Accadde…oggi: nel 1906 nasce Virginia Galante Garrone, di Roberto Carnero

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Una vita nella scuola e per la scuola, quella di Virginia Galante Garrone. Nata a Vercelli nel 1906, è stata sorella di Alessandro e Carlo, che diventeranno entrambi sostenitori del Partito d’Azione clandestino e poi militanti nella Resistenza.

Nel 1930 si laurea in Lettere all’Università di Torino e subito dopo inizia la sua carriera di docente, che la vedrà impegnata, dal 1933 al 1968, in diversi istituti magistrali: per lo più a La Spezia, a Vercelli e a Torino. Da subito, infatti, intuisce che la propria vocazione è proprio l’insegnamento: “quella […] era la ‘mia’ vita, la ‘mia’ verità: dare agli altri quello che io avevo avuto”.

Prima della morte, avvenuta nel 1998, compone questo Dopo il fiore, ultima opera della scrittrice, che aveva esordito nel 1981 all’età di settantacinque anni. Inizialmente il testo era stato stampato in proprio dalla famiglia dell’autrice in occasione del suo novantesimo compleanno. Ora esso viene ripubblicato in una nuova edizione, introdotta da Giovanni Tesio.

È un libro di memorie, che vedono nella scuola il loro scenario principale. Innanzitutto si tratta dei ricordi di scolara, dalla prima elementare, frequentata ad Alba in una scuola di suore, per poi passare a Torino, seguendo gli spostamenti del padre professore di latino e greco in diversi istituti.

Nel capoluogo piemontese Virginia frequenterà anche il ginnasio e il liceo classico. Sono ricordi che consentono all’autrice, ormai novantenne, di riafferrare frammenti di esperienza e di ricomporli in un quadro più ampio, il tutto in una scrittura nitida e precisa, in uno stile colloquiale, diretto e immediato, che tuttavia spesso si impreziosisce di qualche citazione letteraria, il più delle volte tratta proprio da quei classici della letteratura italiana che per tanti anni l’autrice ha avuto la fortuna di insegnare.

Sono molto belle le pagine in cui Virginia Galante Garrone si intrattiene a riflettere sul senso dell’insegnamento. La gioia di questa professione consiste per lei nel riuscire a trasmettere le passioni che si nutrono in prima persona. Come quella per la poesia, ricevuta sui banchi del ginnasio da un professore-poeta che era stato allievo di Pascoli e che alludeva con pudore a questa sua figliolanza spirituale e letteraria. Ma la scuola è anche un mondo ricco di personaggi divertenti, tratteggiati con ironia e umorismo: certi compagni di scuola, certi allievi, ma soprattutto certi colleghi.

Virginia Galante Garrone, novella supplente, rievoca l’emozione del suo primo ingresso in una classe per scandire, dal registro aperto sulla cattedra, il suo primo appello. “Mi bastava entrare in classe”, racconta, “perché il cuore mi si dilatasse. C’era qualcosa di magico, per me, in quell’‘entrare’. Forse l’antica passione di quando, ragazzina, sognavo di ‘recitare’ in teatro, riaffiorava: salire in cattedra era il mio palco; le file serrate delle scolare erano il mio pubblico. Avevo delle manie […]: sì, non potevo ‘soffrire’ che, mentre spiegavo appassionatamente o leggevo con calda voce, qualcuna si mettesse a soffiarsi il naso, o starnutisse, o guardasse l’orologio”.

Spiega come per fare bene questo lavoro così difficile bisogni entrare in classe scevri di preoccupazioni, con la mente il più possibile libera dai problemi della propria casa e della propria vita privata. Sullo sfondo scorrono le vicende politiche e pubbliche: le due guerre mondiali, nel mezzo il fascismo e la guerra d’Etiopia. L’autrice rievoca così una Torino e un’Italia d’altri tempi, di cui riesce a farci sentire tutte le suggestioni. E il suo libro diventa una sorta di ‘aggiornamento’ – più simpatico e meno distante – di quell’altro testo torinese (nonostante oggi sia guardato con sospetto per la sua dose di retorica) che è Cuore di Edmondo De Amicis.

http://www.treccani.it/scuola/itinerari/un_libro/rec_274.html

https://it.wikipedia.org/wiki/Virginia_Galante_Garrone

 

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