accadde…oggi: nel 1848 nasce Giulia Turco Turcati Lazzari

Giulia Turco Turcati Lazzari, nota anche col nome di Giulia Turco, Giulia Turco Turcatti, Giulia Lazzari Turco o con lo pseudonimo Jacopo Turco (Trento, 1º aprile 1848Trento, 3 agosto 1912), è stata una scrittrice italiana.

Figlia del barone Simone Turco Turcati e della contessa Virginia Alberti Poja, Giulia può, in virtù della condizione agiata della famiglia, dedicarsi sin da giovanissima alle arti[1]. La formazione poliedrica della ragazza si intensifica a partire dalla morte del padre, il 10 gennaio 1861: secondo una testimonianza contenuta in un manoscritto dell’Archivio Diocesano Tridentino (che si ritiene scritta da Aldo Alberti, cugino di Giulia), infatti, la contessa Virginia Alberti Poja “concentrò tutto il suo amore sulla cara bambina”, disponendo “che ella godesse di una perfetta educazione”[1]. “Fu così [si legge ancora nel manoscritto di recente pubblicato] che già a 19 anni Giulia Turcati conosceva e perfezionava il francese e l’inglese […] parlava e scriveva in bello stile la lingua materna, era già buonissima pianista mentre la passione sempre sentita per le piante ed i fiori la avevano già resa un’erborista provetta”[1]. Per quanto riguarda la formazione scolastica della giovane, è stato ipotizzato che la stessa avesse conseguito il diploma di maturità classica[2].

Nel 1877, a ventinove anni, Giulia sposa a Sopramonte (dove viveva con la madre) il musicista Raffaello Lazzari, già maestro di violino e direttore d’orchestra del liceo musicale comunale di Trento (1867) e in seguito socio onorario della Società filarmonica trentina (1869)[3]. La coppia si trasferisce per un breve periodo di tempo a Forlì, dove Lazzari svolgeva l’attività di docente; nel 1879, in ogni caso, Giulia e Raffaello rientrarono definitivamente a Trento[3]. Dal 1880 i coniugi Turco Turcati-Lazzari iniziarono a organizzare dei salotti letterari e musicali nella loro residenza estiva di Sopramonte, invitando artisti e intellettuali del tempo, fra cui Antonio Fogazzaro, Ugo Ojetti, Raffaele Frontali, Luisa e Marco Anzoletti, Aldo Alberti Poja, Bartolomeo Bezzi ed Eugenio Prati[3].

Non solo ospite, ma vera animatrice del proprio salotto letterario, Giulia Turco Turcati Lazzari continua negli anni seguenti a dedicarsi alle arti. Nel campo della musica Giulia dimostra di essere non solo un’ottima pianista, in grado di accompagnare il marito nei concerti pubblici, ma anche profonda conoscitrice della materia da un punto di vista tecnico e critico, come traspare in particolare da diversi articoli da lei scritti, come quello pubblicato sulla rivista Vita Italiana del 1906, dedicato al XX anniversario dell’inaugurazione del Festspielhaus, quello per Wolfgang Amadeus Mozart, pubblicato nel 1906, o quello contenente la traduzione del poema sinfonico Tod und Verklärung di Richard Strauss, edito nel 1907[4]. Ma la Turco Turcato Lazzari è interessata anche a temi di tipo scientifico e naturalistico: la sua passione emerge sia nelle opere di narrativa, spesso arricchite di minuziose e analitiche descrizioni di paesaggi e scenari naturali, sia in opere di altro tipo, ad esempio l’articolo Miceti (pubblicato sulla Rivista delle Signorine nel 1894 (la passione per la micologia aveva portato Giulia a stringere un rapporto di amicizia e stima reciproca con l’Abate Bresadola), o il Manuale di cucina, pasticceria e credenza per uso di famiglie compilato sull’esperienza di una donna italiana, un tomo di 900 pagine, con 3000 ricette corredate da 150 disegni e l’illustrazione di copertina realizzata da Eugenio Prati, pubblicato nel 1904 (ancor più famoso è in ogni caso Il piccolo focolare, versione ridotta della più voluminosa opera del 1904 che, edita nel 1908, fu accolto con entusiasmo da critica e pubblico)[5]. Dal 1894 alla morte, avvenuta nel 1912, Giulia sviluppa la sua attività di scrittrice sotto lo pseudonimo di Jacopo Turco; i testi da lei pubblicati (scritti con una “prosa che oscilla tra d’Annunzio e Fogazzaro”[6]) sono ricchi di citazioni in inglese e francese, riferimenti ai maggiori autori dell’Ottocento , descrizioni naturalistiche puntuali, annotazioni musicali precise e riferimenti a fatti artistici del presente e del passato: “tutta una serie di caratteristiche assai particolari che distinguono l’impegno della Turco dalla vasta e generica attività letteraria minore di questo particolare periodo storico”[6].

Nominata socia benemerita dell’Accademia Roveretana degli Agiati, Giulia Turco Turcati Lazzari morì a Trento il 3 agosto 1912[2].

