il mio omaggio a Oriana Fallaci in “Valentina va in città”, di Daniela Domenici

foto di Nino Ermes Vacante in via Ricasoli, 8 ieri 21 maggio 2017

Oriana Fallaci (n.1929 m.2006) – Una orgogliosa fiorentina che ha saputo trasformare il giornalismo di frontiera in pura letteratura

Oriana è stata una persona fondamentale nella mia crescita per vari motivi e raccontarvela, seppur in pochi minuti, vuole essere il mio umile ringraziamento a lei.

Oriana è stata una donna innamorata che ha vissuto in prima linea, sulla propria pelle, da adolescente l’esperienza della Resistenza come staffetta ed era destino che s’innamorasse di un uomo che è stato il simbolo di un’altra resistenza, quella alla dittatura dei colonnelli in Grecia, Alekos Panagulis, con cui ha vissuto una storia d’amore breve ma intensa, conclusasi per la tragica morte di lui. Oriana ha magistralmente raccontato questo suo amore in “Un uomo” del 1979. Quattro anni prima, nel 1975 aveva dato alle stampe “Lettera a un bambino mai nato” in cui racconta, in modo struggente sotto forma di una lettera, la perdita del suo bambino per aborto.

Oriana ha scritto un’infinità di libri, alcuni sono stati pubblicati postumi, dopo la sua morte avvenuta il 15 settembre 2006 qui a Firenze. Sì, perché lei, dopo un distacco di vari anni dalla sua città con cui aveva un rapporto di amore-odio, ha scelto di venire a morire qui nella pace di piazza Indipendenza, lontana dalla caotica New York. E l’anno scorso, a dieci anni dalla sua morte, il Comune di Firenze ha voluto finalmente renderle omaggio intitolandole una piazza alla Fortezza vicino al lago dei cigni e le dedicherà anche la fermata della tramvia che passerà lì vicino.

Oriana è stata soprattutto una grande giornalista ed è in questa veste che per me è stata un modello e un esempio ineguagliabile. Perché, come dice il titolo di questa sosta n°7, “ha saputo trasformare il giornalismo di frontiera in pura letteratura”. Ha intervistato i grandi della Terra, interviste che sono apparse sul settimanale L’Europeo sin dal 1951 e che ha poi raccolto nel libro “Intervista con la storia” del 1974, da Henry Kissinger a Golda Meir, da Yasser Arafat a Indira Gandhi, solo per citarne alcune e alcuni; e ogni sua intervista è pura letteratura sia per l’uso superbo della lingua italiana che per le domande mai banali né scontate, rivolte a queste e questi grandi, senza alcun timore reverenziale ma sempre e solo rivolte a carpirne la vera essenza e comprendere come e perché fossero arrivate e arrivati a “contare”, a essere delle e dei leader nei rispettivi campi.

Oriana, con la sua curiosità inesauribile (anche in questo mi è stata maestra) voleva essere sempre “sul campo” in tempo reale in anni in cui Internet ancora non esisteva; ed è così voluta andare in Vietnam a documentare quell’atroce guerra che ha poi raccontato in “Niente e così sia” nel 1969; quattro anni prima era andata a intervistare alcuni astronauti statunitensi impegnati nella preparazione di una missione spaziale e da quell’esperienza era nato “Se il sole muore” nel 1965. Ancora prima, nel 1961, aveva realizzato un reportage sulla condizione della donna in Oriente che è poi diventato il suo primo vero successo editoriale come scrittrice, Il sesso inutile. E nel 1962 uscì Penelope alla guerra, la prima opera narrativa in cui racconta la storia di Giò, una ragazza italiana che si reca a New York per il suo lavoro di soggettista dove incontrerà persone del suo passato.

Per questa sua voglia irrefrenabile di essere sempre in prima linea sui fronti caldi del mondo Oriana ha anche rischiato la vita il 2 ottobre 1968 a Città del Messico quando, alla vigilia dei Giochi olimpici, durante una manifestazione di protesta degli studenti universitari messicani contro l’occupazione militare del campus dell’UNAM, oggi ricordata come il massacro di Tlatelolco, rimase ferita da una raffica di mitra. Morirono centinaia di giovani e anche lei fu creduta morta e portata in obitorio: solo in quel momento un prete si accorse che era ancora viva.

Gli esordi giornalistici di Oriana, prima di arrivare all’Europeo, sono stati però proprio qui, dove ci troviamo in questo momento; qui una volta c’era la sede del “Mattino dell’Italia centrale, un quotidiano d’ispirazione cattolica nel quale Oriana si occupò di svariati argomenti, dalla cronaca nera a quella giudiziaria e al costume e da cui venne licenziata perché si era rifiutata di scrivere un articolo contro Palmiro Togliatti come le aveva ingiunto il direttore.

Perché tengo in mano questo cappello pieno di ciliegie mentre vi parlo di lei? Perché nel 2008, due anni dopo la sua morte, è uscito il suo libro “Un cappello pieno di ciliege” in cui racconta la storia della sua famiglia tra il 1773 e il 1889; per scriverlo ha impiegato dieci anni.

Oriana è sempre stata contro corrente ma sempre coerente ai suoi ideali, condivisibili o meno, è stata questo e molto altro ancora. Spero che questo mio umile omaggio in qualche modo ti arrivi, sei e rimarrai sempre il mio ideale e il mio modello di giornalismo. Ciao Oriana!

 

 

 

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