accadde…oggi: nel 1918 nasce Angelica Garnett, di Antonella Albano

Ci sono libri che ti colpiscono come un pugno e altri che ti si insinuano nell’anima come una lieve ferita, come un profumo o una sfumatura di colore e forse rimangono più dei primi. Così è per questa autobiografia delicata e affilata come una lama. Questo libro è intenso ed è di quelli che non svaniscono facilmente dalla memoria, non solo perché è la storia di una donna che alla fine verrebbe voglia di conoscere, ma perché instilla domande, suscita riflessioni durature, su elementi della vita che sono propri della storia di tutti e, davvero, non sono da poco, soprattutto se la scrittura diventa, come in questo caso, non solo descrizione o narrazione, ma diagnosi, cura: avvenimento che porta a un cambiamento di sé.

ingannataQuesta sensazione inizia quando nell’esordio del libro ne leggiamo la genesi. Angelica Garnett non scrive la sua autobiografia, legata inscindibilmente al gruppo di Bloomsbury, al fine di far conoscere il suo parere, o per una questione, in qualche modo, di gloria personale, ma perché poco dopo la morte di suo padre, e dunque in effetti alla fine delle tracce viventi di quel gruppo, una terribile emicrania, senza requie e apparentemente non trattabile da nessuna medicina, rende evidente i sintomi di una depressione, tanto insidiosa quanto evidentemente legata a vicende che la stessa Angelica non aveva mai voluto affrontare fino a quel momento. Così infatti scrive l’autrice all’inizio del suo libro:

Pensando alla mia infanzia e adolescenza, capivo lentamente che il passato può essere fecondo, oppure un fardello; che il presente, se non è vissuto pienamente, può trasformare il passato in un serpente minaccioso; e che i rapporti che a suo tempo non furono esplorati pienamente, possono divenire ombre nella cui oscurità non ci sta a cuore indugiare.

Tra il 1975 e il 1978, quasi sessantenne e madre di due figlie grandi anche loro, comprende che i nodi della sua vita sono giunti evidentemente al pettine. Così comincia a scrivere. Comincia a rivivere i momenti della sua esistenza fin dai primi ricordi, in un processo di presa di coscienza di sé e della propria storia che tende alla comprensione delle persone che più sono state importanti per la sua vita e, sostanzialmente, a una catarsi che consenta l’emergere della vera Angelica e chiamare le esperienze vissute, in quell’ambito così noto e fecondo culturalmente, con il loro vero nome. Sua madre, Vanessa Bell, ancora più che la geniale e nevrotica Virginia Woolf, era la regina di quei luoghi protetti e di quella sorta di cerchia familiare allargata che sono stati appunto definiti Circolo di Bloomsbury. Angelica ne racconta la storia oggettiva con l’intento di illuminare dei tratti rimasti sempre nascosti della sua personalità, ma non riesce e nemmeno vuole obnubilare il suo punto di vista personale di figlia amata e coccolata.

Non nasconde la rabbia che l’ha legata a sua madre tanto fortemente quanto l’affetto e, facendo questo, di fatto giudica, con una chiarezza interiore, che deriva dalla lunga riflessione innescata da questa autobiografia, la valenza esistenziale ed educativa di questa sorta di esperimento portato avanti da Vanessa. Lei, donna bellissima e profondamente riservata, ama e vuole essere riamata, e non vuole lasciare andare nessuno di quelli che ha amato. Per questo forse concepisce questa dimensione familiare allargata profondamente inusuale e alternativa per l’Inghilterra di quei tempi. Il suo matrimonio con Clive Bell, da cui nascono i due figli maschi di Angelica Julian e Quentin, finisce ma rimane intatto, Clive non smette di gravitare attorno al nucleo familiare, anche se Vanessa inizia una relazione con Duncan Grant, bisessuale di fascino profondo. Angelica è figlia di Duncan, ma la cosa non viene dichiarata a nessuno al di fuori di Vanessa, Clive e Duncan. Le apparenze non importano a loro e importante è l’amore che si è disposti a darsi. Sembra il paradiso: tutti vivono insieme in armonia e questo vuole e decide Vanessa, certa che il suo cuore le detti il meglio per tutti, sicura del valore delle proprie scelte e delle proprie idiosincrasie verso il sentire comune.

