maltrattare le donne, di Carla Sale Musio

Odiare una persona, arrivare a disprezzare chi si ha di fronte tanto da massacrarla di botte, non vuol dire nient’altro che odiare sé stessi. Odiare quella parte di sé che non si riesce ad accettare e che si vede riflessa nella persona oggetto del disprezzo.

Perchè è questo che succede a chi usa la violenza sulle donne e su tutti gli esseri indifesi vittime di essa: vede la debolezza, il vittimismo, l’amore non meritato, la gioia… Lati oscuri, che fanno paura, demoni da scacciare via, da eliminare con la forza. Demoni che in realtà esistono solo all’interno della psiche instabile di chi crede di risolvere tutto con la violenza, arrivando a distruggere ciò che ama.

Amare significa prima di tutto amare la propria natura. Accettare ogni parte di sé, sia ciò che piace sia ciò di cui ci vergogniamo, fare dei propri difetti i punti di forza che ci aiutano a migliorare ogni giorno che passa.

Soltanto amando sé stessi si può amare pienamente e veramente le persone che entrano a far parte della nostra vita. Perchè alla fine, loro, sono esattamente il riflesso della nostra anima!

 

I maltrattamenti e la violenza sulle donne riempiono le pagine della cronaca e ci raccontano una violenza maschilista che, ancora nel 2013, non accenna a diminuire.

La violenza fisica, però, è soltanto una delle tante possibilità di angheriare il sesso femminile, anche se, certamente, la più appariscente e scandalosa.

Infatti, insieme all’abuso della forza da parte degli uomini, le donne subiscono anche un costante e capillare sfruttamento delle loro risorse. Fisiche ed emotive .

La filosofia, la biologia, la medicina e la religione riconoscono al sesso femminile la prerogativa della sensibilità, dell’emotività e della capacità di voler bene.

Poiché le donne generano i figli, crescendoli nel loro corpo e nutrendoli con il proprio latte, sono preposte (da Dio… o dalla genetica!) a prendersi carico e cura dei bambini e di conseguenza anche degli altri esseri viventi.

Perciò sono sempre le donne a doversi occupare della prole e della casa, nonostante le pari opportunità abbiano concesso loro di lavorare allo stesso modo e per lo stesso tempo degli uomini.

Anni di femminismo non sono bastati a scalzare la supremazia femminile in ambito casalingo e così ai vergognosi maltrattamenti fisici sulle donne, si aggiungono i quotidiani (e, apparentemente, meno vergognosi) maltrattamenti domestici, fatti di piatti da lavare, di camicie da stirare, di letti da rifare e di bambini da seguire. Naturalmente dopo l’orario di lavoro.

Nell’inconscio di ogni essere umano, l’archetipo del femminile incarna le virtù della dolcezza, della sensibilità, della comprensione, dell’ascolto delle emozioni e del sentire intuitivo del cuore.

Qualità disprezzate e derise dalla nostra cultura materialista, fondata soprattutto sui valori della competizione, della furbizia, della sopraffazione, dello sfruttamento e dell’abuso di chi è più forte su chi è più debole.

L’archetipo del maschile, con le sue prerogative di forza, coraggio, fermezza, decisione, sicurezza, temerarietà e prevaricazione è valorizzato e considerato vincente rispetto alla delicatezza e alla fragilità del femminile, giudicato, invece, portatore di un pericoloso quanto inopportuno sentimentalismo.

Le pari opportunità, purtroppo, non hanno intaccato le fondamenta del pensiero maschilista che ancora oggi orienta spesso i nostri comportamenti secondo criteri sessisti, basati su un’aprioristica e indiscutibile superiorità del genere maschile rispetto a quello femminile.

Così le donne, proprio a causa della loro empatia, della loro sensibilità e delle loro qualità sentimentali, sono derise, oltraggiate e sfruttate in mille modi, subdoli o palesi, fino ad arrivare alla violenza conclamata e agita anche fisicamente.

