accadde…oggi: nel 1880 nasce Marguerite Caetani, di Pietro Citati

Marguerite Chapin arrivò a Parigi nel 1902, per studiare canto, sotto la guida di Jean de Reske – una delle figure del mito proustiano. Veniva dal Connecticut. Aveva ventidue anni: occhi celesti e luminosissimi, che continuò a spalancare sorridendo sul mondo fino alla vecchiaia. Come un personaggio di James, viveva a Parigi con una dame de compagnie, e viaggiava per la Francia e l’ Europa, conoscendo scrittori e artisti. Presto ebbe una vasta collezione di pittori impressionisti. In quegli anni conobbe Roffredo Caetani di Bassiano, un giovane aristocratico romano, che componeva musiche wagneriane, sebbene negli ambienti parigini fosse più conosciuto per la passione che gli consacrava la contessa Elisabeth de Greffuhle (ma gli aristocratici dicevano de Greffeuille), la bellissima regina dei salotti parigni, uno dei modelli della duchessa e della principessa di Guermantes. Proust la dipinse “mascherata da cattleya, di una grazia polinesiana”; e diceva che la sua risata cristallina sembra il carillon di Bruges. Robert de Montesquiou, suo cugino, la paragonava a “un grande uccello d’ oro che spia da lontano la sua preda”. Non conosco lettere né documenti: ma darei tutta la mia conoscenza della storia universale perché qualcuno mi raccontasse la battaglia segreta tra la matura e tenebrosa orchidea francese e la piccola, svelta, luminosissima ragazza bostoniana che amava gli impressionisti. Nel 1911 Marguerite Chapin e Roffredo Caetani si sposarono a Londra. Se la contessa di Greffuhle venne sanguinosamente immolata a quel matrimonio, anche Marguerite Chapin dovette compiere un sacrificio. Il marito non amava Monet e Cézanne; e lei vendette per amore, senza una protesta o un battito di ciglio, la sua bella collezione di impressionisti. Nel primo dopoguerra, Roffredo e Marguerite Caetani vissero alla Villa Romaine di Versailles. Molti scrittori li frequentarono: tra loro Paul Valéry, Valery Larbaud, Léon- Paul Fargue, Saint-John Perse e Jean Paulhan: insieme, gli amici decisero di pubblicare una rivista, Commerce, la più bella rivista francese del periodo tra le due guerre, che visse dal 1924 al 1932. Poi i Caetani tornarono in Italia. Per qualche tempo, la passione letteraria di Marguerite si placò. Ma, nel 1948, subito dopo la guerra, sentì che doveva raccogliere un’ altra volta racconti, romanzi e poesie. La nuova rivista fu Botteghe Oscure, dal nome della strada romana dove i Caetani abitavano. Apparve dal 1948 al 1960. Giorgio Bassani curò la parte italiana. Lei, Marguerite, i testi inglesi, americani, tedeschi, spagnoli. Pubblicò Auden e Truman Capote, Dylan Thomas e Wallace Stevens, E. E. Cummings, Muriel Spark e Angus Wilson: Francis Ponge, Bataille, Michaux, Camus, Blanchot, Artaud; e Celan e la Bachmann e la Blixen e Maria Zambrano e José Lezama Lima: tutti in lingua originale. Sia Commerce sia Botteghe Oscure erano “riviste di letteratura”. Marguerite Caetani conosceva troppo bene gli scrittori per non sapere che essi vivono, litigano, si combattono, si detestano, hanno cattivi temperamenti, posseggono idee o apparenze di idee, tavolta fanno la fame, tavolta le passioni li uccidono. Ma, come disse Archibald MacLeish, detestava “scrivere su quel che si scrive”. Non intendeva raccogliere la critica, la discussione, la polemica che fanno da corteo alla poesia e alla narrativa: ciò che luccica per un momento, subito scompare, e una generazione più tardi fornisce argomento alle tesi di laurea e alle storie della cultura. A lei interessava il fiore, l’ essenza, il vero profumo della letteratura. Aveva un’ immensa fiducia nella letteratura: basta a sé stessa, non ha bisogno di commenti né di critici; e trova da sola la strada che porta fino al cuore dei lettori, e li ferisce per sempre e li trasforma in altri esseri umani. * * * Marguerite Caetani era l’ ultima delle eroine di James: forse sapeva di esserlo; si era formata a Parigi negli anni dell’ Art nouveau documentati dalla Recherche. Ma non c’ era nulla, in lei, che ricordasse quel tempo geniale e fastoso: quelle decorazioni, quegli