accadde…oggi: nel 1915 nasce Edith Piaf, di Maila Daniela Tritto

Quanto una scoperta può cambiare il corso della vita di una persona? Quanto, la vita stessa, può essere fonte di fama, e insieme di dolore e sregolatezza? Lo sapeva bene Édith Piaf, probabilmente la più celebre cantante francese di fama internazionale. Quell’oiseau dalla personalità fragile e indifesa, e dalla voce calda, cristallina e inconfondibile, che le ha donato la gloria e il ricordo perpetuo della sua opera.

Della Môme Piaf, il nome che le è stato «donato» fortuitamente dal direttore del cabaret Gerny’s di Parigi, Luis Leplée, vi sono: biografie, memorie, album fotografici a dimostrazione di come anche il suo aspetto abbia contribuito a renderla un’icona di fascino dall’esile avvenenza, ma anche studi e aneddoti di indubbia veridicità, leggende metropolitane che l’hanno consacrata tra le stelle più luminose del firmamento artistico.

La vita di Édith è stata influenzata dagli eventi spiacevoli, e non sempre superabili. Di lei si racconta la povertà con cui è stata obbligata a convivere fin dalla nascita. Costretta a sopravvivere nell’indigenza più assoluta, cibandosi di quel poco che riusciva a racimolare dalle sue performance canore, che le consentivano solo un piccolo sostentamento. Vissuta in piena solitudine, e con una famiglia inesistente che fin dalla tenerissima età l’ha abbandonata a un destino troppo magnanimo, che altrimenti avrebbe potuto spezzarle completamente l’anima.

«Non! Rien de rien…Non! Je ne regrette rien. Ni le bien qu’on m’a fait. Ni le mal tout ça m’est bien égal!». Non rimpiange nulla, né il male che le é stato inflitto da più parti (gli amori struggenti ne sono un esempio) né il bene che ha ricevuto dagli amici come lo stesso Luis Leplée, al quale deve l’inizio della sua carriera fiabesca; proprio come quelle fiabe in cui la fanciulla si trova in piena difficoltà e c’è qualcuno pronto a rischiare per salvarle la vita.

«Sei forse pazza? Ti rovinerai la voce», disse Leplée alla giovanissima Édith quando la vide esibirsi vestita solo di un largo cappotto coi gomiti bucati, le cui falde le arrivavano alle caviglie, e le gambe nude e infreddolite dal tempo uggioso. Lo ricordò lei stessa al giornalista di Radio-Cité e di La Vie Parisienne, Louis-René Dauven, che raccolse le sue memorie in stile autobiografico nei due libri che hanno contribuito a accrescere il suo mito: Au bal de la chance, pubblicato per la prima volta nella primavera del 1958  con una prefazione del poliedrico Jean Cocteau, che conobbe Édith alla fine degli anni Trenta, e Ma vie pubblicato nel gennaio del 1964, per rendere omaggio alla scomparsa della cantante avvenuta tre mesi prima.

«Édith Piaf, sondando se stessa e il suo pubblico, ha trovato molto presto il suo canto. Ed ecco che una voce che viene dalle viscere, che la abita dalla testa ai piedi, srotola una grossa onda di velluto nero. Quest’onda calda ci sommerge, ci attraversa, penetra in noi. Il gioco è fatto. Édith Piaf diventerà invisibile anche lei, come l’usignolo invisibile posato sul ramo», questo è forse uno dei passaggi più rappresentativi della prefazione poetica di Cocteau, che ha saputo riassumere in una mezza pagina il canto d’amore di una donna che, dopo la malavita, ha conosciuto un’inaspettata felicità artistica.

Édith debuttò un venerdì del 1935, al cabaret Le Gerny’s, con un repertorio scarno composto solo da tre canzoni quali Nini Peau d’chien, Les Momes de la cloche, La Valse brune e Je me faits tout petite, che non imparò mai, vestita con un golfino che sferruzzò all’ultimo momento, prima di esibirsi e una semplice gonna, entrambi neri che sottolineavano la sua magrezza e il suo aspetto minuto. «Siamo noi le ragazze, le ragazze vagabonde, / Vagabonde che vanno in giro senza un soldo in tasca, / Siamo noi le straccione, le straccione più al verde, / Amate una sera, non importa dove…», così recita una delle canzoni da lei cantate quella sera: il successo fu immediato.

