Ergastolo: la voce dei detenuti, delle famiglie e di chi vive il carcere

 

La “Rassegna Stampa” dal fine pena 9.999

 

Numero 12 – Agosto 2017

 

L’Associazione Liberarsi onlus, che ha sempre sostenuto la campagna contro il carcere a vita sta raccogliendo sul suo sito una raccolta di firme per l’abolizione dell’ergastolo: chi vuole aderire può farlo firmando nel sito www.liberarsi.net

 

Breve editoriale

 

La notizia dell’ennesimo suicidio in carcere mi ha fatto pensare che l’Assassino dei Sogni (il carcere, come lo chiamo io) convince a togliersi la vita più d’estate che d’inverno. Che amarezza però che quasi nessuno ne parli. Per fortuna, oggi, da un compagno in carcere ho ricevuto questa “buona” notizia: L’altro giorno, dopo 37 anni di carcere, è andato ai domiciliari un mio vicino di cella… circa 68 anni con una catasta di patologie e su una carrozzina, con inizio di Parkinson … Mamma mia, quanto carcere a persone ammalate! Ma siamo in Italia. Purtroppo, ci sono magistrati di sorveglianza che se ne fregano della Costituzione e delle norme Europee e tergiversano, facendoci invecchiare fino all’ultimo in carcere.

 

Voci da fuori

 

Ciao Carmelo, vorrei raccontarti, ma sono sicura che tu sai bene come funzionano queste cose, le assurdità che i detenuti di un carcere che non nomino,  devono sopportare. Intanto le perquisizioni delle celle che vengono fatte abbastanza spesso  senza che ci sia una vera motivazione, ma del resto il carcere si può  dare le regole che vuole e quindi nessuno può dire niente. Ogni volta però viene buttato all’aria tutto il contenuto della cella e chi ci sta poi deve rimettere a posto, non basta quindi il caldo soffocante di  questa estate, ma bisogna anche accettare di essere trattati così.  Verrebbe il sospetto che siano tutte provocazioni. La cosa migliore è quando durante la perquisizione viene preso un portasapone di plastica perché “non consentito” peccato che era stato  portato dal precedente carcere e nessuno mai fino ad oggi aveva fatto la benché minima osservazione, ma quella mattina di punto in bianco era  diventato “oggetto non consentito”. Domanda: possono cambiare le regole da una mattina all’altra? Una mattina qualcuno si è alzato e ha deciso che all’aria non si può stare senza maglietta, non importa se ci sono 40 gradi all’ombra, ma la  maglietta non si può togliere. Nessuno in fondo vede i detenuti in quello spazio e allora perché la maglietta è così importante? La risposta ai posteri. Altra regola: nel frigorifero della sezione non ci si può mettere la  carne e così i pochi fortunati che possono permettersi di fare la spesa devono cuocerla in giornata se non vogliono buttarla via. Mettiamo pure che in quel carcere non c’è acqua potabile, che il cibo che viene passato è insufficiente e scadente, per non dire spesso scaduto  che fa venire anche le intossicazioni alimentari, non c’è un’assistenza medica degna di questo nome, i vari educatori, psicologi, assistenti  sociali, etc passano raramente, il garante è praticamente inesistente,  mi domando: chi sono i veri delinquenti, i detenuti o le istituzioni? Ci sono detenuti che non hanno niente e se non fosse per l’aiuto dei propri compagni di detenzione quasi muoiono di fame, d’inverno il  riscaldamento non viene acceso  o solo per poche ore nei periodi più freddi, le condizioni delle celle lasciano molto a desiderare dal punto di vista della salubrità. Credo che questo non sia il carcere di un paese civile e mi verrebbe da dire che è un vero e proprio mezzo di tortura fisica e psicologica e infatti in due settimane ci sono stati 3 tentativi di suicidio sventati  non certo dalla polizia penitenziaria come spesso fanno credere i vari sindacalisti del settore, ma dagli altri detenuti. Peccato che già i suicidi in carcere fanno raramente notizia e i tentativi poi neanche vengono presi in considerazione, inoltre alla fine a rimetterci è proprio il detenuto che ci ha provato perché viene considerato non collaborativo, perché invece la struttura carceraria è collaborativa?

Elsa

…Un contatto… di vicinanza.

