accadde…oggi: nel 1911 nasce Carla Prina, di Alberto Longatti

Quando conobbe Carla Prina, colei che sarebbe diventata sua moglie, Alberto Sartoris aveva quarant’anni, lei undici di meno. L’anno era il 1942, turbato già dalla guerra, con le armate della Germania nazista e il primo contingente di truppe italiane che avevano invaso la Francia.

Ma Como sembrava ancora un’isola di tranquillità e Carla Prina era tornata nella città natale per completare la sua formazione di pittrice, iniziata con i corsi di Brera fra il 1932 e il 1936, proseguita a Rodi e a Roma. Lo scoppio del secondo conflitto mondiale l’aveva richiamata a Nord, in famiglia. Sartoris, già noto in campo internazionale più come teorico, polemista e animatore culturale che come architetto, veniva spesso a Como, ospite di Giuseppe Terragni, per incontrare gli amici del gruppo razionalista-astratto. Nel ’42 però Terragni era al fronte russo, gli altri artisti comaschi, quasi tutti richiamati alle armi, vivevano in un clima di tensione, con qualche parentesi di serenità a casa. Mario Radice stava attraversando uno di questi periodi di calma, durante un permesso: e fu nel suo studio in via Crispi, dove la Prina stava seguendo un corso di composizione come allieva, che la giovane donna conobbe l’architetto.

«Sono stato subito colpito dalla sua forte personalità – mi raccontò Sartoris – era energica, sicura di sé e dotata di un’intelligenza pronta, acuta. Capii che per me avrebbe potuto essere una compagna ideale, che noi due avremmo potuto essere complementari». L’architetto era un uomo gentile, animato da una spontanea carica di entusiasmo per un’arte capace di governare la vita, dandole senso e ordine. Era giovane di spirito, e tale restò sempre: una dote che convinse la donna a seguirlo per una strada non sempre facile, soffrendo anche fasi di angustie economiche per non sottostare a compromessi nell’esercizio della professione e nella difesa delle proprie idee. I due si unirono in matrimonio nel 1943 e stabilirono la loro dimora nel neutrale territorio elvetico, a Cossonay-Ville nei pressi di Losanna.
Lì Sartoris continuò a progettare, a scrivere per periodici stranieri, a battersi per un’architettura che coniugava la rigorosità delle strutture formali con la dolcezza della classicità mediterranea; e la Prina soddisfece la sua vocazione di pittrice esprimendosi in un lessico astrattista sempre più improntato ad una personale visione del mondo, eminentemente giocosa, intrisa di luce, pervasa dall’accostamento anche ardito di cromatismi, chiusi in campiture piatte da moduli geometrici, quadrati, rettangoli, cerchi.
La sua pittura non cercava quasi mai di costruire finti volumi tridimensionali, ma si spandeva interamente in superficie, creando precari equilibri di oggetti colorati liberamente mossi sulla tela con fluide pennellate in spazi compatti. La sua tecnica era basata sulla pittura ad olio, mai sull’acrilico, con tonalità accese e una notevole morbidezza di stesura. Dapprima la scuola del primo astrattismo, seguita con il Gruppo Como ed i milanesi del Milione, la indusse ad esercitarsi, realizzando esperienze che ricordano molto specialmente l’arte di Radice e di Rho, in composizioni rigide, severe, che alternavano oggetti bidimensionali a sfere sospese in un’area un po’ incantata. Ed era evidente che in lei l’avanguardia degli astratti lombardi veniva filtrata da acquisizioni culturali di area diversa, più latamente europea, che comprendeva esempi discesi dall’astrazione/creazione di Cercle et Carré, di certo Kandinsky, del Bauhaus di Gropius e del costruttivismo di Moholy Nagy.
Ma ben presto, già fin dagli anni Quaranta, si sente che l’artista, secondo la sua indole insofferente di ogni schema mentale, esce dalla troppo asettica modulistica del geometrismo astratto per sfogare il suo estro in forme elastiche, gelatinose, dinamicamente effuse in uno spazio neutro. Poi si addentra a sperimentare altre forme ispirate alle concrezioni cristalline, agli incroci luminosi dei gioielli; e infine articola altri complessi, sofisticati organismi geometrici, alternando sapientemente vuoti e pieni; ma è con un’esplosione di colori finalmente svincolata da qualunque regola costruttiva di composizione che comunica per intero la sua felice vena inventiva. In un colloquio con Mario Di Salvo, apparso in un bel libro edito da “La Provincia” nel 1989, Sartoris affermò che Carla Prina aveva portato nel Gruppo Como una ventata di freschezza. «Guarda quel quadro di mia moglie – osservò – ha una luminosità che nessun altro astrattista era capace di far uscire dalla tela».
Vivendo con il marito nel suo rifugio del Canton di Vaud, condividendone le scelte, le fatiche e le soddisfazioni colte negli ultimi anni («Hanno aspettato che avessi 90 anni per accorgersi di me», si lamentava l’architetto), accompagnandolo in viaggi di lavoro e di svago, la pittrice era appagata, non ha mai preteso di avere il posto che pure le competeva nell’ambito dell’arte contemporanea.
«Se Alberto è vissuto così a lungo, si deve a me», mi confidò precisando: «È la dieta ferrea che gli ho imposto, l’osservanza agli orari, gli interventi perché non si stancasse troppo». Il giorno in cui venne colto dalla crisi fatale che lo stroncò, la Prina chiamò il medico credendo che si trattasse di un passeggero disturbo intestinale. «Ma poi lo vollero portare all’ospedale e quando lo raggiunsi era già in coma. Sarebbe stato meglio che l’avessi tenuto in casa…», mi raccontò, accorata, dandomi la notizia dell’improvviso decesso.
Ma già Sartoris aveva 98 anni, il suo fisico era fragile, etereo, sostenuto soltanto da un’incredibile vitalità intellettuale. Lei l’ha seguito, dieci anni dopo. Aveva vissuto quasi quanto lui, spirando a 96 anni dopo un lungo periodo di infermità. Da sola, malgrado il suo indomito carattere, si sentiva dimezzata. E ancora di più appartata dal mondo, anche dall’ambiente artistico che l’aveva ingiustamente dimenticata.

http://www.laprovinciadicomo.it/stories/cultura-e-spettacoli/addio-a-carla-prina-lultima-pittrice-razionalista_977_11/

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