Accadde…oggi: nel 1830 nasce Giuditta Tavani Arquati

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“la ribelle di Trastevere che morì sognando l’Italia unita” di Melania Mazzucco

ALLE due del pomeriggio del 25 ottobre 1867, trecento zuavi e gendarmi guidati dal capitano Vinay e da Luigi Rossi della polizia pontificia sbucarono da vicolo del Moro in via della Lungaretta. Una spia li aveva avvisati che cento ribelli armati si nascondevano nel lanificio di Giulio Ajani. Un intero isolato di fabbriche e caseggiati a Trastevere, da via della Lungaretta al fiume, fu circondato. Il rione era deserto: sbarrate le porte delle case, chiuse le botteghe. Ma non perché era l’ora di pranzo: la città era in stato d’assedio. C’era il coprifuoco. Per le strade circolavano solo truppe. Dieci mesi prima l’esercito francese aveva lasciato Roma – dopo che il giovane Regno d’Italia aveva promesso di non attentare alla libertà dello Stato del Papa – e gli eventi erano precipitati. Roma pullulava di volontari democratici e repubblicani, mercenari, agitatori, poliziotti, spie. E tutta l’Italia era in fermento. Garibaldi, anzianoe malato di artrite, voleva tentare l’ultima impresa: nel 1860 coi Mille aveva conquistato il Sud – ora doveva prendere Roma. Il governo italiano lo fece arrestare alla frontiera dello Stato Pontificio, scatenando tumulti in tutto il regno. Garibaldi fu confinato a Caprera, ma lanciò un proclama inequivocabile: «I Romani hanno il diritto degli schiavi, di insorgere contro i loro tiranni: i preti. Gli Italiani hanno il dovere di aiutarli, e spero lo faranno». Così il 30 settembre l’azione era iniziata. Il piano prevedeva che tre colonne (guidate dal figlio Menotti, da Nicotera e da Acerbi) marciassero su Roma da Nord, da Sud e dalla Maremma, attirando i pontifici allo scontro, fuori dalle mura. A quel punto, i comitati d’azione – guidati dal deputato della Sinistra Francesco Cucchi, entrato in città clandestino sotto falso nome – avrebbero scatenato l’insurrezione.

Garibaldi evase rocambolescamente da Caprera e si mise alla testa dell’esercito di volontari, mentre dentro Roma si attendeva con ansia l’ora della rivolta.

Uno dei capi del movimento era Giulio Ajani, proprietario del lanificio di via della Lungaretta.

L’altro era una donna: Giuditta Tavani, moglie del direttore della fabbrica, Francesco Arquati. Ajani aveva 32 anni, lei 37. Entrambi erano di famiglia agiata, avevano industrie, terreni e greggi. Erano imprenditori borghesi in una città di aristocratici e plebei – di servitori, osti, barcaioli e preti.

Il giorno stabilito per l’insurrezione di Roma era il 22 ottobre.

Alle 7 di sera i muratori Monti e Tognetti fecero saltare con una bomba una caserma a Borgo, uccidendo 22 zuavi francesie ferendone 12: però in quel momento in caserma c’erano solo i componenti della banda, e così morirono innocui musicisti e qualche passante. Si combattè sul Campidoglio, a piazza Colonna, a porta San Paolo e ai monti Parioli. Ma i romani rimasero passivi, i fratelli Cairoli furono massacrati con la loro colonna tra i mandorli di Villa Glori, e il 24 ottobre era già tutto finito. I superstiti degli scontri si rifugiarono nel lanificio di Trastevere, dove da settimane non si filavano panni di lana ma si fabbricavano proiettili e si coordinavano le operazioni.

Giuditta Tavani si incaricò di sfamarli e incoraggiarli. Figlia di un combattente della Repubblica Romana del 1849, era cresciuta nel culto eroico della libertà d’Italia, e lo aveva trasmesso ai figli.

Sposata a 14 anni, ne aveva avuti 9 secondo alcuni testimoni, 4 secondo altri. L’ultimo non era ancora venuto al mondo: Giuditta era incinta.

La sera del 24 ottobre Ajani, gli Arquati e il deputato Cucchi si riunirono nel lanificio e decisero di resistere – nascosti – fino all’arrivo di Garibaldi, che era già a Monterotondo. Giuditta disse: «Da questa casa non uscirà nessuno, sinché non siasi deciso il da farsi. Se altri non si muoverà, ci muoveremo noi. A noi il far insorgere Trastevere. Il popolo è ancora commosso e agitato: il segreto delle rivoluzioni sta nell’ardire». La mattina del 25 Giuditta preparava il pranzo per gli ospiti del lanificio mentre Ajani si spostò in casa Arquati – dirimpetto, in piazza di Santa Rufina, dove c’erano le figlie di Giuditta: Rosa e Virginia adolescenti e la piccola Adelaide di tre anni. Lì bussarono i gendarmi. Dopo una rapida sparatoria, Ajani fu sopraffatto e arrestato. Intanto il figlio di Giuditta, Antonio, dodicenne, di sentinella sull’altana, segnalava l’arrivo delle truppe. I fatti seguenti sono ricordati con partigiane varianti dalle due fazioni, ma entrambe concordano su questo: fu il bambino a tirare una bomba a mano sui soldati.