Il mio convivente è in carcere da 21 giorni e a me che sono qui fuori sembra un’eternità…. la sua pena è molto più blanda della tua, ma da questa manciata di giorni viene l’angoscia e il tentativo di capire le ragioni di questo sistema carcerario così bislacco… e mi chiedo a che serva. Dopo 4 lustri dal crimine, incarcerare una persona e soprattutto riabilitarla a che cosa? Ad un lavoro? Ce l’ha. Ad avere una famiglia? Ce l’ha. A rigar dritto? Lo fa. E noi fuori? Perquisiti ad ogni visita, apostrofati in malo modo dagli agenti, impossibilitati ad alzare il telefono per sentire almeno quella voce tanto cara, 6 ore al mese di visite. Quindi, io vengo punita perché amo una persona che ha sbagliato e con la quale ci sforziamo insieme di creare un avvenire. Mi viene una rabbia contro il sistema, che invece, fino a qualche tempo fa, credevo giusto. Mi illudevo fosse così: galera = riabilitazione. E invece no, è tutto sbagliato e io oggi, a 43 anni suonati, scopro la mia ingenuità. Perdona se ti ho disturbato, avevo bisogno di scriver due parole a qualcuno che capisce ciò che intendo.

Un saluto e buona vita a te e ai tuoi cari.

Donatella

 

Gentile Signor Musumeci, mi chiamo Cecilia e stamani ho finito di leggere il suo romanzo “Fuga dall’Assassino dei Sogni”. Il caso ha voluto che dopo una vacanza sull’isola di Pianosa nel mese di luglio, conoscessi la sua storia al mio rientro a casa. Il caso ha voluto anche che mi trovassi lì con la mia famiglia, mio marito ed i miei due bambini di otto e quattro anni. Siamo partiti in cerca del silenzio, di un radicale stacco dalla realtà, di un luogo incontaminato. Arrivati al porto, già respiravo qualcosa di diverso, una giornata bellissima. Pianosa era ferma lì, con le sue finestre e porte chiuse al sole. C’era la polizia penitenziaria che brulicava all’ormeggio e alcuni con le valige per il rientro, ma poche persone. Nessun sorriso, ognuno contrito a svolgere il proprio compito; scaricare e caricare. Lentamente mi sono mossa in quel luogo, lentamente ho scovato vedute dalla scogliera, un po’ timorosa di andare quell’oltre che non si può oltrepassare, le mura di cemento, le telecamere, la propaganda che viene fatta prima e durante su quello che si può fare e non, dove puoi e dove non puoi andare. Insomma, mi sono sentita osservata per tutto il tempo da nessuno o forse da qualcuno che la sapeva lunga ma non raccontava. Nessuno mi ha parlato del regime 41 bis, solo qualche accenno, poi una mattina abbiamo deciso di fare una gita in kayak e il nostro accompagnatore aveva una gran voglia di parlare, forse per riascoltarsi, o forse per far saper quanto era acculturato e così, nella lunga disquisizione, ha fatto un lungo accenno agli anni 90 e alla ferocia con cui si gestiva il regime carcerario in quegli anni. Sarà, ma l’unica volta che ho prestato attenzione è stata quella. Il suo modo di calcare su quel periodo mi aveva lasciata con un unico pensiero: saperne di più! Non ho condiviso i miei pensieri in quel momento; poi, una volta incamerata la cosa, ho iniziato a guardare oltre. Sono fatta così, non mi fermo all’apparenza; ascolto, guardo, cerco di respirare ogni cosa, anche le persone perché ognuno di loro possiede uno scrigno di vissuto che può darmi vita e alimentare il mio senso di giustizia.

Trascorsi gli ultimi giorni, abbiamo conosciuto i pochi detenuti che avevano la possibilità di lavorare insieme alla cooperativa che ha in gestione l’unico albergo e il ristorante sull’isola. A dire la verità, i primi a conoscerli sono stati i miei figli; Francesco che ha quattro anni ha regalato loro disegni con ritratti ed è riuscito persino a guidare un trattore. Avevano sempre un gesto di tenerezza per loro; con i bambini ci lasciamo andare, non ci sentiamo né giudicati né etichettati, questo ho percepito!

Spero di non averla annoiata! Paolo e Mirko mi hanno catturata, la loro amicizia, il loro accompagnarmi nelle stanze buie che ognuno di noi possiede. Stamani ho finito il libro ed avevo lo stomaco contratto, avevo rabbia e l’unica parola che si ripeteva nella mia mente era: vergogna!!!! Mi sono sentita coinvolta, mentre leggevo le ultime lettere, e pensare che all’epoca avevo vent’anni e vivevo nella bambagia della gioventù, però dentro, sin da piccola, ho lottato per le ingiustizie e oggi che ho 45 anni sono un donna combattiva e ai miei occhi non faccio passare niente di ingiusto, ci provo! Quello che è accaduto è un ‘infamia contro l’umanità, uno stato che non riconosco tale, e mi immagino che ancora, in questo momento qualcuno è vittima! I nostri figli ci insegnano che l’amore ha prove da superare ogni giorno……..e che l’umano, ai loro occhi, è ancora umano! Scopriranno che non è così….! A questo punto la ringrazio infinitamente!

Un saluto caro.

