accadde…oggi: nel 2013 muore Carlotta Nobile, di Valerio Cappelli

ROMA – I suoi lunghi capelli biondi, che incorniciavano un atipico volto nordico, rimasero intatti dalla malattia. Carlotta Nobile aveva ventidue anni quando si ammalò di cancro. È morta due anni dopo, il 16 luglio scorso, nella sua casa familiare affacciata sulla piazza principale di Benevento. Di famiglia aristocratica, era nata a Roma e faceva una vita vorticosa. Aveva studiato a Londra, Salisburgo, New York.

Era una violinista che aveva già pubblicato due libri, che indagava sui rapporti tra musica e pittura, o che faceva riflessioni come questa: «A volte quando osservo le persone per le strade di città non mie, mi chiedo che bambino sia stato ogni adulto». Scriveva che neppure il passato è definitivo, che anche il passato cambia. Fu spinta dalla sua curiosità onnivora a spaziare su una delle parole più consunte e logore dopo la retorica sanremese e l’Oscar italiano: la bellezza. Lei, la bellezza la indossava ogni giorno. E la interpretava.

Il 19 marzo alle 11 all’università La Sapienza, insieme a familiari e docenti, amici e compagni di studi, le verrà conferita alla memoria quella laurea in Storia dell’Arte che mancò per due esami: la sabbia del tempo, nella clessidra, era tutta dall’altra parte. Aveva vinto la malattia, ma si era accontentata di una vittoria breve. Perché centinaia di persone di tutte le età continuano a scrivere sul blog «Il cancro e poi», che Carlotta aveva aperto sulla sua pagina Facebook, come se lei, questa ragazza di 24 anni, fosse ancora viva: «Sono capitata qui per caso e le tue parole mi hanno riempito gli occhi di lacrime» (Francesca); «Grazie per quello che ci hai lasciato» (Loris). E un anonimo: «Sono capitato per caso in una Chiesa di Roma e ho saputo della tua esistenza, mi hai incuriosito e ti ho cercato». La fede, Carlotta, l’ha abbracciata all’ultimo. Prima la malattia l’ha rifiutata, l’ha avversata, l’ha detestata, ha reagito con sgomento e rabbia; perché proprio io?, chiedeva come si può chiedere quando si è così giovani. Poi non si è arresa, ma è cambiata, ha spostato le sue energie sul senso della vita, ha vissuto la malattia nell’unico modo con cui poteva affrontarla: tuffandocisi dentro con tutto il coraggio e la determinazione di cui era capace.

Ha conosciuto la fede negli ultimi tre mesi, le scoppiò all’improvviso. Carlotta voleva essere rassicurata, sua madre chiese a una amica di raccontarle come le vicissitudini della vita le avessero dato forza. Carlotta cominciò a rielaborare quei discorsi, mentre la malattia, il lato notturno della vita come la chiamò Susan Sontag, continuava per la sua strada. Dopo la rinuncia a un concerto a Carrara (lì ebbe la crisi) mandò un sms ai suoi genitori: «Sono serena, sono aiutata, non ho paura». L’illuminazione, la sua bandiera fu una frase di Papa Francesco: «I giovani devono portare la croce con gioia». Il giorno dopo perse conoscenza, andò in riabilitazione, le illusioni, le ricadute: il calvario era cominciato. Siamo al Venerdì Santo prima di Pasqua. Carlotta è a Roma e vuole confessarsi, ma i fedeli si preparano alla Via Crucis e le porte delle Chiese sono chiuse. Ne trova una aperta, quella di San Giacomo al Corso. Il sacerdote, Don Giuseppe, è malato, pochi giorni prima aveva chiesto conforto a papa Francesco, il quale gli disse: pregherò per te, ma fa che i tuoi parrocchiani non trovino mai la tua Chiesa chiusa. I segni premonitori di questa storia, così drammatica e così piena di vita, mettono a dura prova le dighe di chi, come noi, proviene da una cultura laica.

Su internet, Carlotta raccontava la sua gioia immensa nel leggere i messaggi di chi confessava di riconoscersi in quello che lei scriveva. Raccontò la sua malattia senza fare sconti a se stessa, con la stessa intensa semplicità con cui Francesco determina il suo pontificato.
Il blog lo cominciò così: «Mi chiamo C, ho 24 anni e dal 5 ottobre 2011 combatto con un melanoma metastatico al quarto stadio. Il mio desiderio è stato fin dal principio quello di creare un luogo virtuale di incontro e scambio su quella difficilissima ma estremamente formativa esperienza di vita che è il cancro. Sia che stiate lottando contro questa malattia, sia che conosciate qualcuno che la sta vivendo, sia che arriviate qui per semplice curiosità, sentitevi liberi di parlarne, come forse nella vita di tutti i giorni non amiamo fare. Perché solo raccontando il cancro si può apprezzare davvero la vita». E poi: «Io non so più neanche quanti centimetri di cicatrici chirurgiche ho. Ma li amo tutti, uno per uno, ogni centimetro di pelle incisa che non sarà mai più risanata. Sono questi i punti di innesto delle mie ali».

Carlotta è un angelo caduto che non voleva la pietà della gente, non voleva essere trattata da malata, diceva di non sopportare lo sguardo «diverso» delle persone che sanno di te. Prese a meditare sul dono della sofferenza, considerò il cancro una possibilità in più offertole dal destino per accrescere la sua forza. I suoi genitori la guardavano increduli, senza capire da dove le venisse questa forza. Ha lasciato un vuoto anche in chi non la conosceva e adesso, a distanza di quasi un anno, si susseguono i concerti, gli incontri, le iniziative a lei dedicate. In molti l’hanno conosciuta «dopo», quando è scomparsa. E le parlano, le scrivono, anche quelli che a prima vista vorrebbero prendere le distanze da tutto questo, perché non sapere, non voler sapere, a volte rende le cose più facili.
Nel suo primo libro, «Il silenzio delle parole nascoste», descrive con la sua toccante semplicità che cosa passa per la testa di un concertista quando ha davanti a sé il pubblico: «Il terrore della prima nota, il brivido dell’ultima e l’emozione di tutte le altre».
Fino alla consapevolezza, spenti gli ultimi applausi, di poter dire a se stessa: «Ce l’ho fatta». Questa, per Carlotta, è la felicità.

http://roma.corriere.it/notizie/cronaca/14_marzo_16/violino-malattia-l-immensa-gioia-la-vita-c7b5db02-ad12-11e3-a415-108350ae7b5e.shtml

https://it.wikipedia.org/wiki/Carlotta_Nobile

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