La vita di Édith cambiò da quella sera, finalmente aveva cominciato una nuova esistenza che la portò in luoghi diversi: da Cannes e le meraviglie della Costa Azzurra, dove perse Luis Leplée che fino a qualche attimo prima aveva spontaneamente chiamato «papà», quel padre che non ebbe mai, a Nizza, che aveva scelto come luogo per riprendersi dalla terribile perdita. Con la scomparsa di Leplée, infatti, aveva perso tutto, ma prima ancora una guida.

L’incontro con il paroliere Raymond Asso fu la sua ancora di salvezza: ancora una volta aveva conosciuto qualcuno che l’avrebbe presa con sé e condotta al sicuro. La carriera, e soprattutto l’amore, erano bisogni secondari in quel periodo dettato dai continui cambiamenti. Raymond compose, per lei, alcune delle canzoni che tanto addicevano alla sua difficile personalità. I testi esprimevano il realismo, che l’uomo preferiva definire come ‘verismo’: Paris-Mèditerranée, Elle fréquentait la rue Pigalle, Je n’en connais pas la fin, Le Grand Voyage du pauvre nègre, Un jeune homme chantait; sebbene con toni e parole diverse, ognuna di queste rappresenta un piccolo dettaglio della vita di Édith.

Jean Cocteau associò la genialità di Édith alla produzione letteraria di Stendhal poiché quest’ultimo usa la parola ‘genio’ con ampia disinvoltura, dimostrando che questa «dote» potrebbe celarsi nelle cose più semplici: in una donna che sa sorridere, o in un giocatore attento a fare la propria mossa. Ed è la semplicità con cui la cantante espresse se stessa, ad affascinare anche il cuore meno incline al romanticismo e alla passione.

Nel romanzo La Certosa di Parma, Stendhal afferma che «l’amore coglie sfumature invisibili a un occhio indifferente e ne trae conseguenze infinite», lo stesso avviene nella vita di Édith, che conobbe tanti tipi di amore, e anche sofferenze causate da questo sentimento. La Vie en rose, canzone del 1946,  è probabilmente il testo che esprime al meglio il suo stato d’animo: «Quand il me prende dans ses bras, il me parle tout bas, Je vois la vie en rose…». Un testo che ha avuto molte interpretazioni. Infatti, lo stesso titolo è stato poi attribuito al film, tratto dal libro Au bal de la chance, diretto da Olvier Dahan, con Gerard Depardieu e Marion Cotillard, nel ruolo della Piaf.

Per molti anni Èdith cantò i brani scritti da Raymond Asso, di cui uno dei più rappresentativi è senza dubbio Je ne connais pas la fin: «Depuis quelque temps l’on fredonne / Dans mon quartiere une chanson, / La musique en est monotone / Et les paroles sans façon. / Ce n’est qu’une chanson des rues, / Dont on ne connaît pas l’auteur, / Depuis qui je l’ai entendue, / Elle chante et danse en mon cœur», che si addice bene alle sue esperienze.

La donna si fece conoscere anche in altri Paesi del mondo, tanto da raggiungere il successo internazionale: dalla Francia, in particolare da Parigi a Nizza, alla diversa realtà degli Stati Uniti, calcando i palcoscenici di molti teatri come quello dell’Olympia. Tuttavia, riservò sempre maggiore affetto e stima al teatro Versailles.

La vita di Édith Piaf è stata così variegata che sarebbe impossibile riassumerla tutta in un solo articolo, molti sono anche i lati nascosti che hanno rappresentato la sua esistenza, ma vorrei concludere anch’io nel modo in cui lei ha finito la serie di conversazioni avute con Louis-René Dauven. Si tratta di una citazione presa in prestito da Maurice Chevalier: «Édith Piaf, piccola campionessa dei pesi piuma, si prodiga in modo morboso. Non risparmia le forze più di quanto non faccia con il denaro. Con la sua ribellione e il suo genio, sembra correre incontro agli abissi che con angoscia, e simpatia, intravedo ai lati della sua strada. Ma lei vuole abbracciare ogni cosa, e lo fa, rinnegando le antiche leggi della prudenza che regolano il mestiere di artista».

http://oubliettemagazine.com/2014/05/03/carriera-amore-ed-amicizia-il-genio-e-la-sregolatezza-di-edith-piaf/

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