accadde…oggi: nel 1996 muore Rina Sara Virgillito

Nata a Milano nel 1916, morta a Bergamo nel 1996. Poeta e traduttrice di grande valore, ha vissuto una vita appartata, completamente dedicata alla letteratura. Suo padre, siciliano, veniva da una famiglia di musicisti vissuta sulle pendici dell’Etna, mentre la madre, toscana, era originaria di Lucca. La patria d’adozione per la giovane Sara è stata Firenze, che rimarrà, sin dagli anni Trenta fino agli ultimi mesi della sua ritrosa e fiera esistenza, un luogo dell’anima, ricco di affetti e di incontri decisivi per la sua formazione umana e intellettuale. Compì gli studi a Milano, dove si laureò in Lettere antiche, discutendo una tesi sulla Fedra di Seneca col grande latinista Luigi Castiglioni. In questa città avvennero due incontri fondamentali: il primo con Eugenio Montale (al quale dedicherà un lungo saggio, La luce di Montale, nel 1990 per le Edizioni Paoline) e il secondo con Carlo Bo, che ha scritto l’Introduzione al primo libro di poesie, I giorni del sole (Istituto Statale d’Arte, 1954).

Rina Sara Virgillito

Nelle poesie di Sara Virgillito è possibile intravedere l’eco dei poeti amati e spesso direttamente tradotti: del 1945 è la versione di La vita della vergine e altre poesie di Rilke (Editoriale Italiana); del 1957 gli Epigrammi greci, in una libera scelta della Antologia Palatina (Mantovani). L’attività di traduttrice e saggista accompagnerà, infatti, e scandirà con puntualità decisiva e significante lo sviluppo della voce poetica, quasi in un rapporto medianico di colloquio e identificazione della Virgillito con gli scrittori scelti e interpretati, mettendo in luce il bisogno di “ancoraggio” di una sensibilità sempre più proiettata verso l’indicibile. I versi successivi, scelti da Leonardo Sciascia, saranno raccolti sotto il titolo La conchiglia e pubblicati dalle Edizioni di Salvatore Sciascia nel 1962. Solo dopo quattordici anni usciranno altre poesie presso Scheiwiller, col titolo I fiori del cardo (1976). Passeranno altri otto anni prima che un terzo volume di poesie sia pubblicato da Vallecchi, Nel grembo dell’attimo (1984), un libro di transizione e quasi senza soggetto, il cui protagonista diviene “il tempo”, con le sue macerie, le sue rovine impietose, i miraggi del futuro: tutto è bruciato nel dilatato attimo del presente. In realtà si tratta del prologo in sordina di un precipitoso viaggio iniziatico che poi sarebbe culminato nello splendido poema visionario, Le incarnazioni del fuoco (Moretti & Vitali, 1991), che è senza dubbio il libro più bello di Sara Virgillito, il suo libro “necessario”, e forse anche uno dei più intensi canzonieri d’amore al femminile del nostro anemico Novecento letterario. Un libro di estasi mistiche, che potrebbero essere state scritte secoli e secoli fa, con un gusto fortemente teatrale, da sacra rappresentazione:

Perché / mi struggi perché / implacabile divinità / degli Inferi o della celeste / cerchia? / Non offrirti sterpo o / muraglia / non soffrire che soffra / la tua anima-corpo / che attende / con pena con desiderio / con apparibile indifferenza / con incontaminata / fede / la tua rivelazione, / raccogli / le mie forze gettale / nel giro donde / si stroncò il cordone della madre: / non si perde il laccio ma / rincara / serpeggiando s’imbuca / non lo si rompe né / fiacca.

Nel frattempo Sara Virgillito si è fatta le ossa come traduttrice: nel 1976 è uscita la traduzione de Il testamento e La ballata degli impiccati di Villon (Rusconi); nel 1984 escono i Sonetti di Shakespeare (Newton Compton), considerati “eccellenti” dagli anglisti più severi e illustri; nel 1986, per la Libreria delle donne di Firenze, escono le versioni dei Sonetti dal portoghese di Elisabeth Barrett Browning. Ancora sonetti d’amore, ancora autori scelti per affinità elettive. L’ultimo suo sforzo di traduttrice è dell’amato Rilke, una versione splendida dei Sonetti a Orfeo, di prossima pubblicazione per Garzanti. La morte la coglie mentre si accinge a tradurre Emily Dickinson, con cui Sara si identifica sempre di più, isolandosi in una solitudine popolata di ricordi e fantasmi. L’albero di luce (El Bagatt, 1994), una piccola e preziosa raccolta di 31 poesie, chiude questa mirabolante stagione poetica che narra vorticosamente le vicende di un viaggio nel non-dove, attraverso una poesia che si è fatta distillatissima, quasi astratta, pur rivelando nei suoi silenzi e nelle sue incredibili luci la storia di un colloquio terribile, lacerante “con un amante divino”:

Dimenticati, luce, / della curva carezza delle cose / fatti centro alla / vita sepolta, / sfera che si dilata / incompatibilmente ai nostri stretti / tenta / irradia / spalanca / la nuova rada senza / possibilità di sponde, / altra acqua cangiante / sibilante accecante / innamorata / della terra, dell’acqua.

http://www.archiviodistato.firenze.it/memoriadonne/bio_virgillito.htm

https://it.wikipedia.org/wiki/Rina_Sara_Virgillito

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