accadde…oggi: nel 2014 muore Ana Maria Matute, di Monica Bedana

Ricordare Ana María Matute in questo periodo è quasi d’obbligo. Sono giorni, infatti, in cui due parole che dovrebbero rimanere sempre lontane, “bambino” e “guerra”, si avviluppano senza senso. Le creature che riusciranno a scamparla saranno l’ennesima generazione di niños asombrados, bambini spaventati, increduli e balbuzienti per la paura, come lo fu Ana María Matute (26 luglio 1925, Barcellona-25 giugno 2014, Barcellona) dopo la guerra civile spagnola.

Se qualcuno nel frattempo ha creduto che l’infanzia fosse il paradiso, scoprirà tra le pagine della Matute la predestinazione dei bambini e degli adolescenti alla sofferenza. Il primo impatto con la morte, per i bambini della guerra, non sarà mai il racconto ingenuo del nonno che “se ne è andato, è salito in cielo” ma la presenza gelida del cadavere crivellato dietro il patio di casa e lo scempio dei bombardamenti, nella Spagna del ‘36 come oggi sulla striscia di Gaza. E ci sarà una guerra nella guerra, quella sempre persa che vorrebbe far crollare il muro dell’incomprensione con gli adulti.

Matute ha scritto sempre della bambina in guerra che era stata, di come si è salvata con le parole quando ancora non sapeva leggere e sfogliava pagine su cui vedeva inseguirsi milioni di formiche stampate. Lo scrive nella trilogia di racconti (mai tradotta in italiano) Los mercaderes [I mercanti], opera di riferimento della generazione di quei bambini spaventati di cui fecero parte altre penne femminili coraggiose e luminosissime, quelle di Carmen Martín Gaite e Carmen Laforet.

Con le parole, Matute si è difesa da un mondo che dopo la guerra non è più stato uguale a prima, per lei. Vinse la balbuzie quando lo scrivere finalmente allontanò la paura (fu precocissima, il primo romanzo a 17 anni, scritto a mano e consegnato all’editore su un quaderno a quadretti con la copertina nera come la miseria che si pativa in quegli anni, l’unico tipo di quaderno reperibile), ma il senso di solitudine rimase lì, integro, intonso;i fucili, le bombe, le pistole non lo avevano scalfito.

La solitudine fa tutt’uno con l’incomprensione, con l’incapacità di esprimersi, è il contrario della parola; tende agguati mortali ai bambini, sbagliato credere che sia prerogativa degli adulti. Solitudine in spagnolo è un nome di donna e di madonna, Soledad, la venerano nelle processioni della settimana santa; Solitudine è anche il nome crudele della protagonista del racconto En esta tierra [In questa terra], ragazzina disorientata dalla guerra che le è piovuta addosso proprio mentre iniziava a vivere.

Solitudine e silenzio, gli alleati della depressione, hanno scavato a lungo il cuore e la carriera di Ana María Matute, che pur avendo vinto quasi tutto (il premio Cervantes, il Príncipe de Asturias, la candidatura al Nobel nel 1976, il Nacional de Literatura e lo scranno della Real Academia de la Lengua, terza donna ad occuparloin 300 anni di esistenza dell’istituzione), per vent’anni ebbe“paura della parola felicità”e smise di pubblicare e di vivere.

Ma perfino in quegli anni vagò curiosa per il bosco incantato della fantasia e dell’immaginazione, l’angolo di noi e delle parole sempre umido di vita, fecondo e rigoglioso, la soglia impenetrabile che l’aridità del mondo non può varcare. Lì, sotto le fronde, la felicità non fa più paura, «creedme porque me lo he inventato», credetemi perché me lo sono inventato. «Necessaria come il cibo e il sonno», l’immaginazione spalanca finalmente le porte ai grandi romanzi della rinascita, del sogno e dell’oblio: Dimenticato re Gudù (Rizzoli, 2000) e Aranmanoth (2000, mai tradotto in Italia).

“Contadora de historias”, eredita e proietta nel futuro la tradizione del Pentamerone, lo cunto de li cunti che a sua volta nutrirà i Grimm, Perrault e quegli autori di fiabe affatto fiabe che per primi la spingeranno ad addentrarsi nel bosco dell’immaginazione e a scrivere.

«Scrivere è una scoperta che si fa giorno per giorno attraverso la parola, e la parola è ciò che di più bello si sia mai creato, la cosa più importante che gli esseri umani possiedono. La parola ci salva. Tuttavia non ne siamo semplicemente padroni, per usarla solo come strumento; possederla significa votarla senza sosta alla ricerca di un’altra parola, non comune, laboriosa e inseguita con fervore, che però ci appare così semplice e così genuina quando finalmene la troviamo.(…) Perché ognuno di noi, senza eccezioni, porta dentro di sé una parola, una parola straordinaria che ancora non siamo riusciti a pronunciare. Scrivere per me è rincorrere quella parola magica, la parola che ci aiuterà a raggiungerela completezza; è lei la risposta al mio desiderare: desiderare che quella parola raggiunga qualcuno che la riceva come una barca a vela in esasperata calma piatta riceverebbe il vento, una parola che magari la porti verso la spiaggia, una spiaggia che potrebbe chiamarsi infanzia svanita, oppure vita o futuro o ricordo. Che potrebbe chiamarsi “tu” o “io”». (Frammento del discorso pronunciato da Ana María Matute il giorno della sua ammissione alla “Real Academia de la Lengua”. Intitolato En el bosque [Nel bosco], è rivelatore del senso della ricerca indomita che rappresenta per lei lo scrivere. Da traduttrice lo trovo anche felicemente applicabile alla traduzione, che dello scrivere è la seconda pelle).

L’infanzia può durare quasi quanto la vita, finisce solo se si esaurisce la nostra capacità di sorprenderci. La bambina con addosso le ammaccature della guerra ha continuato a tastarsi i lividi, a trasferirne l’impronta sulla pagina scritta, perché servisse a scongiurare altre generazioni di niños asombrados. Quella bambina adulta non ha mai smesso di lasciarsi sorprendere dal potere taumaturgico dell’immaginazione. Disse che scriveva perché non aveva trovato posto nel mondo; come se il mondo potesse esistere fuori dalle parole.

Festa a nordovest (Einaudi, 1961, traduzione di Paolo Pignata); Prima memoria (Sellerio, 1997, traduzione di Maria Nicola); Cavaliere senza ritorno (Sellerio, 1999, traduzione di Maria Nicola); Piccolo teatro (Sellerio, 2003, traduzione di Maria Nicola); Dimenticato re Gudù (Bompiani, 2000, traduzione di Maria Nicola), questi i racconti e i romanzi di Ana María Matute tradotti in italiano.

http://www.sulromanzo.it/blog/ricordo-di-ana-maria-matute-scrivo-perche-non-ho-trovato-posto-nel-mondo

https://ilcalendariodelledonne.wordpress.com/2017/06/01/not-italian-women-died-in-june/

https://it.wikipedia.org/wiki/Ana_Mar%C3%ADa_Matute

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