Cominciò la battaglia. Gli assediati avevano fucili, schioppi, bombe a mano, pistole, pugnali, picconi e pali di ferro. Sparavano dal tetto e dalle finestre. Giuditta Tavani caricava le armi e tirava bombe, incitando i compagni.

Gli zuavi sparavano dalla strada, dal campanile del vicino convento di monache, dalle case circostanti. Per ore incontrarono una accanita resistenza, tanto da chiedere il supporto di altri 300 zuavi con l’artiglieria pesante.

Tuttavia gli insorti avevano armi scadenti, o erano tiratori inesperti perché riuscironoa fare solo due feriti leggeri (un terzo morì poi per un’infezione). Quando finirono le munizioni, lanciarono mobili, vasi, tegole, sassi, stoviglie. Poi si fece silenzio. Una dozzina di ribelli decisero di sacrificarsi, proteggendo la ritirata agli altri, che tentarono la fuga sui tetti o nelle cantine, verso il Tevere.

Gli zuavi sfondarono la porta e fecero irruzione in casa. Al primo piano trovarono Giuditta, ferita, il bambino e il marito – e li sventrarono con la bajonetta. Si combatté stanza per stanza, corpo a corpo. A parte due garibaldini di Venezia e Trieste, dentro erano tutti romani: il capo officina Gioacchini coi due figli, operai, stallieri, calzolai, cappellai, perfino un giovane ginnasta. Alla fine, si contarono 13 cadaveri – rotti e mutilati. Due feriti morirono poco dopo in ospedale. Altri ribelli furono catturati nei dintorni: la casa degli Arquati fu saccheggiata, il lanificio devastato. Le figlie di Giuditta fuggirono a Venezia, 19 insorti furono condannati alla galera e Ajani a morte. Ma dopo la presa di Roma l’industriale riottenne la libertà. Era ormai ridotto in miseria, ma forse fu tra i 70.000 che parteciparono alla commemorazione del 25 ottobre 1870 – sul luogo del massacro, dove ancora si vedevano il sangue sui muri e i buchi delle pallottole. Giuditta Tavani e gli altri morti furono celebrati come gli ultimi martiri del Risorgimento.

La vicenda di Giuditta è stata raccontata da storici militanti (Felice Cavallotti, Mario Paganetti, Paolo Mencacci), discendenti dell’eroina (Pietro Parboni Arquati) e scrittori (l’ultimo, Claudio Fracassi, nel recente La ribelle e il Papa Re). Nel 1880 Carlo Ademollo la dipinse nel fosco quadro L’eccidio della famiglia Tavani Arquati: morta sul pavimento, fra i gendarmi, col revolver in pugno e il figlio morto sul seno. La targa apposta in via della Lungaretta 97 merita di essere citata per intero perché, con la sua sanguinosa retorica, restituisce la memoria di un Risorgimento violento: una vera guerra, anche se combattuta da pochi, che come tutte le guerre si nutre di martiri e di eroi: «L’ultimo rifugio della insurrezione tradita senza speranza di vittoria 37 cittadini per tre ore l’urto di vili e feroci mercenari sostennero per la salute di Roma strenuissimamente pugnando nel sangue versato da Francesco Arquati, e Paolo, Giuseppe e Giovanni Gioacchini, Cesare Bettarelli, Angelo Marinelli, Giovanni Rizzo, Augusto Domenicali, Enrico Ferroli, Gaetano Bartolini spenti nell’impari lotta affogò irreparabilmente il dominio temporale dei papi./Il 25 ottobre 1867 in questa casa Giuditta Tavani Arquati anima antica con la voce con lo esempio incorò i combattenti da prezzolati stranieri insieme al dodicenne figlioletto Antonio fu assassinata. Due a morte, venti altri combattenti a duri ceppi i sacerdoti di pace dannavano come a santuario qui traggono le nuove generazioni della virtù e del sacrificio di questi fortissimi figli apparando la fede onde surgono gli eroi onde scaturiscono i martiri i cittadini di Trastevere la Società Operaia Centrale Romana posero il 25 ottobre 1883».

Il viso idealizzato di Giuditta Tavani – una testa di marmo incastonata nel muro della casa sorveglia oggi il concitato passeggio sulla strada sottostante.

Chissà cosa vedono i suoi occhi abbruniti dalla fuliggine. Oggi a Trastevere si va a divertirsi, ubriacarsi e mangiare. Lei ci visse una vita febbrile. Era una trasteverina. Alta, formosa, bruna, con gli occhi neri scintillanti: un volto che non si dimenticava.

Una donna nata nel 1830, dall’anima antica, pronta a morire per fare l’Italia. Ma l’Italia che sognava non era certamente la nostra.

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