Una scrittrice riscoperta da poco[modifica | modifica wikitesto]

Benché oggi Giulia Turco Turcati Lazzari sia nota principalmente per la sua attività letteraria, la sua figura di autrice è stata relativamente da poco riscoperta. In vita, per i testi scritti con lo pseudonimo di Jacopo Turco (scelto “per aurea modestia” secondo i giornali dell’epoca, per “lungimiranza, perché per una donna di inizio Novecento, la carriera da scrittrice rischiava di risultare troppo complicata” secondo quelli di oggi), Giulia Turco Turcati Lazzari fu recensita con grande entusiasmo[7]. Basti qui citare le recensioni apparse per i due romanzi Fede (1901) e Gabriele Iva (1911): il primo definito “un colosso che appare all’orizzonte dell’arte italiana e che s’inoltra impavido a sfidar le ondate furiose della critica d’alto mare”, il secondo opera “di una scrittrice robusta, elegante, arguta, realistica e anche sognatrice, che possiede il dono della varietà: varietà di temi e di motivi, varietà di stati d’animo e varietà di stile. L’ambiente trentino viene descritto con sobria efficacia, cogliendolo nei suoi aspetti essenziali: la bella natura di questi luoghi vi è ritratta con grande freschezza di colorito, personaggi e figure palpitano nel libro di una vita vera”[7]. Anche negli anni immediatamente successivi alla sua scomparsa la donna è ricordata con grande rammarico. L’amica Luisa Anzoletti, che nell’elogio funebre la definiva: “Armonia d’intelletto, che in tutto cercava e prediligeva ciò che più innalza e mobilita la coscienza, ciò che più affina il senso della nostra elevazione morale. Armonia di virtù generose e di opere benefiche, intese a confortare gli altrui dolori, a sollevare nelle miserie e ad aiutare il prossimo, a far amare e praticare la religione della carità e del sacrifizio. Armonia d’arte, nel campo della musica, condiviso col degno tuo consorte, e delle lettere, nutrita di un’estesa e ricca cultura, favorita dei doni della fantasia e del fine gusto estetico, produttiva di lavori che serbano impronte ammirevoli. Armonia di doveri e di vigili cure, dedite con virtuoso oblio, talvolta, delle sue proprie predilezioni intellettuali, alla famiglia; con quell’avito amore della casa, che un giorno sapeva aprire così serene fonti ad ogni attività d’ingegno della donna, e render così amata e desiderata la pace del santuario domestico. Armonia intera e costante di tutto quel complesso di tradizioni, di educazione, d’intimi pregi d’animo, d’esteriore dignità signorile, che costituisce il tipo della vera gentildonna: quel tipo di cui per più di un’eletta figura scolpita nella nostra mente, può in particolar modo onorarsi la donna trentina”[8]. Sempre nell’anno della morte della trentina, l’amico Lodovico Oberziner (all’epoca direttore della Biblioteca Comunale di Trento), ricorda nel suo “profondo traccie de’ colpi d’ala lasciatemi dai conversari con la intellettuale scrittrice, or si ravvivano, si colorano e c’accendono sotto l’impressione della luttuosa nuova della morte di lei”[7]. Ernesta Bittanti Battisti, che alla scrittrice trentina dedica il primo studio biografico (pubblicato nel 1912), in cui affermava: “Noi ci troviamo davanti non ad una letterata di professione, ma ad una genialità genuina ed incoercibile, che, pur fra l’impreparazione – mi si permetta ripeterlo – “professionale” è riuscita ad affermarsi solidamente, producendo, fra molto valori di assai diseguale valore, alcuni veri gioielli artistici”[9].

Tuttavia, come già sottolineava Diego Mazzonelli, nei decenni successivi l’interesse attorno alla scrittrice trentina comincia a scemare, tant’è che nel 1955 Gino Segata, in un articolo redatto per l’Alto Adige, lamentava l’oblio in cui era caduta la Turco Turcati Lazzari[8]. Sarà un altro giornalista, Gino Pacher, a richiamare nel 1984 l’attenzione sulla donna, mentre tre anni dopo a dedicare uno studio a Giulia sarà lo storico Armando Vadagnini, che pubblica in tale occasione una serie di lettere inedite circa i rapporti tra la scrittrice e l’artista trentino Bartolomeo Bezzi, suo nipote[8]. Dieci anni dopo a occuparsi della scrittrice è Marina Eccher, che alla Turco Turcati Lazzari dedica la propria tesi di laurea, “operando anche una ricognizione completa della sua attività, diversificata in molteplici settori di interesse e studio”, come riconoscerà nel 1999 Diego Mazzonelli[10]. Il saggio di Mazzonelli rientrava all’interno di una pubblicazione volta alla celebrazione di sei donne intellettuali trentine vissute tra l’Otto e il Novecento, cui quello stesso anno, in occasione della Festa della Donna, fu scoperta una lapide commemorativa: oltre a Giulia Turco Turcati Lazzari, a essere ricordate furono anche Francesca Lutti, Antonietta Giacomelli, Luisa Anzoletti, Ernesta Bittanti Battisti e Nedda Falzolgher.

Per quel che riguarda gli anni Duemila, un altro tassello importante per gli studi sulla donna è stato fornito da Alberto Pattini, che nel 2009 ha pubblicato una serie di lettere inedite scritte da Giulia a diversi personaggi, tra cui il pittore Eugenio Prati e don Giacomo Bresadola, col quale condivideva la passione per la micologia (un buon numero di tavole ad acquarello, conservate al Museo Tridentino di Scienze Naturali sono pubblicate proprio in questa sede). All’interno dello studio di Pattini sono poi elencati tutti i manoscritti inediti di Giulia Turco Turcati Lazzari conservati presso la Biblioteca Comunale di Trento.

https://it.wikipedia.org/wiki/Giulia_Turco_Turcati_Lazzari

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