Vanessa guardava con occhi malevoli tutto ciò che era convenzionale e noi la imitavamo, scostandoci da coloro che attribuivano valore all’ordine e alla pulizia, come se al mondo non potesse esserci posto per entrambi. Nel nostro mondo ce n’era poco davvero – la signora Carr non vi sarebbe sopravvissuta per più di cinque minuti – ma nessuno sembrava pensare che ciò potesse essere una mancanza. Le mura che ci proteggevano erano alte e le condizioni all’interno del castello stravaganti. Sebbene non fossimo lavati e pettinati, ma spesso stracciati, e i tappeti e le tende fossero scoloriti e i nostri mobili rovinati e traballanti, l’aspetto estetico era considerato di estrema importanza. Si perdevano ore ad appendere un vecchio quadro in un posto nuovo, o a scegliere una nuova tinta per le pareti. Anch’io stavo per ore nel centro dello studio mentre si progettava un abito nuovo per me, come se fossi una natura morta dove le mele e le pere venivano disposte con meticolosa precisione.

Angelica dunque cresce ed è una piccola e viziata folletta che respira quell’aria preziosa, e il suo punto di vista di bambina è una delle cose migliori del libro:

A cinque anni non si è che un piccolo animale: il mondo è fatto di luci, colori, odori e suoni, allora urgenti e irresistibili come non lo saranno mai più. Con la purezza e la violenza della verità, la vita parla la sua molteplice lingua: senza bisogno di essere interpretata, si indirizza intimamente al nostro essere. Avevo solo bisogno di tempo, non misurato dalla mano o dalla voce attenta che trattiene, per comprendere tutte le cose che mi gridavano o mi sussurravano i loro vari segreti.

Vanessa e Duncan smettono presto di essere una vera e propria coppia, ma il loro rapporto è vitale per entrambi, dato che condividono quello che è più importante per loro: la pittura. Dipingono insieme riflettendo e discutendo di questioni estetiche e lo faranno fino alla fine della vita di Vanessa. Dunque perché quest’esperimento fatto di vita riparata, di cultura, di affetto e disponibilità reciproca non rende Angelica libera e felice? Perché di fatto finisce non per avere due padri, sebbene per la forma sia dichiarata figlia di Clive Bell, ma nessun padre. Clive, nonostante la sua sollecitudine, non si impone, perché sa che non ne avrebbe titolo e perché nessuno si oppone a Vanessa. Duncan non si imporrebbe mai a nessuno per indole, propenso com’è a vivere solo nell’attimo presente, a non giudicare e a non forzare nessuno a fare nulla che non voglia; non si sente un padre, e nonostante l’affetto che prova per Angelica, non vivrà mai un rapporto paterno. Vanessa poi risparmia alla figlia qualunque costrizione, non la manderebbe nemmeno a scuola se non glielo chiedesse lei, ma anche quando decide, le trova una scuola in cui Angelica non debba sostenere esami, non debba studiare le materie che non le piacciono. La ragazza studia il violino, ma le vengono evitati gli insegnanti che sottolineano i suoi errori e le impongono una qualsiasi disciplina. Perché non è il paradiso? A questa domanda giungono i lettori, accompagnati dalla lenta (la stesura dell’autobiografia è durata sette anni) e sofferta riflessione di Angelica Garnett. Difficile è amare davvero il bene dell’altro e difficile è essere genitori. E difficile è anche essere figli se amare e perdonare i propri genitori è un travaglio che quasi può costarti il senno.

