Ergastolo: la voce dei detenuti, delle famiglie e di chi vive il carcere. La “Rassegna Stampa” dal fine pena 9.999

 

Numero 14 – Novembre 2017

 

L’Associazione Liberarsi onlus

 

Editoriale

I carceri che hanno aderito al giorno di digiuno nazionale, indetto per domenica 10 dicembre 2017, (Anniversario della Dichiarazione dei Diritti Umani) contro la pena dell’ergastolo sono:

 

Carcere di Fossombrone, Carcere di Trieste, Carcere di Opera (Milano), Carcere di Trieste, Carcere di Treviso, Carcere Femminile di Vigevano, Carcere di Oristano, Carcere di Prato, Carcere di Saluzzo, Carcere di Verona, Carcere di Spoleto, Carcere di Rebibbia (Roma), Carcere di Padova, Carcere di Catania, Carcere di Livorno, Carcere di Rossano (Cosenza), Carcere di Siracusa, Carcere di Torino, Carcere di Civitavecchia (Roma), Carcere di Caltanissetta, Carcere Catanzaro Siano.

 

Circa 2.000 detenuti ed ergastolani hanno già aderito, si possono leggere i loro nominativi sul sito www.liberarsi.net

 

 

  • Dopo aver invitato il Papa, abbiamo scritto anche una Lettera aperta a tutti i Sacerdoti.

 

 

www.liberarsi.net

Voci da dentro

Ecco alcune testimonianze di ergastolani:

La condanna definitiva all’ergastolo l’accolsi, mio malgrado, apparentemente, in modo asintomatico. Le persone a me care non si accorsero che in fondo ero morto dentro. Successivamente con rabbia nascosta, alternata a stati di apatia e rassegnazione.

Indubbiamente, se potessi scegliere, preferirei la pena di morte: è terribilmente crudele e inutile tenere un essere “umano” rinchiuso fino alla morte. Non esiste umanità nelle istituzioni che permettono la tenuta in vigore di questa pena. L’ergastolano non vive, resta sospeso nella linea sottile che divide il vivere dalla morte, senza poter sperimentare nulla della vita: la gioia, la felicità, l’AMORE, sono solo ricordi passati, ci si aggrappa a quelli per fingere di non essere ancora morti, pensando, sognando un futuro che non diverrà realtà mai. Percepisco il tempo in maniera distorta, condizionato dalla mente probabilmente, indubbiamente vuoto. Ma comunque è pur sempre un tempo di vita, se sto scrivendo sono vivo, deve per forza essere così. Quindi è anche un tempo di vita. Il carcere “dovrebbe” portare un essere umano ad essere consapevole del male che ha fatto a se stesso e ad altri. La giustizia dovrebbe essere “giusta” ma se applica questo tipo di pene, al fine di sovrastare e annientare il soggetto che ne è sottoposto, non è giusta, ma bensì primitiva, crudele e “guasta”.                                                               Massimiliano Galastro, Carcere di Porto Azzurro

 

 

L’ergastolo è come una condanna a morte, la morte non si riesce ad accoglierla in nessun modo, per cui quando fui condannato in via definitiva fu come se mi avessero strappato dal corpo quell’anima che Dio mi ha dato. I miei pensieri furono tanti. Si prova delusione: uno Stato che non tiene conto di niente, non va in cerca della verità. L’ergastolo non serve a nulla, anzi permette all’essere di arrabbiarsi ancora di più, non tanto per la condanna, ma per il modo in cui si è trattati nelle strutture penitenziarie. A cosa serve condannare un essere umano all’ergastolo? Certamente non per redimerlo. Il carcere in sè non serve, se non ci sono i mezzi che fanno capire al condannato la responsabilità di quello che ha commesso.                Damiano Mazzola, Carcere di Fossombrone

 

Accolsi la condanna all’ergastolo come un macigno che non si riesce a sostenere. I miei stati d’animo furono profondamente angosciosi: ti senti senza più speranza, in un tunnel che sai che non ha fine, spogliato di tutto, dignità, amore, affetto, ecc. ecc. Un ergastolano vive il tempo come un’eterna stasi, vivi come se il tempo si fosse fermato. L’ergastolo è una pena da cui non puoi essere riscattato. Senza un futuro, senza alcuna speranza, non solo per te che la vivi in prima persona, ma anche per la famiglia, per moglie e figli che non hanno nessunissima colpa, ma costretti a espiarla insieme a te, a VITA.                                              Davide Granato, Carcere di Agrigento

 

Quando udii pronunciare la parola ergastolo non avvertii alcuna sensazione in quel momento. Solo successivamente cominciai a comprenderne il senso e la portata, sperimentando sulla mia pelle i suoi devastanti effetti. Se è vero che le pene detentive devono tendere alla rieducazione del condannato e a favorire il suo reinserimento nella società, la condanna all’ergastolo rappresenta un evidente controsenso. Anche se mitigata dalla previsione di talune disposizioni normative, come la liberazione anticipata, la semilibertà e la liberazione condizionale, la pena dell’ergastolo riveste comunque il carattere perpetuo e ciò per la riscontrata difficoltà nelle concessioni da parte dei vari Tribunali di Sorveglianza di questo Paese.

Un ergastolano può riacquistare la totale libertà se ha la fortuna di trovarsi in un istituto penitenziario in cui opera un Tribunale di Sorveglianza che ben accoglie il predetto dettato costituzionale. Se invece non ha questa fortuna, per quell’ergastolano non ci sarà nulla da fare.

Franco Bollinghieri, Carcere di Augusta

 

La pena dell’ergastolo non è, come molti pensano, un deterrente: è pura violenza, poiché preclude ogni speranza di vita. Una pena, per essere tale, deve essere scontata. L’ergastolo non si può “scontare” se non ha un fine pena, dunque non è una “pena”.

Alfredo Sole, Carcere di Opera -Milano

 

 

L’ergastolo è un inutile tortura, che in uno Stato democratico non dovrebbe esistere. Non c’è un fine pena, nella nostra mente non c’è una data, che pone fine alla sofferenza. Il carcere non ci dà niente, siamo abbandonati a noi stessi, anzi, collabora allo spegnimento della nostra mente.                                                                                                                Ciro Armento, Carcere di Voghera

 

 

Chi deve scontare l’ergastolo ostativo, di fatto è condannato alla “pena di morte”: la sola differenza è che la deve scontare da vivo. Quindi, egoisticamente, sarebbe meglio la pena di morte, ma tutto questo come spiegarlo ai figli, ai genitori, a una moglie che continua a seguirti, ai fratelli e nipoti?

No! Umanamente non si può togliere anche la speranza, anche per tutti quei familiari che si sacrificano e soffrono, forse di più di chi è in carcere. La sola colpa che hanno è di avere un congiunto con l’ergastolo e di continuare a volergli bene.

Ritengo che lo Stato dovrebbe tener conto dell’aspetto umano e mettere in condizioni i familiari, soprattutto i figli, di non dover più percorrere centinaia di km per poter vedere la persona a cui vogliono bene, perché voler bene non è un reato.

Francesco Trimboli, Carcere di Fossombrone

 

 

A cura di Carmelo Musumeci per l’Associazione Liberarsi www.liberarsi.net

 

 

 

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