Ergastolo: la voce dei detenuti, delle famiglie e di chi vive il carcere

ergastolo 

La “Rassegna Stampa” dal fine pena 9.999

Numero 2  Febbraio 2017

Voci da fuori

 

All’attenzione del Sig. Carmelo Musumeci.

In calce invio la lettera realizzata dai miei alunni della scuola media di Chiusi della Verna che hanno realizzato un lavoro sulla condizione detentiva in Italia.

Siamo una classe di scuola media di Chiusi della Verna (AR) e, con il nostro Professore di I.R.C., abbiamo conosciuto la Sua storia. Abbiamo avuto modo di conoscere i vari sistemi di carcerazione e rieducazione presenti in Italia e all’estero e ci siamo convinti che, se ci deve essere un carcere, dovrebbe avere certe caratteristiche: celle più grandi e più spaziose, minimo 15 mq a persona, che possano garantire la privacy di ogni singola persona; presenza di palestre e spazi per praticare sport; presenza di biblioteche ed emeroteche; creare spazi per le arti visive (cinema, teatro, pittura, scultura); garantire la giusta importanza al cibo e alla sua qualità; avere luoghi di culto e avere la possibilità di frequentare laboratori dove imparare un mestiere; avere la possibilità di maggiori incontri con familiari e amici; avere luoghi aperti dove poter vedere il cambiamento delle stagioni. Ma la cosa più importante per noi è che il carcere debba servire a rieducare i carcerati e ridare loro una speranza, senza farli uscire peggio di come sono entrati, evitando di trattarli male, facendo vedere la detenzione come un’ingiustizia invece che un modo per aiutarli a migliorare.

La ringraziamo per l’attenzione che ci ha concesso e se vorrà, potrà darci un Suo giudizio sul lavoro che abbiamo fatto. Un caro saluto.

I ragazzi della classe terza di Scuola media di Chiusi della Verna (Ar)

Cordiali saluti. Prof. Leonardo Magnani

 

 

 

 

Oggi si giustifica il carcere ostativo con “fine pena mai” con altre motivazioni, ma il risultato non cambia. Mi domando quanti anni dovranno passare perché una pena così disumana venga abolita. Sono necessari uomini illuminati che sappiano cambiare coraggiosamente le cose. Tu ne vedi all’orizzonte? Chissà perché se una cosa si rompe, si cerca di ripararla, se un uomo impazzisce lo si cura con gli psichiatri, se si è affetti da depressione gli psicologi cercano di risollevarti, se si ammala una parte del corpo, i chirurghi ti operano per eliminare il male o per sostituire un organo. Allora se una persona ha sbagliato non sarebbe meglio cercare di correggerla invece di sprofondarla in una pena disumana. A me sembra talmente logico che non riesco a capire perché non venga fatto.

Ciao, non demordere.

Giorgio

 

 

 

 

 

Carissimo Carmelo,

Mi chiamo Salvatore Campo e ti scrivo da Alcamo, una cittadina in provincia di Trapani. Da quando mio padre è in carcere (con una condanna a 7 anni), seguo da tempo il blog in cui scrivi e condivido le tue analisi sulla realtà del carcere che descrivi in modo impeccabile. Le tue grida, grazie ad internet, sono arrivate fin qui. Sono contento della tua semilibertà, ma ancor di più voglio

complimentarmi con te per la dignità e la tenacia che hai avuto e che hai oggi nel portare avanti le tue battaglie e quelle degli altri compagni ergastolani.

Salvatore

 

 

Caro Carmelo,

io come te mi trovo spiazzato dalla mia condizione di semilibero. Di anni per me ne sono passati ventuno, ma ciò nonostante mi sento più prigioniero di prima. Fortunatamente lavoro a stretto contatto con dei disabili e quindi mi rendo conto di tutte le mie responsabilità che mi hanno portato in carcere e non come i disabili che sono prigionieri senza aver fatto nulla di male. Mi piacerebbe molto che insieme da “liberi” ci incontrassimo per raccontare insieme un po’ di come abbiamo vissuto e viviamo, magari invitando i magistrati che ancora credono nel reinserimento forzato, dato che io credo che si può cambiare solo se lasciano spazio alla nostra parola e non come ora che per farci ascoltare dobbiamo fare ancora la “domandina”. Io sarò con te per ogni azione che abbia lo scopo di interlocuzione.

Gabriele

 

 

Caro Carmelo,

Oggi facevo delle ricerche sulle origini del carcere…e ho pensato che, forse, il vero problema è che bisognerebbe porre le basi per prevenire il reato piuttosto che reprimerlo. Spesso mi chiedo: che farò nella vita? È indubbio che ci siano persone con molte più opportunità di quelle che hanno altri. A prescindere dal passato credo che sia stato bello incontrarci, ad un certo punto della vita, per dialogare e scambiarci idee. Non so se capiti spesso…ma ‎ne sta venendo fuori un’ottima collaborazione. Io ti vedo come una mente libera piena di idee. Ti sembrerà strano ma hai reso più libero anche me…nel senso che ho più coraggio nell’esporre le mie idee. Piano piano ce la stai facendo…hai già sconfitto l’ergastolo…non abbatterti. Capisco la paura…ma tu puoi farcela. Un abbraccio

Daniel

 

Ululati raccolti in carcere

 

In carcere un giorno equivale ad un secolo, i minuti ad anni, i secondi a un giorno: tutto è più accentuato… I pasti, spesso sono immangiabili. Chi può permettersi di acquistare generi alimentari, vive meglio sotto questo aspetto. Chi, come me indigente, è costretto a sopravvivere con quello che ti passa il carcere… Qui a Padova le guardie sono umane, tranne qualche pecora nera, che vuole fare sia il poliziotto che il guappo. Mentre da dove provengo io, dal carcere di Napoli Poggioreale, lì le guardie ti uccidono di botte nel vero senso della parola…

(Carcere di Padova, Ivan Quinto)

 

 

Per la prima volta in vita mia, amico mio, inizio davvero a credere di poter riassaporare, un giorno, non tanto lontano, la vita reale: ho tanta, tanta voglia d’amore, di mare, di libertà. Solo tu che hai esperito sulle tue carni le mie stesse esperienze puoi davvero capirmi.

(Carcere di Opera Giuseppe)

 

 

A cura di Carmelo Musumeci per l’Associazione Liberarsi

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