Intervista a Loredana De Vita, di Daniela Domenici

Loredana De Vita, per chi ancora non la conosce, è la signora al centro con gli occhiali che sta parlando al microfono

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Dopo aver recensito sette dei suoi otto libri in tre anni mi sembra giunto il momento di fare un’intervista a Loredana De Vita, docente d’inglese e scrittrice napoletana, per farla conoscere anche a voi.

Nella sue opere ho individuato due filoni principali: l’attenzione alle donne (che connota anche la mia attività di webmistress del mio sito e di scrittrice) e l’amore per la sua (e anche mia) professione-missione di docente. Inizio con il primo:

  • Loredana, rileggendo le mie recensioni alle tue opere mi ha colpito la casualità (ma niente accade per caso, ne siamo entrambe consapevoli) che sia la prima che la più recente che ho recensito hanno ha che fare, seppur in modo diverso, con le donne, con i loro silenzi, con i loro dolori; il primo è il saggio “Donna a metà”, l’ultimo, il tuo più recente che stai presentando in varie locations, un romanzo creato su una storia vera, è “Non scavalcare quel muro”. A conclusione della mia prima recensione ho scritto grazie, Loredana, per non esserti arresa ed esserti spinta “fino nelle viscere di quella femminilità da cui volevano tenermi lontana senza riconoscerla né desiderare conoscere…ho dovuto lottare e rendere più credibile il prorompente significato e valore del mio essere donna”” e all’inizio della mia ultima ho scritto “…è un pugno nello stomaco che lascia tramortite/i, è una storia di donne, del loro coraggio, del loro silenzio, della loro forza, è il tentativo di una figlia di conoscere finalmente sua madre per capirla e capirsi, è la testimonianza, vera e brutale, di una violenza, perpetrata per anni, nei modi più subdoli, sia fisica che psicologica…”: raccontaci qualcosa su queste due opere…

 

    • “Donna a metà” (Nulla Die) è un saggio frutto di un lungo lavoro di ricerca e di studio, ma anche di applicazione sul campo. Nasce, infatti, da una dalla necessità di ristabilire un equilibrio nell’enorme e spesso banale “questione di genere” mentre per me si è sempre e solo trattato di relazione tra le persone, dall’altra dal vivere ogni giorno con ragazzi e ragazze dai 13 ai 20 anni e scontrarmi spesso con una regressione a stereotipi che gli anni del femminismo più acceso sembravano aver debellato o, almeno, messo in profonda crisi. Così, con i “miei ragazzi” a scuola abbiamo lavorato a lungo con questionari, proiezioni, dibatti e confronti sul questo tema e insieme abbiamo concluso che nel rispetto e nella reciprocità dei legami tra le persone giace l’essenza di qualsiasi incontro. Inoltre, sempre più frequentemente la cronaca aveva cominciato a presentare casi di femminicidio, una certa stampa a negare o abusare del linguaggio discriminatorio verso le donne per non parlare delle pubblicità che tendenzialmente sminuivano la presenza delle donne negandole persino a se stesse fino a farle “semplicemente” inesistere. Tutto questo mi ha dato la forza di affrontare una storia vera che ho raccolto negli anni e che mai ero riuscita a sviscerare, mi riferisco a quella narrata in “Non scavalcare quel muro” edito da Nulla Die, in cui si tenta di narrare tutto quello che accade prima che si arrivi ai “femminicidi”, tutto quello che le cronache non raccontano e che spesso resta nascosto in un profondo che non si vuole denunciare né ammettere come reale. “Non scavalcare quel muro”, come dicevo, è una storia vera, una storia che produce rabbia, sconcerto, difficoltà di arrivare fino in fondo sebbene impossibile sia il non farlo… così, il lettore ritorna alle pagine e prosegue il suo percorso fino nel cuore del dolore: quello che non si dice e che non si mostra. E’ una storia che scrivo con testimonianza chirurgica, dettagliata, senza giudizio. Una storia di dolore e di lotta, di violenza e di ribellione, una storia che modifica il lettore e che gli resta dentro. Accogliere una voce è proprio questo: lasciare che la sua voce diventi la mia voce e, infine, la nostra voce.
  • Un altro tuo saggio dedicato alle donne è “Oltre lo specchio” nel quale analizzi in modo assolutamente nuovo, coinvolgente e personalissimo sia le fiabe, e in particolare quella di Peter Pan e di Alice in Wonderland, che le figure femminili teatrali di Lady Macbeth e di Ofelia, create dal genio di Shakespeare, e di Filumena Marturano, capolavoro di Eduardo de Filippo; ma anche Anna Karenina di Tolstoj, Tess of the D’Ubervilles di Hardy e Lenina Crowne da “Brave New World” di Huxley: parlaci di questa tua opera…

 

