accadde…oggi: nel 1934 nasce Maria Carta, di Serena Guidoni

Forte e passionale, la Sardegna ha trovato, attraverso la sua voce una sorta di legittimazione, da tempo agognata. Banditi, rapimenti, disamistade, erano l’ingiusta carta d’identità di chi proveniva dalla Sardegna. Maria Carta con la sua voce e rigorosa e appassionante ricerca degli antichi canti si è battuta per restituire dignità e poesia alla sua terra. Seppur troppo breve il suo passaggio artistico e umano ha lasciato tracce importanti.

Nonostante lo scorrere del tempo, il suo nome resta un simbolo indiscusso dell’Isola, ma anche un richiamo per culture diverse, distanti. La sua grandezza, ancor prima che artistica, è nel suo essere fuori dal tempo, dallo spazio, dai confini geografici. Il suo canto non è meramente territoriale, è una voce che parla la lingua di un passato millenario, nuragico, rivolto a chiunque abbia l’orecchio aperto e sensibile per ascoltarla.

 

Nata a Siligo, piccolo centro in provincia di Sassari nel cuore del Logudoro Mejlogu, il 24 giugno del 1934, fin dai primi anni la piccola Maria conosce il lavoro: dal cercare la legna insieme alla nonna alla raccolta delle olive, dalla lana da filare al sarchiare il grano. Un lungo tragitto a piedi (scalzi) da Sìligo a Biddanòa, con la cesta colma di panni da lavare al fiume, sono un obbligo imprescindibile per chi vive a stretto contatto con la povertà e la condizione sociale che essa comporta. Quel sentiero, percorso quando ancora era buio, è accompagnato da paure, ombre che provengono da un passato lontano, ancestrale. È allora che il canto, quello della sua terra, diviene per lei un fatto liberatorio, che esorcizza quei timori e nello stesso tempo ne diviene portavoce.

Nel buio sentivo/ echi di passi erano loro/ le ombre/ m’accompagnavano dal mondo passato./ Allora cantavo/ a voce delirante (Ombre – Estratto della poesia tratta dal libro “Canto Rituale”, 1975).

L’antichità del canto sardo si libera nelle corde vocali di una bambina incredibilmente dotata, capace a ogni piè sospinto di generare un’emozione profondissima e un timore quasi reverenziale, come in occasione delle messe da lei cantate o durante le esibizioni in piazza, accanto ai cantadores, durante le feste paesane.

Le ombre del passato non la lasceranno mai, e una in particolare aleggerà inesorabile: un padre perso troppo presto, quando lei aveva otto anni, “un uomo morto di povertà” come lei stessa scriverà. È uno dei dolori più laceranti vissuti dalla cantante.
Guardava fuori dalla finestra di casa quella terra arida e dura, sognando una vita migliore. Riti, canti e poesia sardi sono una memoria storica impressa nel suo volto di una bellezza disarmante che la portano a vincere, nel 1957, il concorso di bellezza Miss Sardegna. Questa ‘evasione’ culturale è l’inizio di una profonda emancipazione nei confronti di una società, amata profondamente per la magia e poesia della quale è intrisa, ma troppo stretta per il suo spirito anelante di futuro.

La valigia per attraversare il Tirreno alla volta di Roma è ricolma di aspettative e speranze. È il 1958 e la frenesia metropolitana fa riaffiorare antiche e nuove paure, a cominciare dal timore di non essere accettata e capita per via della lingua che canta (in una delle sue ultime interviste durante il programma Mezzanotte e dintorni del febbraio 1993, la cantante rivelerà che questo è stato uno dei suoi pensieri più frequenti).

A Roma conosce lo sceneggiatore Salvatore Laurani che di lì a poco diventerà suo marito. Sarà suo compagno per vent’anni, il mentore che dà a Maria la possibilità di uscire allo scoperto: prendere posto sui palchi, tanto temuti e fino a quel momento timidamente sognati.

Attraverso il Centro studi di musica popolare, diretto da Diego Carpitella, nell’Accademia di Santa Cecilia a Roma, Maria intraprende un percorso di ricerca musicale ed etnografica, che le consente di esplorare la propria terra e riportare in auge antichi canti. Visita i piccoli villaggi sardi, interroga gli anziani, custodendo gelosamente una tradizione molto più che folcloristica. Allo stesso tempo, però, si scontra con un sistema prettamente maschile del canto sardo, ma lo fa dimostrando la sua cultura e devozione.
La sua conoscenza profonda del passato musicale sardo, dal canto a chitarra alle ninne nanne, dal canto religioso gregoriano ai gosos (i canti devozionali dedicati ai Santi o alla Madonna), ai sos muttos e canti in re, le permette di rivisitare quei “luoghi”, per riconsegnarli intatti e mutati allo stesso tempo (celebri sono le sue versioni dell’Ave Maria algherese del 18° secolo e della poesia di Francesco Manno “Procurade ‘e moderare”).

Nel 1971 brillano le luci della ribalta nazionale con la realizzazione di due album, “Sardegna canta” e “Paradiso in re” in collaborazione con l’etnomusicologo Gavino Gabriel, e la messa in onda di uno straordinario documentario trasmesso dalla Rai, “Incontro con Maria Carta”, nel quale la cantante affianca Riccardo Cucciolla in un viaggio recitato e cantato lungo i sentieri malinconici e vitali della Sardegna.