Cecilia Nocchi

 

Caro Carmelo,

grazie per il regalo del tuo ultimo libro “Angelo SenzaDio”: l’ho letto d’un fiato e mi ha davvero commossa. “Storia non vera” dici di aver dovuto definirla, ma, caspita, è una vera storia di vita vissuta, descritta con la mente e, soprattutto, con il cuore da chi, attraverso un lungo e difficile percorso, ha scoperto la sofferenza (anche se il SenzaDio non vuole ammettere debolezza) e l’amore dell’amicizia. La descrizione degli avvenimenti e dei sentimenti del SenzaDio che si succedono man mano che avviene il cambiamento è coinvolgente anche per la cruda e tremenda realtà che viene rappresentata al lettore, quando – a far da contrappeso alla rinascita di un’anima, che un po’ alla volta si riappropria di quell’originaria umanità che gli uomini hanno dalla nascita, ma che talvolta, a causa dell’ambiente e di altri fattori, rimane soffocata dentro di loro – c’è la terribile disumanità di certi “umani”. E proprio la descrizione del carcere da parte di chi l’ha vissuta per anni e anni dovrebbe far riflettere e convincere ad apportare le modifiche affinché l’applicazione delle pene possa raggiungere l’effetto della redenzione e del cambiamento che ogni essere umano ha potenzialmente in sé stesso, specie quando un Angelo gli è vicino. E tu, Carmelo, ne sei un esempio. Grazie di ciò che ci insegni! Un abbraccio,

Giuliana

 

Voci da dentro

 

Dopo circa un mese da solo in cella, (il coinquilino che avevo ha cambiato cella) è arrivato da alcuni giorni un ragazzo proveniente dal 41 bis. Ha scontato circa 6 anni di tortura in quell’obbrobrio, ad Ascoli Piceno, carcere che vietava la lettura del libro: “Il nome della rosa” di Umberto Eco. Mi ha raccontato di avere problemi psicologici, forse è meglio dire psichiatrici. Le pressioni a cui sono sottoposti portano inevitabilmente a toccare la psiche. Le limitazioni e privazioni sono programmate scientificamente dall’apparato di repressione, pertanto hanno un solo nome: TORTURA. Dopo un paio di giorni mi ha detto che si sentiva meglio. Lo notavo dal viso che era più rilassato, anche psicologicamente si sentiva più sereno. In pochi giorni era molto cambiata la sua quotidianità psicologica. Dall’età di 15 anni fino ad oggi ha pagato tre procedimenti di associazione mafiosa; il suo primo processo si studia nelle università, perché è stato il primo minorenne a pagare il reato del 416 bis. Nell’ultimo processo gli hanno fatto il continuato di tutti i tre i processi e gli hanno dato 16 anni di carcere; scontata questa pena, ha iniziato a scontarne un’altra per un altro processo.

 

Pasquale De Feo, Carcere di Massama

 

 

 

 

 

 

Carmelo carissimo,

ti confermo di aver ricevuto la tua dell’8/5, torno a farmi sentire dopo un po’ di tempo. Sto continuando le lezioni con il Prof. Belardo, se l’avessi trovato nel carcere a Voghera non solo avrei terminato il 5° anno, ma lo avrei fatto con ottimi voti, perché il Pro. è preparatissimo, mi dà lezioni di Matematica-Fisica-Chimica- e oggi abbiamo iniziato Biologia. Ho scoperto anche che è un geologo: è un pozzo di scienza. È nato un bel rapporto umano. Mi ha detto:

“Pierdonato, dopo17 anni di insegnamento in carcere, avevo deciso di cambiare: desideravo andare ad insegnare al liceo. In carcere all’inizio dell’anno scolastico ci sono 25-30 detenuti studenti iscritti, ma a fine anno mi trovo con tre-quattro persone. Ero mortificato e avevo deciso di cambiare, poi incontro persone come te, che a 58 anni hai una sete di sapere, di studio, di trasmettere positività ecc.. ecc.. e resto ancora un anno per seguirti.”

Sul discorso degli educatori e compagnia varia, caro Carmelo, sono 23 anni che vivo in questi luoghi, più 6 che ho vissuto prima in modo spezzato, in totale sono ben 28 anni che conosco luoghi e persone: se non avessi capito come sono significherebbe essere messo male!

Adesso che ho terminato l’isolamento, cerco di fare tutto il possibile: raccolgo firme, schede, iscrizioni, faccio anche una sorta di lavoro di segreteria, perché a molti detenuti, ormai, pesa anche fare una domandina. Allora, mi prendo l’impegno e faccio tutto io, così ho raccolto iscrizioni ecc. ecc. Io lotto anche per i miei figli e i miei nipotini perché desidero che vivano in un paese più giusto, più uguale, dove le classi dominanti non debbano manipolare l’opinione pubblica come accade oggi con false informazioni.

 

Pierdonato Zito, Carcere di Secondigliano Napoli

 

 

A cura di Carmelo Musumeci per l’Associazione Liberarsi www.liberarsi.net

 

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