giorni no, di Carla Sale Musio

Ci sono giorni che ti senti NO.

Giorni che tutto prende una piega storta.

Giorni che, anche pensare, è troppo faticoso.

Giorni in cui la vita sembra una prigione grigia, senza speranze.

Sono quelli i giorni in cui il nostro bimbo interiore ci parla.

Scivola fuori dal carcere, dove noi, normalmente, lo teniamo rinchiuso, e racconta, per un poco, la sua delusione.

Era arrivato nel mondo, pieno di speranze.

Di sogni.

Di desideri.

Di missioni da compiere e di favole da raccontare.

Carico di entusiasmo e di energia.

Pronto ad avventurarsi nella vita, come un esploratore coraggioso.

Felice di conoscere se stesso e di scoprire tutto ciò che gli piace.

Poi, c’è stato il big bang… e ogni cosa è andata in pezzi.

È stato quando, per la prima volta, ha sentito il dolore, l’umiliazione bruciante dell’incomprensione. Quando ha vissuto la solitudine, la delusione, il rifiuto.

“Che brutto è il mondo!” ha pianto disperato.

Mentre scappava via a gambe levate, cercando un nascondiglio dove nessuno potesse più scoprirlo.

E si è rinchiuso dentro se stesso. Giù in fondo all’anima. Proprio in un angolino.

E’ lì che lo abbiamo nascosto, perché non soffrisse ancora quel dolore straziante, quella implacabile disperazione.

E’ lì che abbiamo costruito la sua prigione. Per tenerlo al riparo da altre delusioni.

Gli abbiamo messo addosso così tante maschere di protezione che adesso quasi non ce la fa più!

Scompare, sotto quel nostro coprifuoco.

E noi stessi non siamo più capaci di ritrovarne le tracce.

Oggi… che siamo diventati adulti.

Sappiamo stare al mondo e comportarci com’è opportuno. Siamo capaci di vivere la vita, da soli o in mezzo agli altri.

Il big bang è lontano e, del bambino che siamo stati, non ci ricordiamo nemmeno più.

Acqua passata.

Ora importa il presente.

Costruiamo il futuro.

Un futuro migliore.

Ma il bimbo aspetta ancora.

Nascosto sotto i mille doveri delle nostre quotidiane occupazioni.

Aspetta l’attimo della disattenzione. Il momento di uscire, finalmente! Di avventurarsi di nuovo nella vita.

Ogni tanto succede.

Capita soprattutto quando siamo stanchi.

Quando per un momento abbandoniamo i freni della ragione e concediamo al sentire lo spazio impercettibile dell’intuizione.

In quei momenti, un piccolo desaparecido fa capolino dal buio in cui lo avevamo relegato, per raccontarci la sua vita randagia.

Se non lo allontaniamo e stiamo attenti, possiamo riconoscerne le emozioni.

Ciò che proviamo, le nostre commozioni, sono le sue parole, fatte con il tessuto dell’emotività.

E’ un bimbo fragile, vissuto nel segreto di se stesso, nell’ombra della nostra accettazione.

Cerca quell’attenzione e quell’ascolto che i grandi non gli hanno saputo dare.

Ha bisogno di essere accolto, accettato e amato, così come è. Senza sforzarsi di volerlo cambiare.

Cerca un adulto che possa condividere con lui tutte le brutte emozioni del passato.

Oggi… che siamo diventati grandi, possiamo entrare in contatto con quelle sensazioni vissute da bambini. Senza sfuggirle.

Possiamo accogliere le nostre giornate grigie, perché sono occasioni preziose di ritrovare il cucciolo interiore, la nostra infanzia dimenticata.

Oggi… che siamo diventati grandi, possiamo tollerare i giorni bui.

Sono momenti di ricongiunzione tra ciò che per paura abbiamo cancellato (il passato) e ciò che con fatica siamo diventati (il presente).

L’energia del bambino è ancora intatta. Pronta per affrontare le prove della vita.

Proprio nei giorni bui emerge alla coscienza, col suo linguaggio fatto di sensazioni.

Non sfuggirle è la chiave che permette di aprire la prigione.

Ritrovare il dolore rimosso è il prezzo necessario a liberare quella forza vitale dal carcere in cui l’abbiamo intrappolata, lo sforzo che ci aiuta ad avere un contatto migliore col mondo e con la nostra vita.

Il bambino interiore è un esserino fragile e, spesso, impresentabile!

Impulsivo, mutevole, sensitivo e poco normale!

Benché imprendibile con i sensi fisici, è una realtà viva e vitale.

Esprime la nostra verità.

Continuare a nasconderlo impoverisce la vita.

Ascoltare i suoi tormenti di clandestino, ci permette di ritrovare il senso dell’esistenza e l’avventura della nostra unicità, apre le porte all’entusiasmo frizzante dei bambini e libera l’intuizione, guidandoci verso nuove e migliori possibilità.

http://carlasalemusio.blog.tiscali.it/2012/06/04/giorni-no/

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