estetismi, quegli snobismi, quei vestiti troppo carichi, quelle case troppo piene di mobili, di quadri, di tappeti e di ninnoli, quelle “orchidee nere”, che avevano gettato su Parigi il loro incanto trionfale. “L’ aria intorno a lei rimane pura e cristallina”, le scrisse Hofmannsthal. Da un lato, Marguerite Caetani era più antica dei suoi tempi. Aveva un’ austerità e una spietatezza bostoniane. Senza che la sua mente fosse offuscata da nessuna idea di peccato originale e di colpa, attorno a lei c’ era l’ aria che ritroviamo nei racconti e nei romanzi di Hawthorne. Era, d’ altro lato, modernissima. Andava in giro con le sue gonne di tweed, i suoi bei golfini, le scarpe basse, e i guanti da giardiniera. Viveva bene nel nostro tempo. Non condannava mai, come facevano i suoi coetanei, la società di massa che si preparava, la volgarità dei nuovi mezzi di comunicazione – sebbene l’ odore della volgarità le ripugnasse. Quando la conobbi, avevo venticinque anni. Ma ho sempre pensato che la principessa settantacinquenne fosse molto più giovane di me: era più curiosa e ardimentosa; e credo che si muoverebbe con lo stesso dono di capire tra gli adolescenti dell’ anno duemila. Appena conosceva una persona, la guardava intensamente, con i suoi occhi luminosissimi e il sorriso radioso. Del carattere e della psicologia del nuovo venuto le importava poco. Credo che interessasse soltanto una cosa: se quel corpo, fatto di materia terrestre come il suo, potesse secernere letteratura. Non c’ era nessun’ altra cosa al mondo che valesse la pena di fare: né avere proprietà né possedere danaro né viaggiare né insegnare all’ università né essere grandi scienziati. Scrivere era la vocazione naturale del genere umano: quella per la quale era stato messo nell’ Eden e cacciato dall’ Eden. La cosa straordinaria è che Marguerite Caetani non si sbagliava quasi mai: presto il corpo giovanile, che lei aveva intravisto, maturava, impugnava la penna, scriveva poesie e racconti degni della sua rivista. Allora era felice – la parola è troppo pallida per esprimere l’ intensità del suo bonheur. Malgrado la vocazione puritana, i problemi morali – che dominavano l’ esistenza della sua grande amica Elena Croce – le erano remoti. Voleva solo una cosa: che il tempo si interrompesse per un istante e, in quel vuoto e in quell’ interruzione, si formasse un frutto maturo, che lei poteva cogliere. Quel frutto, quel libro, non era, per lei, la vita abolita e cancellata, come scriveva un suo amico. Era nient’ altro che la vita, portata al suo culmine di maturazione e di luce. Lei aveva soltanto l’ obbligo di venerare quella luce, e di coltivarla. La letteratura, per Marguerite Caetani, non poteva che essere nuova – ciò che non aveva niente a che fare con l’ avanguardia. Doveva donarle una nuova visione delle cose: un nuovo modo di ascoltare i suoni, di vedere i colori, la luce e le ombre: una scossa che lei non aveva mai avvertito. Non credeva che la letteratura dovesse ripetere solennemente o ironicamente i propri archetipi, come fingeva di sostenere Borges. Le piaceva che tutto cambiasse. Le piaceva che la letteratura del 1924, quando lei faceva Commerce, discorreva elegantemente con Paul Valéry e pubblicava Kafka e Hofmannsthal, non avesse nulla a che fare con quella del 1950, quando lei parlava selvaggiamente con Dylan Thomas e pubblicava i suoi capolavori. La letteratura attraversava delle stagioni, e queste stagioni non si ripetevano mai, come quelle che invece ritornavano eternamente nel suo giardino di Ninfa. Così la paziente giardiniera diventava capricciosa e impaziente. “Lei buona e terribile – le scriveva Valéry -, amica affettuosa e tigre crudele. Si ha l’ impressione che per quanto uno faccia per nascondersi, scendendo agli Inferi, trasformandosi in rondine, facendosi crescere la barba, portando gli occhiali neri, tutto sia inutile, non si può sfuggire al suo incanto e alle sue frecce. Ma davvero, mia cara amica, come può aspettarsi che scriva una qualsiasi cosa (anche bruttissima) per quest’ autunno, quando l’ autunno è già alle porte?”