Accadde…oggi: nel 1904 nasce Elda Mazzocchi Scarzella, di Valentina Orgiu

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Nel 1922 la vita di una giovane sposa si incrocia con la Sardegna. Non una donna come tante, ma quella che un giorno, tanti anni dopo, sarà conosciuta in Italia come “la mamma dei nidi”, la fondatrice del Villaggio della madre e del fanciullo, istituzione assistenziale tuttora operante a Milano e che, dal dopoguerra ad oggi, ha offerto accoglienza, cure e sostegno a migliaia di donne e bambini.

Il 6 gennaio di quell’anno un piroscafo salpava da Civitavecchia per portare, per la prima volta nell’isola, Elda Mazzocchi Scarzella. Non un viaggio di piacere, ma un vero e proprio trasloco dal capoluogo lombardo per seguire il marito Enzo, ingegnere, sposato il mese prima e che per volere del padre doveva occuparsi di una grossa tenuta nell’Iglesiente. Nella valigia i desideri e le speranze di una donna che iniziava la vita matrimoniale con l’uomo che amava e a cui aveva legato il suo destino, per sempre.

Il suo è stato un “percorso d’amore” – dal titolo della biografia pubblicata ultranovantenne da Giunti nel 1998 – cominciato a Domusnovas, all’epoca un piccolo paese di minatori ad appena 40 km da Cagliari. “Il nome mi affascinò subito, lo sentii mio”.

E in quell’atmosfera e in quell’ambiente, così diversi e ancora troppo distanti per scienza e pensiero dalle abitudini e dagli usi della metropoli milanese, la vita di Elda Scarzella Mazzocchi cambiò totalmente, prese una direzione forse per lei inaspettata. Fu allora che questa giovane donna, arrivata in Sardegna appena sedicenne e nel frattempo diventata mamma di Isabella e Alberto, cominciò a inseguire un sogno: creare un luogo, una struttura dove la sua vocazione pedagogica, fino a quel momento inespressa, potesse tornare utile a madri e bambini.

“Non c’era nulla quando arrivai sposa sedicenne”, scrisse molti anni dopo nel suo libro, in una dedica a Vittorio Orrù, responsabile della Biblioteca e Centro culturale “Gesualdo Pellegrini” di Domusnovas.
Senza fretta, con garbo e discrezione, entrò in contatto con la gente del paese. Dapprima governanti e fattori, e poi giovani donne che si rivelarono preziose collaboratrici per la realizzazione del suo progetto: l’avvio della scuola materna comunale.

Per l’istituzione dell’asilo infantile si era creato in paese un comitato e il Comune aveva già assunto un’insegnante di Cagliari, con quattro figli. Mancava però ancora lo spazio fisico dove i bambini potessero stare insieme e giocare. Da qui l’intuizione di Elda Scarzella Mazzocchi che mise a disposizione un vasto locale con cortile annesso alla sua casa. In poco tempo arrivarono anche i banchi , i grembiulini, i pasti caldi e il taglio dei capelli e delle unghie. Nel refettorio, inoltre, era previsto anche il pranzo per le mamme che allattavano i propri piccoli.
Lentamente, giorno dopo giorno, mese dopo mese, e per qualcuna più refrattaria anno dopo anno, attraverso i bimbi conquistavo la fiducia delle madri”.

Stima e reciproco affetto univano lei e le sorelle Peddis. Quattro belle fanciulle in età da marito che si dedicarono all’asilo improvvisato con la stessa passione ed entusiasmo della loro amica milanese. Per tanti anni, le furono al fianco in questa coinvolgente avventura.

Antonia, Eleonora, Maria e Gianna. Come delle moderne tate, insieme ad altre giovani volenterose di Domusnovas, si occupavano dei bambini, impegnandoli in giochi e divertimenti, ma anche insegnando alle fanciulline l’arte del ricamo e del cucito e i primi rudimenti della cucina.

