accadde…oggi: nel 1903 nasce Barbara Hepworth, di Niccolò Lucarelli

La bellezza e la tranquillità dell’immenso parco che circondano il Museo Kröller-Müller ricordano da vicino quella Hampstead che aveva attirato sin dal XIX secolo artisti e intellettuali come John Constable e John Keats, e che negli anni Trenta vedrà la nascita di un vero e proprio “circolo” di artisti d’avanguardia di cui fece parte anche la scultrice Jocelyn Barbara Hepworth (1903-1975).
Formatasi prima alla Leeds School of Art – dove fu compagna di studi di Henry Moore – e al Royal College of Art di Londra, la Hepworth si perfezionò poi in Italia, dal 1924 al 1925, tra Firenze, Siena e Roma, dove studiò attentamente l’arte e l’architettura romanica e rinascimentale. Lezioni la cui influenza sarà aumentata dalla continua frequentazione di personaggi dell’avanguardia, come Picasso, Braque, Brancusi e Jean Arp che la Hepworth aveva avuto modo di conoscere durante un viaggio in Francia nel 1933, e con i quali diede vita a una sorta di animatissimo “Circolo Bloomsbury” fatto di amicizia e dialogo artistico, che segnò, per la Hepworth, una nuova, rivoluzionaria via della scultura contemporanea a partire dagli anni Trenta.

Barbara Hepworth - Figura di donna 1929-30 © Bowness -Tate London 2014

Barbara Hepworth – Figura di donna 1929-30 © Bowness -Tate London 2014

La sua ricerca estetica prende le mosse da materiali “primitivi”, quali pietra, legno, marmo, bronzo, quelli che hanno accompagnato da sempre il cammino evolutivo della specie, e che le hanno trasmesso il senso di appartenenza a una realtà composita, e la consapevolezza di poter modellare questa stessa realtà, di imporle il proprio volere, affermando il suo arbitrio di essere umano. Un sottile senso onirico si aggiunge a questo approccio di stampo illuminista, come se l’artista scolpisse in poesia anziché in prosa. Se, per citare Nathaniel Hawthorne, il chiaro di luna è una scultura, allora Hepburn scolpisce proprio il chiaro di luna, quella sua serena perfezione – che, attraverso i pochi tratti di una serena semplicità di forme, e l’utilizzo della superficie sferica –, è metafora di un’esistenza fatta di silenzio, di riflessione, di armonia. Un’armonia interiore che non può prescindere dall’armonia con l’universo, con la Natura, con gli altri. E l’estetica scultorea della Hepworth nasce dall’urgenza di trasferire in una dimensione più accettabile la crisi del Novecento, fatta di guerre, dittature, persecuzioni, per ricreare quella perduta armonia. Non casualmente, il parco di Otterlo, oggi museo, verrà creato, come affermò la stessa artista, «per creare una perfetta integrazione tra Architettura, Natura e Scultura». E ancora: «L’obiettivo dello scultore è realizzare l’unità perfetta tra l’idea, la sostanza e la dimensione, dando alla scultura una vita spirituale interiore».