A Maria Carta si deve il fatto di aver permesso al canto tradizionale sardo di superare i confini dell’Isola e farsi ammirare dal mondo intero.

Come nel caso della partecipazione al celebre programma musicale “Canzonissima” nel 1974, un’occasione nella quale la cantante sfoggia il proprio fascino, la sua eleganza, riempiendo di orgoglio l’animo dei conterranei. Quel vibrato così carismatico nel cantare Amore disisperadu ancora oggi tende e rilascia le corde dell’intimità del popolo sardo.
Un’importante e sensibile presenza scenica, accompagnata da una intatta bellezza sarda, non la tengono a lungo lontana dal teatro e dal cinema. Nel 1972 interpreta Medea nel lavoro di Franco Enriquez al Teatro Argentina di Roma e nello stesso anno tiene un importante concerto al Teatro Bol’šoj di Mosca. Recita anche nelle “Memorie di Adriano”, messo in scena con Giorgio Albertazzi.

Tra le diverse incursioni sul grande schermo che compie grazie a Pasolini, Zeffirelli, Tornatore, Rosi e Cabiddu, celebre è la sua interpretazione della Signora Andolini, la madre di Vito Corleone, ne “Il padrino – Parte II” di Francis Ford Coppola. Tra i “rifiuti” eccellenti c’è quello riservato ai fratelli Taviani, i quali l’avevano invitata a interpretare la madre di Gavino Ledda nel film “Padre Padrone”. Maria, una volta letto il copione, rifiuta la parte perché non ritrova nella rielaborazione del personaggio “la vera madre sarda”.

Sempre nello stesso anno incontra Amália Rodrigues con la quale si esibisce in un concerto al Teatro Sistina. L’anno seguente saranno insieme in una tournée in Sardegna. Incide grazie a Ennio Morricone la sigla dello sceneggiato tv “Mosè”.

Poetessa dai mille volti, nel 1975 pubblica la raccolta di versi “Canto rituale”, compendio di una denuncia sociale che eleva a protagonisti della narrazione i dimenticati, gli umili. Un’infaticabile partecipazione politica sfocerà nell’anno seguente con la sua elezione tra le file del Pci nel Consiglio comunale di Roma. Rimase in carica fino al 1981.

Gli anni Ottanta segnano per la cantante anche un cambiamento dal punto di vista personale. Si separa da Salvatore Laurani e conosce un nuovo amore, dal quale nel 1981 avrà un figlio, David. Con le esibizioni in Germania, Francia, Svizzera, Spagna, Belgio e in altri paesi d’Europa, ma anche in Africa e India, la sua voce travalica ormai i confini nazionali. Negli ultimi anni di vita è docente all’Università di Bologna e sul finire degli anni Ottanta si esibisce oltreoceano, in particolare a New York, Filadelfia e San Francisco.

È del 1993 l’album “Le memorie della musica”, ultima fatica musicale della cantante ormai provata dal cancro che la affligge. Con l’omonimo brano avrebbe voluto partecipare al Festival di Sanremo, come una sorta di ultimo desiderio, il suo testamento artistico, ma viene scartata. È un duro colpo per la cantante che vedeva nella sua partecipazione festivaliera una sorta di “addio alle armi”.

Lo strumento che racconta la sua anima, la sua voce, comincia a tradirla a causa della malattia e le cure. Ma Maria combatte la battaglia e in una celebre intervista al “Maurizio Costanzo Show”, racconta pubblicamente del suo male e del suo voler «lasciare un omaggio a tutti quelli che mi hanno seguito in questi quarant’anni di musica, a quanti hanno amato la mia voce, anche senza capire i canti sardi». Il vigore con il quale affronta i suoi ultimi giorni è esemplificazione del suo carattere passionale: le consente infatti ancora qualche esibizione: come la struggente versione a cappella di “No potho reposare” con Andrea Parodi in occasione della kermesse “In concerto con Maria”.

Maria Carta ci lascerà prematuramente il 22 settembre del 1994 all’età di 60 anni. Commozione e rimpianto hanno un vastissimo eco.

Nel suo paese natale, Siligo, il ricordo di questa cantante trova uno spazio speciale con la creazione nel 2003 del “Premio Maria Carta”, un riconoscimento assegnato dal comitato scientifico della Fondazione Maria Carta che ha visto fra gli altri premiati nomi illustri come Andrea Parodi, Paolo Fresu, Vinicio Capossela e Piero Marras.

Per tutti il dono prezioso di un indelebile messaggio:

«Io vi presento le canzoni dei miei vecchi, dei miei padri, dei padri dei miei padri. Ma vi racconto anche le pietre. Si dice che i sardi sono attaccati alle proprie pietre, ma forse è un fatto nostro inconscio perché le nostre pietre ci ricordano quello che eravamo e quelli che, in effetti, dobbiamo essere».

http://www.ladonnasarda.it/magazine/chi-siamo/3244/maria-carta-il-canto-profondo-di-una-donna-fuori-dal-tempo.html

https://ilcalendariodelledonne.wordpress.com/2017/04/15/donne-italiane-nate-a-giugno/

http://www.enciclopediadelledonne.it/biografie/maria-carta/

https://it.wikipedia.org/wiki/Maria_Cart

 

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