Il loro rapporto di amicizia durò per tutta la vita. Si scrissero fino alla loro scomparsa”, rivela la nipote Chiara Carta, figlia di Angela, la minore delle signorine Peddis. “Mie zie raccontavano che era una donna bellissima. Andava a cavallo, riceveva in casa per il the delle cinque, invitava le amiche ad ascoltare la radio e fumava pure le sigarette, marchio di spregiudicatezza ed emancipazione”.

All’inizio degli anni Trenta l’asilo infantile non aveva ancora una sede adeguata, sempre accampato nel cortile di casa Scarzella Mazzocchi. Le casse comunali non potevano, infatti, sobbarcarsi l’onere finanziario della costruzione dell’edificio. Ma, ancora una volta, lo spirito generoso e altruista, unito al carattere tosto e combattivo della signora Elda, ebbero la meglio. “Girò in lungo e in largo tutta l’Italia per chiedere donazioni ai suoi amici facoltosi”, racconta Chiara. “I fondi per l’asilo arrivavano dalle sue frequentazioni, dagli ospiti che riceveva e che contraccambiavano l’ospitalità con somme destinate alla realizzazione della scuola materna”.

Il suo instancabile attivismo e la determinazione nel raggiungimento dello scopo la portarono anche ad organizzare delle manifestazioni di beneficenza per la raccolta di denaro. Le cronache dell’epoca riportano di una kermesse, nel cortile di casa, con tanto di banda del reggimento militare, suonatori di launeddas, donne in costume sardo, buffet, lotteria e, perfino, un cammello come attrazione principale della festa, messole a disposizione per l’occasione da un nobile, suo vicino nella Contea di Oridda, che si dice avesse fatto arrivare dall’Africa una coppia dei bizzarri animali per eliminare le siepi di fichi d’India dalla sua tenuta.

Il nuovo asilo fu edificato in bello stile architettonico nei terreni comunali di Is Argiolas de Basciu. Inaugurato il 2 luglio del 1933, funzionò nella stessa sede fino agli anni Settanta. Ma la realizzazione del suo sogno coincise con la decisione della famiglia Scarzella Mazzocchi di lasciare la Sardegna. Il lavoro del marito Enzo a Domusnovas era ormai avviato, doveva rientrare a Milano e lei si preparava a seguirlo. Era giunto il momento del distacco.
“Piangevo come una bambina, nell’uscire dal cancello di quella nostra casa che sentivo un’unica cosa con me. Mi dicevano: tornerai in Sardegna, non piangere, la Sardegna non si può dimenticare”.

Rientrata a Milano, la signora Elda mise a frutto l’esperienza nell’isola e realizzò nel 1945 il Villaggio della Madre e del Fanciullo. Dapprima una struttura di fortuna, nelle baracche di Palazzo Sormani, con ospiti le giovani madri reduci dai campi di concentramento e, poi, l’attuale sede al QT8, progettata dall’architetto Alberto Scarzella, suo figlio, in collaborazione con il collega e amico Fabio Mello. Dal dopoguerra fino ai nostri giorni, ne sono passate a migliaia di ragazze con bambini, e ancora oggi l’ente, in via Fratelli Goya, continua il suo lavoro, accogliendo le donne povere, maltrattate, che devono scappare di casa.

Il “Villaggio” fu un vero e proprio laboratorio culturale, un centro di riferimento pedagogico e psicologico che contribuì a contrastare la ghettizzazione delle madri sole, restituendo dignità e nuova vita a giovani disgraziate, spesso relegate ai margini della società. Il suo immenso valore fu di aver dato impulso, anni dopo la Montessori, alla crescita di una nuova scuola di pensiero sull’infanzia e sui suoi diritti, al punto che il suo modello è tuttora oggetto di studi in Europa e negli Stati Uniti.

