accadde…oggi: nel 2016 muore Bianca Orsi, di Silvia Galbiati e Alessandra Lanza

Sono gli occhi di una ventenne, vivi e pieni di un’energia insolita e dirompente. Ma le rughe che li contornano tradiscono i suoi 98 anni. Bianca Orsi, scultrice e partigiana, moglie e madre, testimone degli anni d’oro dell’Accademia di Brera, nonostante l’età quasi secolare, non ha perso l’entusiasmo nel creare opere d’arte. Il suo studio, quasi un museo personale in corso Garibaldi a Milano, pullula di statue alte fino a due metri, arazzi, dipinti, incisioni, mosaici, vasi in terracotta. La stanza, lunga e stretta, è talmente affollata che si fatica a camminare al suo interno e soltanto lei, così esile, riesce a muoversi in mezzo alle sue creature.

Nata a Salsomaggiore Terme, in provincia di Parma, nel 1915, talentuosa fin dalle scuole elementari, decise di frequentare l’Accademia di Brera. «Mi svegliavo ogni mattina alle cinque per prendere il treno e percorrere i 110 chilometri che mi separavano da Milano – racconta Bianca –. Spesso arrivavo a Parma alle due del mattino, viaggiando da sola».

Il sogno di Bianca era studiare architettura:bocciata all’esame di ammissione, ripiegò sulla pittura per giungere poi alla sua vera vocazione, la scultura. In Accademia ebbe l’occasione di studiare e laurearsi con i più grandi maestri del tempo: prima in pittura, con Aldo Carpi e Achille Funi, poi in scultura, con Marino Marini e Giacomo Manzù.«Chi mi ha incoraggiato di più è stato Marini – ricorda Bianca -. Ci consigliava sempre di realizzare ciò che desideravamo con i materiali per noi più adatti. Anche Carrà passava spesso in Accademia, ma erano apparizioni veloci. Ho avuto come compagno di corso anche Dario Fo». Da giovane frequentava il bar Jamaica con altri artisti come Fontana e De Pisis: «De Pisis comprò una mia statua e mi propose uno scambio con una sua opera. Io decisi di regalargli una mia incisione».

Bianca ottenne la borsa di studio Hayez, che le avrebbe dato la possibilità di studiare per alcuni anni a Parigi, ma scelse di non partire per motivi economici, come il valore troppo basso della lira, e soprattutto per la guerra, un vero spartiacque nella sua vita. Se inizialmente i bombardamenti la costrinsero a rifugiarsi tra le mura dell’Accademia, che non poteva essere colpita in quanto “monumento utile” (anche se in realtà, «se avevano esigenza di alleggerire l’aereo lo facevano comunque»), la guerra si trasformò in un’amara fonte di ispirazione per la sua arte. Bianca visse in prima persona le brutture, le violenze del secondo conflitto mondiale, durante il quale fu partigiana.

«Ho partecipato alla Resistenza a Salsomaggiore, in staffetta con coloro che presidiavano la montagna; nascondevo le armi sotto la tavolozza dei colori o nella canna della bicicletta. Ho ricevuto la medaglia di bronzo all’onore: non d’oro, forse perché non sono morta».Bianca non ama parlare di questo periodo della sua vita: distoglie lo sguardo e lo rivolge alle sue statue.Le sue opere parlano per lei, delle donne che ha incontrato e che ha visto soffrire durante il periodo di prigionia.Alcune statue hanno dei tagli o dei pezzi in legno appuntiti che sporgono dallo sterno e dal ventre: «Rappresentano i sacrifici delle donne, che gli uomini spesso non capiscono, considerandole inferiori. La maternità è uno di quei sacrifici, ma è anche la nostra felicità.Ho sempre lottato per la parità tra uomo e donna ed è anche per questo che la figura femminileè la principale protagonista della mia arte».

Le sue figure hanno un’anima di metallo e di legno. Tra i materiali predilige i legni più pregiati, come il rovere, il noce, il mogano, oppure il rame e l’alluminio. La signora Bianca ha inoltre realizzato più di duemila disegni, su supporti di ogni tipo: carta da pacchi o da parati, fodere, fogli trovati nella spazzatura ai tempi del carcere.«Non parto con l’idea di fare un disegno preciso, mi cade l’inchiostro. Muovendomi dai primi tratti o da una macchia inizio a disegnare, lasciandomiguidare dall’ispirazione».

Bianca Orsi ha come modelli stilistici i disegni del Cinquecento, le opere raffaellesche e di Giotto,che insieme a Picasso considera un genio assoluto dell’arte.  Così il suo tratto è profondamente espressionista. Apprezzata in Germania e in Svizzera, dove è stata presente con mostre personali, Bianca è poco compresa in Italia, dove ha esposto solo in collettive. Il rapporto con le sue opere è viscerale: le considera sue creature, dalle quali fatica a separarsi. «Quando avevo circa quarant’anni un vescovo mi propose di comprare tutto lo studio. Aveva intenzione di collocare le mie statue di donne in alcune chiese americane, in quanto vedeva nei miei soggetti Madonne sofferenti. Mi avrebbe pagata un miliardo di lire, ma se avessi accettato avrei dovuto firmare un falso atto di donazione. Così risposi al vescovo: “Nel mio Paese sono una partigiana, con questo atto di donazione tradirei tutti i miei principi” e rifiutai. Oggi, a volte, mi pento della scelta fatta, ma questo atto resta un esempio di coerenza civile».

Gli ingenti costi della sua arte e la scarsa fama che oggi le viene riconosciutacontribuiscono alle difficoltà economiche dell’artista, che rischia lo sfratto dallo studio, di proprietà del Comune di Milano e del quale non può più permettersi di pagare l’affitto. Per questo i famigliari hanno contattato il sindaco Giuliano Pisapia, offrendo, in cambiodell’utilizzo dello spazio, una statua raffigurante una partigiana e realizzata proprio da una partigiana da esporre nella nuova piazza milanese dedicata a questi eroi. Il figlio Alessandro Balducci, attore di teatro e non solo, racconta di non aver ancora ricevuto risposta dal primo cittadino e aggiunge: «I materiali e le tecniche che Bianca utilizza sono costosissimi e le offerte fatte dai galleristi per le sue opere non bastano a coprire nemmeno un decimo delle spese per la loro realizzazione».

Il timore è che la critica possa accorgersi della sua eccellenza soltanto quando sarà troppo tardi: spesso gli artisti vengono riconosciuti post mortem. Bianca Orsi è invece un patrimonio culturale e storico per Milano e per l’Italia intera, esempio per i giovani artisti e non solo: «Il consiglio che mi sento di dare ai giovani è quello di lavorare, di non smettere mai di produrre:  ho lavorato per tutti i giorni della mia vita e continuo anche oggi. Se si lavora, si vive a lungo perché il lavoro aiuta a crescere»

http://www.magzine.it/bianca-orsi-partigiana-dellarte/

https://ilcalendariodelledonne.wordpress.com/2017/06/11/not-italian-women-died-in-july/

http://milano.repubblica.it/cronaca/2010/01/31/news/nella_casa_di_donne_di_bianca_orsi-2613653/?refresh_ce

https://it.wikipedia.org/wiki/Bianca_Orsi

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