” Il giovane migrante” di Bert D’Arragon

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NdT: queste biografie sono state scritte per la mostra di Paolo Beneforti a Pistoia che rimarrà aperta fino a metà giugno)

Sono arrivato alla costa. Non vi dico del viaggio, so che stareste male per me. Mamma, sono forte, lo sai, ce l’ho fatta. Abbiamo camminato molto, sempre di notte. Il deserto è freddo di notte. Altri si sono spostati con un camion. Ma gli autisti volevano un mucchio di soldi per portarti e io li volevo conservare per dopo. Era duro, soprattutto perché di giorno non potevo dormire, era troppo pericoloso: magari mi scoprivano e mi portavano indietro. Oppure mi rubavano i soldi. Avete lavorato tutti per trovarli, tutto per darmi la possibilità di andarmene. E ora sono già a metà strada, sano e salvo, con tutti i soldi ancora lì. Era importante, perché ora servono, ora loro sono diventati tutto, senza soldi non si trova un posto in barca.

Ho visto il mare è proprio bellissimo, lo zio lo ha sempre detto, ma io non c’avevo creduto. Pensavo fosse come la sabbia, la polvere. Invece fa un effetto forte, è dolce, fresco, sempre in movimento. Ci puoi entrare dentro e ti avvolge, non ti frena, ti accoglie e ti prende. Difficile pensare che ci divide da quell’altro mondo. Chissà come sarà in Europa. L’immagino più limpida, nitida, con colori più freddi e linee nette. Non come da noi dove il caldo e il vento di sabbia confonde le forme e mescola i colori.

Di barche ce ne sono diverse. Non si sa quale prendere. Alcune costano di più, altre di meno. Io non so scegliere una barca. Allora provo a scegliere le persone. Quello che vende il posto, cerco uno che sembra essere una persona seria. Ma forse di persone serie non ce ne sono. Mi fanno tutti un po’ di paura, a volte ho pensato persino di tornarmene indietro. Però dove torno? A casa non c’è niente, solo le nostre speranze. E voi. Mi mancate. Penso che in verità ho paura di quel mondo che troverò al di là del mare. Poi penso che a casa non ho niente da fare, nessuna vita da vivere, nessun lavoro da trovare. A casa c’è l’ ieri, il domani è altrove. E da quel domani posso mandarvi dei soldi.

Lo sappiamo tutti che quelli che ce l’hanno fatta sono dei grandi. Aiutano le loro famiglie: gente che veste bene, che mangia bene, che ha i soldi per riparare la casa se vento e pioggia la danneggiano, trovano persino i soldi da dare a impiegati e ufficiali quando si deve chiedere un permesso, fare un documento. Chi ha qualcuno là, riesce a campare anche qui. Noi non abbiamo nessuno, ma voi da ora in poi avrete me. Ce la farò, ve lo devo, perché senza il vostro aiuto non sarei arrivato fin qui e non avrei potuto pagare il posto in barca.

Si, alla fine il posto l’ho preso. Ci sono riuscito. Era già piena, ma mi hanno ancora fatto salire lo stesso. I soldi sono bastati. Le altre barche invece erano troppo care. Poi a me sembrano tutte uguali. Siamo in tanti. Quello che mi piace è che stiamo tutti fuori: ho paura di stare dentro, sotto coperta che vuol dire sotto l’acqua. Meglio fuori. Mi sono comprato un cappello, hanno detto che altrimenti il sole sul mare ti spacca la testa. Non ci credevo, vengo dal deserto, da noi il sole c’è sempre. Ma gente che conosce ha detto che sul mare il sole raddoppia. E che non bisogna mai spogliarsi perché il mare ti asciuga più del deserto, succhia l’acqua dalle persone che ci viaggiano sopra. Non so se è vero ma ce la farò, tanto ci vuole solo qualche giorno per arrivare in Italia.

Ho comprato anche l’acqua, in bottiglie di plastica, piccolissime. Cose strane, acqua trasparente come l’aria. Dicono che in quell’altro mondo è sempre così. Le bottiglie sembravano troppo piccole, ma meglio così: li ho nascosto nelle mie tasche, perché quelli della barca hanno tolto le bottiglie troppo grosse alla gente che le aveva: troppo peso, dicono.

Tira un aria strana tra la gente. Non ho incontrato nessuno dal nostro villaggio. Ma qualcuno della regione c’è, lo sento dalla parlata. Una famiglia con due figli piccoli. Dice che hanno trovato i soldi grazie al nonno. Poi una coppia, li avevo visto qualche volta sull’autobus. Hanno la mia età e lei aspetta un bambino. Nascerà in Italia. Mi piace che c’è gente che mi ricorda casa, perché mi ricordano voi.

Stanotte partiamo. Il mare è calmo, piatto, senza vento. Fa caldo anche di notte. Mi sento strano: pensare di attraversare il mare mi fa capire che sono veramente partito, non tornerò a casa per lungo tempo. Non ho paura, però. Mi fa strano. Mi rende triste perché non ci siete voi – anche se in verità ci siete sempre: nei miei pensieri. Devo farcela e ce la farò. Sarò uno grande come gli altri che mandano soldi alla loro famiglia. Finalmente potrò essere orgoglioso della mia vita, così come sono orgoglioso di voi che mi avete aiutato.

Il motore della barca non vuole partire. È un ora che lo riparano, poi ci riprovano, poi lo riparano ancora. Puzza peggio degli autobus. Speriamo che ce la facciano, perché bisogna partire di notte, se fa giorno dobbiamo tutti scendere e aspettare un’altra giornata. Ormai tutti sono un po’ nervosi, abbiamo smesso di parlare, pare che anche i bimbi piccoli non piangono perché aspettano il rumore del motore che parte.

Ecco! È partito, finalmente funziona. Sento il mio cuore battere forte.

Lascio l’Africa e vado nel mondo ricco. Hanno già tagliato le funi che tenevano la barca e ci stiamo muovendo. La barca si sposta, lentamente scivola sull’acqua e va verso l’Europa. Io guardo indietro, fisso con lo sguardo le coste della mia terra che si allontanano. Poi spariscono nella notte.

Da quel momento non c’è più traccia di me.

 

http://www.tuttopistoia.com/art/123144/Oggi-terr-convento-Domenico-Biografie-inventate-invenzione-letteraria#.VVj78rCJgcB

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