Al centro di accoglienza Elda Scarzella Mazzocchi, insignita anche della Civica Medaglia D’Oro, ha dedicato tutta la propria vita, rimanendo Presidente Onoraria fino alla morte nel 2005, a Milano. Si è spenta centenaria il 6 maggio, alla vigilia della festa della mamma, ricorrenza che aveva sempre vissuto in modo speciale al villaggio con le madri e i bambini. Oggi riposa al Famedio del Cimitero Monumentale.

Mia madre si sposò a sedici anni e, quindi, la sua formazione culturale si fermo alla civiltà spartana. A dimostrazione che la cultura affina, ma non è la sola motrice dello sviluppo del pensiero umano”, mi spiega al telefono Alberto Scarzella, secondogenito della signora Elda. “Io sono legatissimo alla vostra Isola, forse più che alla mia regione. Direi proprio senza il forse”.

In Sardegna è tornata poche volte, ma sempre accompagnata dall’identica emozione con cui, il 6 gennaio del 1922, toccò il suolo sardo. L’ultima è stata nel 1998 quando vinse il premio Alghero Donna per la narrativa.

Venni con mia madre in occasione del premio letterario, e lei volle anche tornare a Domusnovas per la prima volta dopo l’addio alla Sardegna. Fino ad allora era stata solo a Cagliari per un convegno internazionale sul prenatale e sui primi tre anni di vita del bambino. Io l’ho accompagnata, e sono rimasto scioccato dall’accoglienza. Sembrava fosse arrivata una santa. Processioni interminabili di persone che venivano a ossequiarla, giovani che la volevano conoscere, incuriositi dai racconti ricorrenti dei nonni.
Tutto il paese si era dato da fare per raccogliere testimonianze fotografiche dell’epoca per poi farle ripulire da un fotografo professionista e allestire una mostra che documentasse il decennio di permanenza di mia madre nella loro comunità. Non potevo credere  a quello che vedevo.
Avendo fatto le scuole in continente, la vera storia non mi era stata raccontata e così scoprii come, con l’avvento dell’unità d’Italia, i piemontesi occuparono la Sardegna a mò di colonia
”.

La disponibilità umana di questa donna, così semplice e al tempo stesso complicata, è viva e profonda in questo figlio oggi ottantenne. “Al convegno a Cagliari, il terzo giorno all’ora del banchetto, sopraggiunse un cantore di launeddas. Presentatosi, si scusò per essere arrivato al termine dell’incontro, ma era venuto a piedi da Domusnovas. D’altra parte doveva  assolutamente abbracciare la madre di suo figlio e cantarne la storia. La cosa, li per li, lasciò tutti un po’ perplessi, poi mia madre, dopo aver abbracciato il vecchio raccontò come, proprio nel periodo in cui mi stava allattando, venne a sapere che la moglie del cantore di launeddas, dopo aver partorito un maschietto, era stata colpita da una malattia che poteva danneggiare la salute del suo piccolo e, pertanto, non poteva dargli il seno. Si propose subito come balia e allattò il piccolo unitamente al suo figliuolo. Mia mamma aveva soltanto ventidue anni”.

Di quell’asilo, a Domusnovas, oggi sono rimaste unicamente le fondamenta, sostituito da una moderna costruzione che ospita la Biblioteca comunale. Accanto alla sua casa, un bellissimo spazio verde che tutti, in paese, conoscono come Parco Scarzella. E che tuttora, come tanti anni fa, nelle lunghe sere d’estate si riempie di risate e giochi di bambini. Così come sarebbe piaciuto a lei.


“Quando ottieni la fiducia di un sardo, ce l’hai per la vita. Fiducia piena, che ti obbliga a una verifica continua di ciò che dici e fai, per non deluderli. Il punto è che non li deludi più perché sempre giustificheranno un tuo sbaglio. Un’apertura di credito di cui ho vissuto tutta la responsabilità”.

http://www.ladonnasarda.it/magazine/donne-semplici/3112/elda-scarzella-mazzocchi-la-mamma-degli-asili.html

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