrale, è caratterizzata da sinceri intenti umanitari e di analisi sociale, che la portano a delineare con tratto preciso situazioni e ambienti, tanto che alcuni critici hanno parlato per lei di toni balzachiani; tra i numerosi riconoscimenti vi fu quello di B. Croce, il quale, confrontandola con Grazia Deledda, le riconobbe “temperamento assai più robusto, sguardo più ampio e un sentire più vigoroso e compatto” (La letteratura della nuova Italia, VI, Bari 1940, pp. 323-338; la citazione è a p. 323). Altra caratteristica dello stile narrativo della G. risiede nella capacità di tratteggiare, con pregevole scandaglio psicologico, la fisionomia morale dei suoi personaggi, con particolare riguardo alle figure di anziani o a quelle femminili, come in Fungaia (Roma 1908) e All’uscita del labirinto (Bologna 1914).

Il primo romanzo si svolge a Roma, nel periodo degli scandali bancari, e ne è protagonista la famiglia Matarelli, espressione di quella piccola borghesia romana apatica e conformista che tornerà, seppur collocata in un differente periodo storico e con un più significativo impatto etico e stilistico, nella narrativa di A. Moravia. Al centro di All’uscita del labirinto è invece Leonetta, figura femminile alfine capace di conquistarsi, sia pure attraverso la solitudine che consegue l’abbandono dei vecchi schemi di comportamento attribuiti alle donne, una propria autonomia umana e sociale.

Di fatto nella narrativa della G. – che non si identifica fino in fondo né con i modelli ideologici e stilistici del verismo né con quelli del decadentismo, distaccandosi anche dal facile autobiografismo di certa scrittura femminile dell’epoca – trovano spazio molti temi scottanti della società del tempo, articolati, però, in schemi oppositivi troppo rigidi che nuocciono, il più delle volte, al libero dispiegarsi degli intrecci e delle psicologie, trasformando le sue opere in romanzi a tesi: così accade per il conflitto tra i rappresentanti di una società aristocratica ormai infiacchita e i nuovi ricchi, rozzi e privi di scrupoli ma pieni di energia, che prende corpo in Eterne leggi (Roma 1911); o nella contrapposizione che, all’indomani della guerra mondiale, si stabilisce tra chi ha patito sulla sua pelle il conflitto e chi ha solo speculato su di esso, sviluppata in Il dio nero (Firenze 1921), romanzo che, insieme con La nave degli eroi (Foligno 1927), costituisce un interessante spaccato della vita italiana nel primo quarto del XX secolo. Il contrasto tra modernismo e cattolicesimo tradizionalista è analizzato in Il mare e la vela (Firenze 1924) ma si trovava già in Il miracolo (Roma 1909; traduz. tedesca: Das Wunder, Stuttgart 1911), da molti considerata la sua opera migliore.

In questo romanzo, benché sia uno dei primi, la G. già rivela in pieno capacità di costruire calibrate architetture narrative e di approfondimento psicologico, inserendo vivaci figure minori e quadri paesaggistici dotati di autonoma grazia rappresentativa nella melodrammatica vicenda di una giovane vedova di provincia, nobile, che per essere diventata l’amante di un professore tedesco – la cui figura è chiamata a rappresentare la forza vitale delle passioni – è agitata da rimorsi e scrupoli, radicati in lei dall’ambiente provinciale e dall’educazione cattolica.

La G. morì a Bagnore di Santa Fiora il 2 sett. 1933.

Oltre a quelle già citate nel testo, si ricordano ancora fra le opere teatrali: Logica, Roma 1900; Arboscelli divelti, ibid. 1901; Dissidio, ibid. 1901; La testa di Medusa, Torino-Roma 1910. Per la narrativa: Roveto ardente, Roma 1905 (traduz. tedesca di K. Brenning, Der brennende Busch, Berlin 1910); Il volo di Icaro, Torino 1908; L’albero della morte, Roma 1912; Il giardino incantato, ibid. 1912; Rete d’acciaio, Milano 1919; Lampade nel sacrario, Foligno 1929; L’imperatrice dei cinque re, ibid. 1931; “Ti porto via!”, Milano-Roma 1933; L’uomo senza volto (con prefaz. di A. Tilgher), Roma 1941.

http://www.treccani.it/enciclopedia/clarice-gouzy_(Dizionario_Biografico)/

http://www.liberliber.it/libri/t/tartufari/index.php

http://it.wikipedia.org/wiki/Clarice_Tartufari

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