“Lingue morte a chi? Parole greche e latine del dialetto siciliano” di Igor Gelarda, storico appassionato

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Nulla di più scorretto quando chiamiamo morte lingue come il greco o il latino, per il semplice fatto che non sono più usate da nessun parlante. In realtà queste due lingue non sono affatto scomparse, ma si sono trasformate, in maniera lenta e più o meno profonda per dare origine una al Greco moderno, con forti influssi anche sul latino e su altre lingue; e l’altra alle lingue romanze, o neolatine. Tra le lingue romanze c’è l’Italiano e per derivazione anche il Siciliano.

Lungi da me l’idea di entrare in difficili questioni linguistiche e filologiche circa le origini del siciliano e se questi sia un dialetto o una lingua. Voglio solo ricordare come il siciliano godesse di un prestigio letterario ancor prima del toscano, e come esso sia stato utilizzato come lingua ufficiale e diplomatica tra XIII e XV secolo! Uno studio statistico fatto su circa 5.000 parole siciliane indica che oltre il 50 per cento delle parole deriva dal latino, il 15 per cento dal greco, solo il 6 per cento dall’arabo e dal francese.

La lingua latina si parlò in Sicilia, come in buona parte d’Italia per parecchi secoli. Certo quale latino si parlasse nell’isola, visto che come tutte le lingue anche la lingua di Cicerone ebbe differenziazioni temporali o geografiche, non ci è dato da sapere. Anche perché il latino parlato in Sicilia si innestava in un sostrato linguistico già esistente che sicuramente finì per condizionarlo.

Tuttavia le tracce evidenti di latinismi nel siciliano moderno non sono moltissime, perché parole e locuzioni latine si fusero con l’Italiano, e poi divennero esse stesse italiano. Dal punto di vista lessicale si assiste allo sviluppo di vocaboli di derivazione direttamente latina come sartània (padella), dal latino sartaginem; anciu (largo), dal latino amplum; u trìspitu (cavalletto) dal latino trespes/trespedis; u capizzu (capo del letto) dal latino capitium che vuol dire cappuccio; nutricari dall’ uguale latino nutricari; tràsiri dal latino transire, cioè andare oltre; filìnia ragnatela, dal latino fuligo (fuliggine). Crassus, che in siciliano diventa grasciu o grascia. Ma ancora muscaloru, il ventaglio per le mosche ormai demodé viene da muscarium. Indico infine che una cosa tipicamente palermitana come le stigghiola, hanno un nome che proviene dal tardo latino extiliola (a sua volta diminutivo di exta, interiora appunto)! Dal latino medievale abbiamo firriari, che vuol dire girare e che viene da feriari, ossia andare in giro per le fiere, ma anche il meno nobile lanzarsi da lanzare.

Come locuzioni ne voglio ricordare due particolarmente significative: Hodie est annus, che noi traduciamo oggiallannu, ed Ante oram, che mi sembra quello che ha mantenuto l’aspetto latino più puro con la sua traduzione in Antura. E ancora del latino abbiamo conservato il dittongo au in parole come ad esempio tauru, cauru o cavuru e addauru (alloro).

Diversa è stata invece la “resistenza” della lingua greca, che è stata assorbita dall’italiano in maniera meno automatica. Ricordiamoci che i Greci vissero in Sicilia due momenti di gloria. Prima dei Romani, nel periodo della ellenizzazione, con le colonie della magna Grecia, specialmente nella zona orientale e centrale dell’isola (Palermo non fu mai colonia greca!). Alcuni secoli dopo, all’inizio del VI secolo, con i Bizantini, che arrivarono a conquistare tutta l’isola. Per le parole di origine greca non è facile stabilire quando i siciliani iniziarono ad usarle, se in occupazione pre-romana o in periodo bizantino. Ma potrebbe anche darsi che tali parole siano giunte in Sicilia in maniera differente, anche attraverso gli stessi latini la cui lingua già nel III secolo a.C., aveva preso in prestito numerose parole dal greco.

Vediamo alcuni grecismi del dialetto siciliano: il mommo, ossia il guardone, per quanto poco nobile come figura in se, a livello linguistico deriva dal perfetto Ommai di Orao, che vuol dire guardare…ed effettivamente il mommo è uno che guarda fin troppo! Vastasu viene da Bastazo (che porta pesi, quindi il corrispondente di facchino); Kerasos diventa Cirasa; Babazein, che in realtà è un raddoppiamento poetico di Bazo (Ciarlare), diventa il nostro Babbiari, quindi parlare troppo; Lipos – Lippu; Baukalis – Bucali; Keiros – Carusu; Rastra – Grasta; Bubulios (recipiente di creta per l’acqua) diventa in siciliano u Bummulu, da cui anche bummuluni per gli ematomi sulla testa. Pistiare in siciliano viene da Estiao (banchettare appunto), mentre Babbalùciu da boubalàkion.

Mentre annacare, usato come cullare, successivamente usato come dondolarsi ma anche perdere tempo, viene da Nachè greco, che vuol dire appunto culla (comune al dialetto calabro e della baslicata)! Il timpagnu viene dal greco tumpánion fondo di una botte, ma anche coperchio (e chi di voi non ha tentato, almeno una volta nella vita, di dare un colpo al cerchio ed uno alla botte?). Il càntaru usato da Giufà per fare i bisognini viene da kántharos. Fare come una taddarita, significa fare molta confusione, proprio come il pipistrello in una grotta (viene dalla forma accusativa della parola greca nukteruda che viene da nikteris). Sarebbe, infine, di origine greca anche il suffisso -otu che viene aggiunto al nome di borghi o città per creare dei sostantivi come ad es. lipariotu, partinicotu, capizzotu etc. Altro che lingue morte, dunque, vive vivissime nel quotidiano di noi siciliani. La prossima volta parleremo di arabismi, francesismi e spagnolismi del nostro quotidiano.

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