accadde…oggi: nel 1995 muore Ida Lupino, di Francesca Vatteroni

Regista e attrice cinematografica e televisiva inglese, nata a Londra il 4 febbraio 1914 e morta a Burbank (California) il 3 agosto 1995. Come attrice lavorò dapprima in Inghilterra, poi negli Stati Uniti dove, nel corso degli anni Quaranta, fu apprezzata interprete di numerosi noir. Considerata l’unica donna regista in grado di lavorare nel clima repressivo configuratosi a Hollywood negli anni Cinquanta (grazie anche alla casa di produzione fondata con il marito, Collier Young), si cimentò nel genere melodrammatico, ma discostandosi dai modelli tradizionali e concentrando la sua attenzione su temi controversi, quali la bigamia, la malattia fisica, la maternità al di fuori del matrimonio. Dotata di un caustico senso dell’umorismo e di una personalità irriverente, il suo atteggiamento verso le conquiste di libertà e indipendenza femminili talvolta fu accusato di conformismo tradizionalista, mentre in realtà si espresse con grande chiarezza nell’amara saggezza cui giungono le eroine dei suoi film, tanto che le sue opere sono state riesaminate in quest’ottica nell’ambito degli studi del movimento femminista.

Discendente da una storica famiglia inglese di clown, ballerini e attori, il cui capostipite Giorgio Lupino (o Luppino) pare fosse un rifugiato politico italiano, ebbe dal padre Stanley ‒ già affermato interprete di commedie musicali e pantomime ‒ le prime lezioni di recitazione. Frequentò quindi la Royal Academy of Dramatic Arts di Londra e debuttò nel cinema con Her first affair (1932; L’altalena dell’amore) di Allan Dwan in una piccola parte che inizialmente doveva essere affidata alla madre, l’attrice Connie Emerald. In quello stesso anno apparve brevemente in altri film, sempre nel ruolo della ragazza ingenua e spaventata, cui sembrava destinarla il suo fisico minuto e il volto dall’ovale delicato, circondato dai capelli scuri (che diventarono biondi quando la sua carriera prese la direzione degli Stati Uniti, dove fu lanciata come la ‘Jean Harlow inglese’). Nel 1934 si trasferì a Hollywood e iniziò a lavorare per la Paramount, praticando i generi più diversi, sotto la direzione dei maggiori registi dell’epoca; ebbe una parte minore nel melodramma fantastico Peter Ibbetson (1935; Sogno di prigioniero) di Henry Hathaway e un anno dopo Rouben Mamoulian le affidò un interessante ruolo in The gay desperado (Notti messicane). Apparve nel musical Anything goes (1936) di Lewis Milestone, interpretato da Bing Crosby, e fu scelta da Raoul Walsh per la commedia Artists and models (1937). Passata alla Warner Bros. recitò al fianco di Humphrey Bogart in High Sierra (1941; Una pallottola per Roy), perfetta commistione tra gangster film e noir, diretta nuovamente da Walsh. La sua interpretazione di Marie, una ballerina che decide di fuggire con un rapinatore condividendone il destino senza futuro, fu particolarmente efficace e le aprì la strada per analoghi ruoli di donne forti ma sfortunate, che si trovano a vivere in contrasto con la legge o in conflitto con sé stesse. Fu quindi Emily Brontë in Devotion (1944; Appassionatamente) di Curtis Bernhardt e fu la protagonista di un altro film diretto da Walsh (in collaborazione con John Maxwell), The man I love (1946; Io amo), nel ruolo di una cantante di nightclub che, tornata a casa per le feste di Natale, riesce a risolvere i problemi familiari ed economici dei suoi fratelli. Conscia della difficoltà di trovare personaggi all’altezza delle sue capacità interpretative e resasi conto della crescente competizione tra attrici per ottenere parti significative, la L. decise dapprima di proporsi come produttrice indipendente, poi di debuttare nella regia. Nel 1949, con il marito C. Young e Anson Bond fondò la Emerald Production; la prima e unica produzione della società fu Not wanted (1949; Non abbandonarmi), film in cui la L. subentrò, non accreditata, a Elmer Clifton nella regia, dopo aver scritto con Paul Jarrico la sceneggiatura, basata sulla storia di una giovane donna che mette al mondo un figlio illegittimo ed è costretta ad affidarlo a un istituto. Pur attenendosi ai codici del melodramma, il film evita ogni giudizio morale sul comportamento della donna e tratteggia la vicenda con una notevole sensibilità. Fu con la nuova società nata dopo la separazione da Bond, The Filmaker, che la L. realizzò i film successivi, spesso condividendo con il marito la produzione o la sceneggiatura. Anche in Outrage (1950; La preda della belva), che segnò il suo debutto ufficiale come regista, riuscì a dare vita a un dramma sociale rigoroso e realistico che punta molto sull’interpretazione degli attori. Per raccontare il superamento del trauma di una violenza carnale, la L. si servì dei meccanismi narrativi del noir che conferiscono uno stile classico alla scabrosa materia del film. Il tema del corpo femminile, legato a quelli dell’agonismo e della carriera, ritorna in Never fear (1950), che ha per protagonista una danzatrice in lotta con la poliomelite, e in Hard, fast, and beautiful (1951), che indaga il complesso rapporto che lega una madre a una figlia campionessa di tennis. Se in linea con le direttive degli studios la positiva soluzione finale non poteva consentire la conciliazione tra matrimonio e carriera, pure l’aspetto più interessante del film da un punto di vista narrativo e sociologico è il risalto dato al ruolo volitivo e determinato svolto dalla madre nella progressiva costruzione del successo sportivo dell’adolescente.

The bigamist (1953; La grande nebbia) fu l’unico caso in cui la L. diresse il film anche interpretandolo; si tratta di un melodramma sul tema dell’adozione che è anche una critica al modello femminile tradizionale, e in cui la regista delinea anche una figura maschile alla ricerca di un difficile equilibrio nella vita sentimentale. Il successivo The hicht-hiker (1953; La belva dell’autostrada), film d’azione teso e coinvolgente, viene per lo più considerato il suo capolavoro: qui, infatti, le figure maschili sono portatrici di istanze irrazionali e di pericolo, con un ribaltamento della prospettiva codificata del noir, che attribuiva tali valenze ai personaggi femminili. Tra le altre interpretazioni della L. da ricordare quella di Mildred Donner in While the city sleeps (1956; Quando la città dorme) di Fritz Lang, che fu anche una delle sue ultime apparizioni sul grande schermo. Negli anni seguenti si dedicò infatti alla televisione realizzando, tra le altre cose, numerosi episodi delle serie The fugitive, The untouchables e Dr Kildare. Abbandonò definitivamente l’attività artistica nel 1978.

http://www.treccani.it/enciclopedia/ida-lupino_%28Enciclopedia-del-Cinema%29/

https://ilcalendariodelledonne.wordpress.com/2017/06/14/not-italian-women-died-in-august/

 

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