Ergastolo: la voce dei detenuti, delle famiglie e di chi vive il carcere

 

La “Rassegna Stampa” dal fine pena 9.999

 

Numero 4 – Marzo 2017

 

Voci da fuori

 

Ciao Carmelo, stamattina leggendo “Famiglia Cristiana” seduta comodamente sul divano dei miei genitori, mi sono “imbattuta” in un articolo che ti riguarda, e mi è venuto spontaneo scriverti.

Non avevo mai sentito il racconto della tua storia e delle tue fatiche che sicuramente traspaiono con enorme forza dalle tue parole, ma vorrei semplicemente condividere con te alcuni piccoli pensieri – ti stupirai! – non sul tuo ergastolo e sulla tua Libertà, ma sulla tua Libertà legata anche al servizio che stai svolgendo con i bambini disabili. Mi ha colpita molto quando definisci la tua esperienza attraverso parole quali “I sorrisi di questi bambini fanno emergere in me il senso di colpa e mi fanno pensare a quanto nella mia vita sono stato cattivo”. Mi hanno colpita perché sono madre di una bambina disabile e, in qualche modo, riconosco che l’incontro con la disabilità di un bambino opera un grande miracolo che è quello di toccare nel profondo l’esistenza. Mi permetto, non con invadenza, di correggerti: un bambino disabile fa emergere in noi quanto siamo in cammino nella vita, non quanto siamo cattivi e, nel cammino di ciascuno, c’è la difficoltà e c’è la Resurrezione.

Ti regaleranno libertà quei bambini, loro che sanno che ciascuno di noi ne ha diritto perché anche loro ne hanno diritto. Io e mio marito abbiamo dato la vita alla nostra piccola Marta, crediamo fermamente che nessun uomo può disporre della vita di un altro e quando dovesse accadere per varie ragioni, questo non deve consentire la vendetta contro chi ha commesso un errore.

Stamattina sono poi andata a farmi una passeggiata e a bermi un caffè; sì, hai ragione, quanto siamo fortunati a poter respirare ossigeno e a poter guardare il cielo o sentire il vento gelido noi uomini e donne liberi. Te lo prometto, ogni volta che farò una passeggiata non dimenticherò di pensare a te o a chi, come te, questo non può farlo. Anche il Creato è un dono e nessuno dovrebbe disporne.

Ti saluto con un “buona Strada”, saluto scout con cui si da per scontato che ciascuno abbia il suo cammino di Libertà. Mi spiace che il tuo sia così faticoso, ma grazie perché la tua profondità ci fa crescere!

Chiara

 

 

Voci da dentro

Caro Carmelo,

ci sono di quei giri che la vita ti fa fare che a volte ti tocca pensare: forse ho sbagliato tutto. E non ti sto parlando delle stronzate della buona società borghese, ma di quei principi che ci hanno fatto vivere sul lato pericoloso, difficile, duro e “da solo contro il mondo”. Non mi riconosco più né con i “delinquenti”, né con la “legalità” perché mi fanno schifo tutt’e due. Ci deve essere qualcosa di meglio; ma cosa non lo so.

Da quando te ne sei andato mi sembra di essere un marziano. Tu hai una dolcezza, una delicatezza, una sensibilità che tutte le bastonate che hai preso non sono riuscite a sopraffare. E allora uno pensa “Forse c’è speranza”. Io scrivo poco, ma ogni tua lettera è una boccata d’ossigeno. Voglio continuare ad essere tuo amico. Sogno una serata fuori insieme con le nostre donne e i nostri amici, una di quelle cose per cui vale la pena vivere.

Roberto, Carcere di Padova

 

 

Un’istituzione come il carcere non può essere rieducativa.

Innanzitutto perché il carcere ha le sue regole che spesso agli occhi dei detenuti appaiono assurde (e spesso lo sono) e non si può rispettare qualcosa che nemmeno comprendi. Anzi, spesso ti vai a scontrare con quelle stesse regole e, di conseguenza, la permanenza in carcere diviene una continua lotta anche per ottenere le cose che a una persona libera sembrerebbero assurde perché scontate.

Qui non c’è nulla di scontato e ogni cosa, anche la più insignificante, va conquistata.

