accadde…oggi: nel 1934 muore Marie Curie, di Sandro Iannaccone

4 luglio 2014. Amava così tanto la scienza e il suo lavoro che, alla fine, ci rimise la vita. Perché morì il 4 luglio 1934, settantanove anni fa, di anemia aplastica, malattia contratta a causa della lunga esposizione alle radiazioni. Parliamo naturalmente di Marie Curie, la scienziata polacca naturalizzata francese cui si devono la scoperta del polonio e del radio e le ricerche sulla radioattività, che le valsero ben due premi Nobel, per la fisica e per la chimica (a oggi, Curie è l’unica donna plurivincitrice dell’onoreficenza).

Maria Sklodowska – questo il suo nome da miss – era nata a Varsavia il 7 novembre 1877, la più giovane di cinque fratelli, da due genitori insegnanti. Di spirito curioso e vivace e di intelligenza brillante, prese le prime lezioni di fisica e matematica dal padre Ladislas quando era ancora bambina. Poi, a undici anni, arrivò una pesante tragedia familiare: la morte di tubercolosi della madre Bronitswa. Ma la ragazza trovò la forza di proseguire gli studi, anche se non fu ammessa all’ Università di Varsavia, al tempo riservata solo agli uomini: seguì i corsi della cosiddetta università sommersa, delle classi di studio informali che si tenevano in segreto.

 

Per superare le difficoltà finanziarie, la giovane Marie strinse con sua sorella Bronya un patto: avrebbe lavorato per pagarle gli studi all’estero e, quando l’altra si fosse laureata, i ruoli si sarebbero invertiti. Così, per cinque anni, Curie trovò impiego come governante, studiando fisica, chimica e matematica nel tempo libero. Fino a 1891, quando finalmente potè emigrare a Parigi per proseguire la sua istruzione alla Sorbona. Qui si laureò a pieni voti, prima in fisica e poi in matematica, e conobbe quello che poi sarebbe diventato suo marito, Pierre Curie.

Il sodalizio con Pierre divenne sentimentale e scientifico. I due studiarono a fondo i lavori di Henri Bequerel sulla radioattività e ne proseguirono gli esperimenti, scoprendo che i raggi emessi dall’ uranio erano indipendenti dalla condizione o dalla forma del materiale. Marie intuì che il segreto doveva stare nella struttura atomica della sostanza, un’idea che aprì un campo completamente nuovo per la scienza, la fisica atomica.

In seguito, lavorando sulla pechblenda, un minerale cristallino, Marie isolò nel 1898 il polonio, chiamato così in onore della patria della scienziata. E, quattro anni più tardi, fu la volta del radio, di cui Curie riuscì a produrre un decigrammo, dimostrandone senza ombra di dubbio l’esistenza. A questo punto arrivò il primo premio Nobel, “in riconoscimento agli straordinari risultati delle loro ricerche nel campo della radioattività”. Seguito, qualche anno più tardi, dal secondo, “per la scoperta del radio e del polonio, per l’isolamento del radio e per lo studio della natura di questo notevole elemento”.

Purtroppo, però – ma allora ancora non lo si sapeva – la radioattività è tossica. E i tubi di radio che Curie portava da una stanza all’altra del laboratorio tenendoli in tasca non fecero bene alla sua salute. Nel 1934, malata di anemia, si trasferì al Sancellemoz Sanatorium, con l’intento di riposare e rimettersi in forma. Ma non ce la fece: l’esposizione alle sostanze radioattive era stata troppo lunga e ravvicinata. Morì in ospedale. È sepolta al Pantheon di Parigi: la sua bara, per il timore di contaminazioni radiattive, è stata avvolta in una camicia di piombo.

https://www.wired.it/scienza/lab/2014/07/04/la-morte-di-marie-curie/

https://it.wikipedia.org/wiki/Marie_Curie

http://www.stpauls.it/gio/1129gi/scienzaetecnologia.html

 

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