Emotivamente, anche se sensibile, non ero matura. Se messa a confronto con quelle altrui, le mie sensazioni perdevano di valore persino ai miei occhi. (…)Non ero capace di restare fedele a me stessa nel bene e nel male, anche se apparivo agli altri ostinata e intollerante – ma altro non era che una cortina fumogena, l’inchiostro delle seppie. Ero in realtà una facile vittima, e, una volta colpita, mi risultava difficile ritrovare un equilibrio. Mi demoralizzavo facilmente e il mio bisogno d’affetto mi conduceva all’ipocrisia e al sotterfugio. Ogni forza, ogni capacità di resistenza che avrebbe potuto nascere da un più caldo rapporto con Duncan, non esisteva.

Angelica è stata ingannata perché troppo tardi ha saputo chi era suo padre, perché la volontà della madre di cambiare le regole convenzionali le ha costruito intorno un mondo bellissimo, ma falso, inabile alla comprensione e all’affronto della realtà e incurante della verità. L’estrema libertà che ha vissuto Angelica è diventata una gabbia dorata da cui era difficile evadere se le sbarre confortevoli erano l’amore della madre. L’autrice comprende lentamente quanto sia costato a Vanessa (il nome mamma non c’è nel libro) essere stata rifiutata come donna dall’uomo di cui ha subito il fascino e che ha amato per tutta la vita, quanto le sia costato essere il punto di riferimento della volubile Virginia Woolf che bramava affetto in modo vorace e distruttivo. Quando Angelica diventa una donna viene lentamente e tenacemente conquistata da David (Bunny) Garnett, che era stato l’amante di suo padre Duncan e che, quando comincia la loro storia, aveva moglie e due figli. Quando si è veramente liberi nella propria vita? La disciplina e la fatica sono propedeutici alla conoscenza di sé e delle proprie capacità. E amare l’altro, il proprio figlio ad esempio, vuol dire inserirlo con lealtà in una tradizione reale, dandogli la possibilità di sviluppare anche attraverso l’opposizione e il rifiuto, il proprio giudizio personale. Angelica Garnett accompagna se stessa e i lettori in questa sofferta presa di coscienza, pur guardando con affetto e ammirazione tutte le figure che gravitavano in quel mondo. La bellezza di questa autobiografia però non sta solo qui: lo sguardo preciso e profondo che la protagonista dedica al suo passato è espresso con un lirismo distillato nella memoria: ci sono nel libro descrizioni emozionanti.

Nella campagna intorno a Cassis [in Francia] non c’erano erba o torrenti o laghetti, ma c’era la fragranza penetrante del legno bruciato, la zaffata improvvisa del timo e del rosmarino e il profumo delizioso della resina. Quando il vento soffiava con forza, i pini ondeggiavano e gemevano come se godessero nel flagellarsi, imitando il rumore del mare, quasi che, con le radici affondate in un luogo ben preciso, fossero sopraffatti dal desiderio di vedere gli angoli più remoti della terra.

La capacità di intuire l’animo delle persone poi ricorda i capolavori della letteratura inglese che sono importanti, in questo mondo rarefatto, quanto l’aria fumosa di Londra o il porridge che scorre a fiumi nelle antiche dimore della nobiltà inglese quando la piccola Angelica va a visitare i suoi nonni. Ingannata con dolcezza consente un’immersione in un mondo vivido e coinvolgente che lo sguardo ferito ma lucido di Angelica Garnett ci consente di giudicare nella sua contraddittorietà. Attraverso un travaglio a cui, come a una grazia inaspettata, al lettore è consentito di partecipare, l’autrice si rivela una scrittrice vera e profonda, perché restituisce all’atto dello scrivere tutta la sua pregnanza e il suo fascino.

http://diariodipensieripersi.it/recensione-ingannata-con-dolcezza-uninfanzia-a-bloomsbury-di-angelica-garnett/

https://it.wikipedia.org/wiki/Angelica_Garnett

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