Secondariamente, il carcere, a dispetto di quello che dice la nostra Costituzione, è solo un ambiente di pena. Mi spiego: ogni pena da scontare dovrebbe avere due fasi: una è la parte afflittiva che può variare in base agli anni di condanna che ti è stata comminata e durante la quale non ricevi alcun tipo di trattamento per “prepararti” alla libertà. A questa fase dovrebbe subentrare la fase rieducativa, nel corso della quale vieni osservato con maggiore attenzione dall’equipe trattamentale, cioè dall’educatore, dallo psicologo, dal criminologo etc…. Questa fase, purtroppo, ha perso di senso; il carcere inizia e si conclude in un’unica fase, quella afflittiva. Può mai esistere una forma di rieducazione in una pena che sia solo afflittiva? No!

Ciò nonostante, il carcere può essere quello che io definisco “auto educativo”. Ci sono infatti due modi per scontare una pena: una è quella di rassegnarsi alla vita da carcerato, cioè, usufruire delle ore di passeggio come quelle poche ore di “svago” che ti vengono offerte fuori dalla cella e poi, il resto della giornata, a rincretinirsi davanti alla televisione. Col tempo si finisce con l’istituzionalizzarsi, col diventare un’unica cosa, “una cosa tra le cose” direbbe Foucault. L’altro modo di scontare una pena è quella di non lasciarsi attrarre dall’ozio, da quello che dai per scontato, che sembra essere così per forza. In carcere l’unica cosa di cui non sei privo è il molto tempo a tua disposizione; se invece di “passare il tempo” lo utilizzi, allora il carcere può servire a qualcosa. Come utilizzarlo? Studiando, per esempio! Lo studio ti porta a comprendere ciò che prima ignoravi, ti apre le porte di una dimensione che ti trascina fuori dalle mura, anche se solo con la mente. Nello studio, secondo me, si trova l’unica arma per combattere una cultura deviante e deviata. Che tu lo voglia o no, nella cultura sei quasi costretto a riflettere, a pensare con la tua testa. Quando inizi a pensare, inizi anche a porti delle domande che necessitano di risposte sufficienti. Non hai nessun aiuto dalle istituzioni, sei solo con te stesso. Tocca solo a te decidere cosa vuoi fare: rieducarti, oppure rimanere quello che eri, se non peggio.

In conclusione, secondo me, il carcere non rieduca nessuno, anzi, spesso peggiora le persone perché vengono trattate bestialmente. Mentre “si”, il carcere è rieducativo solo nella misura in cui ti da molto tempo a disposizione e tu puoi scegliere se rimanere nel tuo piccolo mondo o aprirti le porte di altri mondi. In poche parole, la rieducazione dipende solamente da te e da nessun altro.

Alfredo, Carcere di Opera Milano

 

La prima lettera scritta in carcere è come scrivere un romanzo di tante pagine: le pause, le riflessioni sul foglio bianco e i pensieri fanno da sfondo e la penna collegata alla mano rimane immobile, ferma, bloccata, come se fosse una cosa a sé dal tuo corpo. La difficoltà di poter rimediare ad un errore di ortografia, il cancellare una vocale o una consonante vuol dire iniziare con un altro foglio e il tuo pensiero si dissolve nel vuoto.

Non è come fuori che, con un semplice tasto o un click, si cancella e si riprende a tutta velocità: qui il tempo si ferma. Dopo qualche riga ci si ferma, si rilegge e la maggior parte delle volte rileggendo non si capisce nulla e si ritorna da capo….poi tutto ad un tratto, quando meno te lo aspetti, inizi e riempi due pagine tutto d’un fiato, la penna scorre come un lampo, come una freccia impazzita senza paura, come se sapesse dov’è il bersaglio. Il cuore si apre, si sbloccano i sentimenti e le paure non hanno più timore di rivelarsi.

Lo scrivere ti è allora di grande aiuto: allevia le tensioni e l’ansia e, rivelando quello che provi, può anche cambiare i pregiudizi che le persone possono avere su di te. Una volta terminato lo scritto, i tuoi pensieri si rivolgono subito alla prossima lettera che scriverai e alla risposta che speri arrivi al più presto per ritrovare i contatti con i tuoi affetti e con le persone care.

Roberto

A cura di Carmelo Musumeci per l’Associazione Liberarsi

http://www.liberarsi.net

 

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