. Sebbene avesse un grande orgoglio, Marguerite Caetani non aveva nessuna forma di vanità. Non desiderava propagandare il suo ego. Come una vecchia puritana, sapeva che ciò che importava era l’ edificio: il libro fatto di mille libri; i ventiquattro, grandi fascicoli di Botteghe Oscure. Sapeva essere naturalmente mecenate, come un cardinale romano del Cinquecento. I suoi assegni avevano la grandiosità e i capricci di quelli di una sovrana: non obbedivano a nessuna norma: aumentavano o diminuivano o si estinguevano secondo la simpatia, la bellezza dei testi, la miseria degli scrittori. Invitò Dylan Thomas, che le rispose otto lettere meravigliose. Dylan Thomas si disperava, recitava, mentiva, faceva la fame, beveva, si ubriacava, era felice, commentava mirabilmente i suoi testi, chiedeva enormi anticipi, prendeva impegni che non manteneva mai. Lei capiva benissimo che non c’ era da fidarsi di quel tragico istrione; eppure mandava sempre nuovi assegni, con una generosità inesauribile, perché intuiva che, alla fine, da quell’ arruffo di lettere e di menzogne e di frasi stupende sarebbe disceso nelle sue mani un tesoro, “Donatore sarebbe rimasto sempre l’ artista”. Nella sua generosità, era sapientissima. Sapeva che gli scrittori sono persone fragili e delicate: nulla poteva aiutarli più di una parola gentile e affettuosa, di un assegno che giungeva fino a loro come un mazzo di clematidi sul letto di una partoriente. * * * Margherita Caetani non apparteneva al mondo della letteratura, sebbene le fosse vicina come nessuno. Giorgio Bassani, al quale spetta il merito della parte italiana di Botteghe Oscure, era, invece, uno scrittore, nel senso assoluto della parola. Non avrebbe potuto esistere senza la letteratura: scrivere era, per lui, la sola ragione di essere, la liberazione, il riscatto, la redenzione da tutte le colpe che gravavano su lui stesso e sul genere umano. In quegli anni, componeva le Storie ferraresi, di cui alcune apparvero su Botteghe Oscure. Scriveva lentamente, parola dopo parola, con fatica flaubertiana: si impigliava nei suoi immensi periodi e nelle sue parentesi; eppure, malgrado la sua pena, dedicò un’ immensa, purissima passione ai libri degli altri. Qualche volta, gli sembrava che fossero un prolungamento dei suoi racconti: “più belli dei miei”, diceva generosamente; a volte riconosceva in Landolfi o Gadda il volto dell’ assolutamente diverso. A tutti i testi, dedicava un’ attenzione minuziosa. Se gli sembrava che un passaggio fosse forzato o un tratto violento, lo scriveva all’ autore, per amore di verità: l’ altro, sempre per amore di verità, accettava la sua obiezione. Correggeva bozze e perseguitava gli errori di stampa, con la passione di un cavaliere errante. Nelle odierne storie letterarie italiane, si parla a lungo di riviste mediocri come Il politecnico o Paragone: mentre nessuno parla di una rivista molto più bella e spaziosa come Botteghe Oscure. In quei dodici anni, Bassani pubblicò L’ anguilla di Montale, La capanna indiana di Bertolucci, La funicolare di Caproni, La giacca verde e La finestra di Soldati, L’ egoista di Gadda, Beatrice Cenci di Moravia, La formica argentina di Calvino, Cancroregina, di Landolfi, Casa d’ altri di Silvio d’ Arzo. I Porci della Banti, il primo capitolo del Gattopardo, i primi versi italiani di Pasolini. Era il momento più bello della letteratura italiana del dopoguerra: quello più libero, più geniale, meno offuscato da tendenze. Allora molti scrittori toccarono il culmine del loro talento. Non c’ erano gelosie: o la civiltà imponeva di nasconderle; sarebbero nate più tardi, colla crescita della fama e del potere. Con quale passione, Giorgio Bassani seguiva l’ attività della rivista. Gli occhi, celesti come quelli della Principessa, gli scintillavano d’ entusiasmo quando raccontava di aver “trovato” Casa d’ altri o Il Gattopardo, che uno sconosciuto scrittore di provincia gli aveva inviato i suoi versi, e che Gadda gli aveva raccontato la conclusione segreta del Pasticciaccio.

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https://it.wikipedia.org/wiki/Marguerite_Caetani

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