Figlio di puttana: il lato misogino del linguaggio, di Maria Giovanna Farina

“Figlio o figlia di puttana” è l’esempio più grossolanamente e diffusamente ricorrente. Perché non esiste la controparte maschile per disprezzare qualcuno? Il motivo è che gli uomini possono essere liberamente i più grandi cacciatori di donne, tanto la loro immagine resterà sempre intatta e protetta dalla mentalità per cui, nonostante la vasta collezione di amanti, restano dei formidabili straordinari tombeur de femmes. Le donne nella stessa situazione sono invece di facili costumi.

La Treccani.it definisce il figlio di puttana come “persona disonesta, corrotta, spregiudicata, capace di qualsiasi azione”. Non vi farò un elenco di altre parolacce, non vorrei che questo articolo si riducesse ad un banale turpiloquio, mi voglio concentrare invece sul significato di un tal uso inaccettabile del linguaggio parlato. Se “il figlio di” è persona disonesta, corrotta, spregiudicata e capace di qualsiasi azione, significa che la puttana è una donna spregevole e non solo di facili costumi. Dobbiamo fare un debito distinguo tra chi fa libero mercato del proprio corpo e chi delinque: una donna che va con tutti per denaro o per piacere non è necessariamente una cattiva persona, come allo stesso modo non lo è un uomo. Invece persiste e si impone l’idea tendenziosa nel gergo, ormai divenuto padrone di noi, che penalizza il femminile. Già, il figlio di puttana è capace di qualsiasi azione perché sua madre va con tutti? E suo padre che con quella cosiddetta puttana ci ha fatto il figlio è una povera vittima caduta nel tranello ordito dalla meretrice? Non credo sarà facile estirpare una visione così radicata nella notte dei tempi quando Eros, il dio alato, fu concepito, secondo Platone, durante una notte di bagordi da quella gran mignotta che ha sedotto il povero uomo ubriaco e si è fatta ingravidare. E pensare che all’epoca non c’era neppure la “pillola blu” e nonostante gli effluvi dell’alcol, lui, il maschio, è riuscito nell’impresa…. Per ora mi fermo qui, non vorrei far ritornare dall’Ade un’orda di maschilisti offesi da una simile allusione, resta il fatto che per eliminare la mentalità distorta abbiamo ancora molto lavoro da compiere. Un primo passo sarebbe, per difendere le pari opportunità, quello di trovare un modo di dire opposto per contrastare quel misoginissimo figlio di….

Desidero concludere con una riflessione che sottolinea ancora una volta ciò che affermo con questo articolo. Nel mio libro “Ho messo le ali” faccio dire al personaggio maschile, Paolo il filosofo della strada, che:

“Quando una cosa è bella, ben riuscita: non si dice che è una figata? Mentre quando un discorso è stupido, un’opera è brutta non dite che è una cazzata?”

Francesca, la protagonista, risponde:

“Allora vuol dire che il maschilismo non impera sempre?”

“Non è proprio così” continua Paolo, “Se una cosa bella fosse una cazzata il maschilismo non potrebbe mantenere il suo trono, per i maschilisti sarebbe come ammettere che il genitale maschile è bello e se è bello vuol dir che mi piace e se mi piace sono omosessuale”.

“Ma se vado in giro a dire queste cose mi danno dell’omofoba” risponde Francesca

“Non è colpa tua, non hai inventato tu il maschilismo e nemmeno l’omofobia!” conclude Paolo.

Non se ne esce, ci si rincorre in un diallelo dove il maschilismo pensa soltanto a proteggere se stesso.

http://www.dols.it/2017/06/20/figlio-di-puttana-il-lato-misogino-del-linguaggio/

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