    • “Oltre lo specchio” (Nulla Die) nasce come un gioco e una sfida con la pretestuosa consueta lettura di autori e classici scritti e concepiti da uomini. Insegno lingua e letteratura Inglese e il gioco letterario sulla visione maschile dei personaggi femminili non poteva non attrarmi. La modificazione, meglio l’evoluzione della cultura è l’unica che potrà “salvarci” dalla violenza di genere e, anche, da ogni forma di violenza. La staticità della cultura nega la sua stessa essenza. Fino a quando ci saranno principesse che aspettano di essere salvate non ci saranno donne che abbracceranno il senso della propria esistenza pienamente e uomini capaci di accoglierne il valore. Studiare i classici, offrirne una lettura dal punto di vista femminile può essere un modo per scoprire le possibilità di un cambiamento.
  • L’altra tematica a te molto cara, come ho anticipato, è quella del mondo della scuola sulla quale hai scritto “Giochiamo che ero…” e “Alla scoperta dell’invisibile”; dal primo traggo queste tue splendide parole che mi trovano pienamente concorde “Essere educatori è sentire una missione che corrisponde quasi a una vocazione: accogliere tra le mani le anime dei giovani che ci sono affidati per aiutarli a crescere sostenendoli, stimolandoli a cercare nel profondo dell’esistenza un senso per vivere. Educare è essere presenti con tutti se stessi, insegnare con l’esempio concreto del proprio agire quotidiano, insegnare oltre e per mezzo della cultura delle diverse discipline, la cultura del rispetto, dell’amore, della gratuità, del perdono…”. Dal secondo saggio cito “edu-care”: “avere cura della formazione, significa cercare risorse di comunicazione che passino attraverso la resilienza e l’ascolto, l’abbandono e la scoperta, il pianto e il sorriso, la solitudine e l’isolamento, il dialogo e il confronto. L’educazione come formazione prevede sempre una possibilità…la scoperta di un altro che ci ascolti e che ascoltiamo, che ci segue e che seguiamo, che ci ami e che amiamo.”: parlaci di cosa sia per te l’essere docente.

 

    • Forse sembra banale o, al contrario, eccessivo… per me essere docente significa vivere. Essere docente è essere un educatore. Uno, cioè, che non si preoccupa delle nozioni da impartire, ma le trasmette attraverso la testimonianza. Un docente, cioè, non è per me uno che si nasconde dietro il suo sapere come dietro la cattedra dietro la quale spesso si protegge, ma è uno che sa coinvolgere e anche sconvolgere, uno che riesce a non “interrogare” ma a fare in modo che i ragazzi interroghino, se stessi e il docente affinché saziata sia la curiosità, il desiderio di conoscere per scegliere, osservare per seguire, rifiutare anche se questo significa agire secondo coscienza.
  • Hai scritto anche una splendida fiaba “Disegno di un sogno…un cuore nascosto” in cui risuonano innumerevoli echi, da Alice nel paese delle Meraviglie alle favole di Esopo, dai libri di viaggi interiori al messaggio evangelico: parlaci anche di questa tua creazione.

 

    • “Disegno di un sogno…” (Aletti) è una fiaba di formazione. E’ la storia di un distacco, il distacco dal tempo dell’infanzia e dell’adolescenza, al tempo della maturità, il tempo delle scelte, il tempo interiore in cui sebbene ci si continui a chiedere chi si voglia essere, si deve agire consapevolmente. E’ la storia del distacco egoistico dal sé, per accogliere l’altro e per predisporsi infine a un Sé più grande, se esiste. Molto importante per me nella scrittura di questa fiaba è stata anche la visione del film “Labyrinth” interpretato da David Bowie. E’ la ricerca infinita di un sé che cresce.
  • E per concludere hai dato spazio con “Altro non siamo che voce – la storia e la memoria” anche a quel tragico periodo della nostra storia recente che è stato il nazifascismo e le deportazioni con la storia di Alberta, una sopravvissuta che mantiene viva la memoria dell’Olocausto: parlaci anche di questa tua opera.

 

  • L’incontro con Alberta Levi Temin, deceduta lo scorso settembre, è stato per me un ulteriore richiesta di cambiamento. Una donna tenace che, nonostante tutto, non ha ma disdegnato le sue critiche per chiunque si opponesse al processo di pace, fosse anche ebreo. E’ lei che mi ha sempre ripetuto di agire secondo coscienza, anche oltre (non contro) le leggi, perché le leggi fatte dagli uomini sono spesso fallaci e ne è prova ogni genocidio, ogni violenza illegittima (la violenza è sempre illegittima) commessa in ogni angolo della terra. Ancora una volta desideravo che questa mia scoperta, questo mio incontro divenisse occasione di crescita per i miei ragazzi. “Altro non siamo che voce” (Armando editore) è il tentativo di usare tecniche diverse per parlare ai giovani di quel momento storico che, purtroppo, in molte forme ha mostrato la sua riproducibilità. Così attraverso l’analisi teorica, la testimonianza, due partiture teatrali e un racconto, ho raccolto nel libro i tanti modi possibili per parlare ai giovani di questi temi. In fondo, non è necessario che le vie siano uniche, l’importante è che tutte portino al discernimento tra ciò che è bene e ciò che è male non per sé ma per la comunità degli esseri umani.
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