accadde…oggi: nel 1937 nasce Jolanda Insana, di Ottavio Rosani

28 ottobre 2016. Quando muore un poeta/una poetessa è facile dire che era brava, che aveva innovato nella poesia, che aveva dato qualcosa di incisivo all’evoluzione culturale di un Paese. E anche per Jolanda Insana (morta ieri a Roma, dove viveva dal 1968; nata a Messina nel 1937) si possono dire queste parole confortevoli: è morta una poetessa di alto livello intellettuale. Tutto potrebbe finire qui, e il ricordo sarebbe impeccabile, pieno di buon sentimento, e di pietas.  Poi basterebbe ricordare qualche suo verso, come quello che la rese nota, “Io sono la sciarra”, dopo la scoperta di Giovanni Raboni che le pubblicò la prima silloge “Sciarra amara” nell’antologia Quaderno collettivo della Fenice, edizioni della “Società di Poesia” presso Guanda, nel 1977.

Ma per Jolanda Insana bisogna dire altro. Altrimenti è come se si facesse finta, e in realtà di lei non interessasse quasi niente. È necessario ricordare che non tutti l’amavano e pochi in realtà apprezzavano la sua poesia ispida, aggressiva, radicale, e sperimentale nel contenuto e nella lingua. L’ibrido tra l’italiano e un siciliano tutto suo, soprattutto nelle rime raccolte, spesso duro e urticante, la rendevano quasi un episodio vicino al folclore di un certo sperimentalismo incompreso e fastidioso. Avendola io conosciuta e incontrata diverse volte, posso testimoniare che il suo carattere forte, in continua controtendenza,  la rendeva distonica verso l’ipocrisia piccolo/borghese che da sempre è dominante negli ambienti culturali italiani. Certo, gli apprezzamenti non le sono mancati. Nel 2002 per La Stortura  le è stato anche assegnato il premio Viareggio. Era appetita e invitata spesso a festival e reading. Lei ci andava volentieri, ma mi è capitato diverse volte di vederla poi da sola, perché gli altri evitavano di godere della sua compagnia. Eppure la sua poesia rimarrà come una forza dirompente sul piano della lingua e anche della battaglia che la mente fa attraverso il corpo, quel corpo che spesso viene dileggiato. Per lei era importante rendere vivo ciò che di materiale c’era, c’é, nella parola che nasce e si diffonde attraverso il corpo. La parola per lei era “voce” e come tale andava trattata, cioè con attenzione ma anche con passione. Poeta della ribellione e dello sdegno, anche attraverso il disprezzo, contro l’inutile e mielosa tenerezza. Nei suoi libri si trovano tutte le antinomie possibili dell’esperienza umana: dolcezza e durezza, passione e razionalità, urlo e silenzio, dolcezza e amarezza, godimento e afflizione. Ironia e talvolta sarcasmo. Se ti accadeva di proporre una riflessione troppo razionale, ti deviava subito verso l’istante improvvisatorio della materialità. Nella lotta tra spirito e corpo, lei dava al corpo il punto della vittoria. E la vita intesa come continuo conflitto, faceva parte della sua psicologia ed è stata sempre presente nella  sua poetica. Ma dietro la maschera ruvida nascondeva una passionalità che le rendeva preziosi momenti di gioia. La sua poesia è un viaggio sul cammino della conoscenza, è un progressivo scavo nel dolore personale, è un’indignazione contro l’ambiguità e l’ipocrisia dei rapporti umani e della convivenza civile. La sua poesia con accanimento ha reso giustizia all’autonomia e all’intelligenza delle donne, esaltando la femminilità e la ribellione contro le indegne vessazioni nella società. Tutte le sue poesie si trovano in un “elefante” della Garzanti, pubblicato nel 2007. (o.ross.)

Propongo alla lettura due suoi testi:

La parabola del cuore

vedo nel vuoto dove piove chiara salute e mi svuoto del superfluo

di presenze specchiandomi nella palla di cristallo

il tumulto è grande e non mi lasciano uscire

ma per chi parte reggono i muri e si fanno più arditi

ardendo in spazi più spazi

nel vuoto più vuoto dei trenta metri quadrati

serrati dalle grate

rinchiavardo l’unica porta e così è impossibile rientrare

a scaldare i lunghissimi piedi dalle belle dita irregolari

dentro il camino

e vedere quanto resiste e dura la camera di combustione

rinfocolata con l’arte che sai

e mi dispiace per te

sono qui e dici no all’abbraccio ammagatore

perché non vuoi che si veda quanto poco si ragguaglia la misura

ma io posso testimoniare che non fu illusione e la vista

durò aguzza per due notti

poi la visione per più di un mese e ora nell’addiaccio

l’estasi perde in levatura e stramazza in stasi

si prega di non abbandonare rifiuti

si legge sul sentiero che dalla spiaggia porta alla tua quarta casa

covo di cazzarne e straglio

bastardo e randa

l’empito per entrambi è rimesso in discussione

e la prima volta è sempre l’ultima

ma se esce pari vinco

e se esce dispari perdi

Da La clausura (1987)

***

sta di vedetta e non aspetta niente e nessuno si precipita a spegnere le luci

e però la mia ombra stampata sulla cupola

l’aggredisce e atterrisce

e si precipita a spegnere le luci

ma l’ombra l’ombra non vede e non racconta

non chiede e non domanda

è un’ombra l’ombra

sta al buio a spiarla

perché è certo che non è l’ombra mia

che la spia

cos’è che vuole?

scannellare anche l’ombra

negandomi la viva libertà di movimento

ma che si pensa

che rinculata dalla presenza vera

io abbia modo e tempo di pazzeggiare sul muro

sparata nella siluetta nera?

ora intendo le promesse al vento

i rinvii e l’ora giusta del ricevimento

lontano dai pasti e dall’inebetimento

al mattino quando la scimmia esce

e lascia libero l’intendimento

Da La tagliola del disamore (2005)

http://poesia.corriere.it/2016/10/28/per-la-morte-di-jolanda-insana-poeta-ribelle-e-indignata/

https://ilcalendariodelledonne.wordpress.com/2017/04/15/donne-italiane-nate-a-maggio/

https://it.wikipedia.org/wiki/Jolanda_Insana

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