Barbara Hepworth - Madre e figlio 1934 © Bowness-Tate London 2014

Barbara Hepworth – Madre e figlio 1934 © Bowness-Tate London 2014

Lo si comprende osservando quelle figure femminili e materne, sorta di madri primigenie depositarie della forza originaria della vita, in armonia con la natura. Armonia che sottintende semplicità, ragione per cui la scultura della Hepworth tende a riportare il linguaggio alla sua elementarità, cercando di dare ordine a spazi, bisogni, pensieri, ragionamenti. Con pochi, sapienti tratti, al punto da richiamare alla mente la “sublime povertà” del vocabolario di Leopardi suggerita da Giuseppe Momigliano, e riferibile, in scultura, anche alla leggiadria dello stile di Casorati. In quella che si può definire una ricerca psico-antropologica, Barbara Hepworth si spinge nell’interiorità dell’uomo, estrapolando dalla materia le emozioni, le pulsioni e le paure dell’animo, che, per essere seriamente “ascoltate” e conosciute, richiedono silenzio, solitudine, pazienza, umiltà. Condizioni che una sintomatica coincidenza vuole siano richieste anche dall’arte della scultura. I suoi volti esprimono la rude bellezza di un verso di Esiodo o Anacreonte. Osservando attentamente i volti e i corpi cui l’artista dà vita, senza che quasi ci se ne accorga il pensiero si volge verso quei Miti inquietanti cantati in prosa poetica da Blaise Cendrars, (l’inappartenente e tormentato autore di origini svizzere), personaggi legati a un immaginario onirico e arcaico insieme. Forte della sua cultura sulla scultura antica e rinascimentale, la Hepworth torna alla perfezione dell’arte greca arcaica, una perfezione che viene aggiornata con una propensione all’astrazione di carattere geometrico oltre che biomorfo, per raggiungere la miglior armonia possibile con l’ambiente circostante: un approccio “architettonico”, che diverrà ancor più evidente nella seconda metà degli anni Trenta, quando la Hepworth si allontana dl figurativo per dedicarsi alla scultura astratta. Prese così avvio un percorso estetico e concettuale di studio, vicino a quello che era stato il Cubismo analitico: si tratti di marmo, legno o bronzo, la scultrice “apre” la materia agli occhi di chi osserva, e, anticipando l’amico e collega Henry Moore, fu la prima a praticarvi dei fori, così da aumentare le prospettive di lettura e di visione; si trattò dell’abbattimento di una barriera, di un diaframma, che annullò le opposizioni davanti-dietro, interno-esterno, tutte le dimensioni dello spazio incluso il tempo, in favore non solo di una nuova fusione tra pittura, scultura e architettura, ma di una propugnata totalità che inglobi opera, ambiente e azione, e infondendo nell’opera stessa una rinnovata potenza fisica, tale da creare una forma in perenne dialogo con la realtà circostante, e mai da essa avulsa. Un percorso che continuerà anche nel secondo Dopoguerra, per interpretare e dar forma alle energie nuove che vibravano nel mondo, dove la presa di coscienza dell’esistenza di forze naturali nascoste come particelle, raggi, elettroni, premeva con forza incontrollabile sulla “vecchia” superficie scolpita, soggetta a nuovi equilibri. Ma la Hepworth non si allontanò mai dalla semplicità formale primitiva. La forza espressiva della sua scultura – che emerge dalla durezza arcaica della pietra, del legno, del marmo -, da richiamare alla mente i principi dello stoicismo, per il quale, in estrema sintesi, la fisica è quella parte della filosofia che indaga il modo in cui sono per natura le cose e i legami che intercorrono tra esse. Il mondo manifesta la presenza in esso di due principi, uno attivo e uno passivo. Riprendendo probabilmente alcune analisi aristoteliche, gli stoici identificano il principio passivo con la materia, mentre il principio attivo agisce su di essa come causa efficiente che conferisce la forma. Se l’arte è un principio attivo, lo è nel caso di Hepworth, che conferisce alla materia non una forma vuota, bensì una forma densa di significati, sensazioni, timori e speranze.

Barbara Hepworth - Pastorale, 1953

Barbara Hepworth – Pastorale, 1953

L’antologica olandese, che cade nel quarantennale della scomparsa, celebra degnamente l’importanza di questa artista che fu una delle figure più interessanti del Modernismo, e ne racconta l’affascinante figura attraverso materiale d’archivio per la prima volta esposto al pubblico, ovvero lettere, fotografie, appunti e bozzetti. Inoltre, la contemporanea esposizione di una serie di dipinti astratti eseguiti da Ben Nicholson, secondo marito della Hepworth, consente di comprendere la vicinanza artistica fra i due, e come le sue sculture nascessero sempre da una costante attenzione a quanto le accadeva intorno.
La scultura di Hepworth è poesia, poiché riesce a infondere nella figura umana quel carattere mitico e soprannaturale che forse l’umanità primordiale ha per un attimo posseduto.

http://www.artnoise.it/la-scultura-lunare-di-barbara-hepworth/

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