I maltrattamenti perpetrati contro le donne nascondono la repressione di ogni forma d’intelligenza emotiva e costituiscono l’humus malsano su cui può crescere la prevaricazione che ammala la nostra società.

Infatti, quando l’intelligenza è anche emotiva e riconosce il valore della sensibilità, non giova più alla prepotenza e allo sfruttamento dei pochi sui tanti, e rischia di far deragliare l’economia dentro un pericoloso riconoscimento di diritti… uguali per tutti!

Per questo, grazie all’abile uso dei mezzi di comunicazione e al tramandarsi di tradizioni dispotiche e maschiliste, la sensibilità è stata trasformata in qualche cosa di sciocco, di avvilente e di sbagliato.

Qualcosa da negare e da combattere.

Prima di tutto dentro se stessi.

E poi negli altri.

Soprattutto nelle donne.

Ai maschi s’insegna da piccoli a “non fare la femminuccia!” e a uccidere in sé il pericoloso morbo dell’empatia e della condivisione dei sentimenti.

Per diventare dei veri uomini è necessario annientare la dolcezza e ricacciare indietro le lacrime, fino a non sentire più nulla, altro che la soddisfazione della propria presunta superiorità.

Alle femmine invece s’insegnano la pazienza e la sopportazione, indispensabili per adempiere con successo al ruolo (prestabilito) di angelo del focolare.

E’ così che la sopraffazione ha preso piede nel mondo, grazie a uno schema di pensiero che si annida nella mente e annichilisce l’anima, deridendo l’amore fino a ucciderne ogni espressione.

Fino a colpire chiunque porti sopra di sé le stimmate di una dolcezza interiorizzata e ricca di empatia.

Da questa castrazione della sfera affettiva e della femminilità interiore, ha origine la violenza sulle donne.

Emerge da una brutalità sotterranea e nascosta, che i bambini maschi, per crescere e sentirsi in diritto di appartenere al mondo degli uomini, hanno dovuto agire dapprima su se stessi.

E che in seguito proiettano su chiunque rievochi in loro quella prima abiura, l’ottundimento della fragilità, della paura, della insicurezza, l’ascolto di sentimenti giudicati indegni.

La fratellanza, la comprensione, la condivisione, l’amore senza giudizio… sono qualità che non trovano posto nel nostro mondo basato sull’ingiustizia e sullo sfruttamento.

Sono emozioni che vanno censurate!

Non sempre questo processo di annientamento psicologico è facile.

Annichilire se stessi richiede molta determinazione.

Bisogna strapparsi via la comprensione, imbavagliare i propri neuroni a specchio, ridurre al silenzio l’intelligenza emotiva.

Per farlo ci vuole una motivazione forte e senza appello.

Tutti i bambini nascono fragili, deboli, dipendenti e bisognosi di sentirsi amati.

Pur di ottenere il consenso dei grandi, sono disposti a negare le proprie emozioni e a condividere la brutalità fino a nascondere, anche a se stessi, l’insicurezza e il dolore.

In questo modo prende forma la violenza.

Si accanisce dapprima interiormente, contro i vissuti, i pensieri e gli stati d’animo, ingiustamente ritenuti sbagliati perché femminili.

Nasce dalla paura che essere se stessi provochi l’abbandono o l’emarginazione.

Dal misconoscere e rinnegare il femminile dentro di sé.

Dal bisogno di sentirsi amati e importanti per chi rappresenta il potere, l’autorità e la legge, ma soprattutto l’unica fonte di sopravvivenza.

Ogni gesto compiuto contro le donne uccide l’anima di chi lo commette.

E lascia dentro un vuoto che la violenza non potrà mai colmare.

Soltanto chi ha il coraggio di affrontare la propria fragilità e guardare negli occhi il proprio femminile interiore può conquistare la libertà di essere se stesso.

Senza censure e senza bisogno di colpire negli altri il riflesso delle proprie paure.

http://carlasalemusio.blog.tiscali.it/2013/05/18/maltrattare-le-donne/?doing_wp_cron

Annunci