Ergastolo: la voce dei detenuti, delle famiglie e di chi vive il carcere. La “Rassegna Stampa” dal fine pena 9.999 Numero 16 – Gennaio 2018, di Carmelo Musumeci

Editoriale

ABBIAMO UN SOGNO:

L’ABOLIZIONE DELL’ERGASTOLO

 

L’associazione Liberarsi ha sempre sostenuto la campagna contro il carcere a vita e per questo sta organizzando il secondo giorno di digiuno nazionale venerdì 30 marzo 2018 contro la pena dell’ergastolo.

Cercheremo di coinvolgere anche questa volta il massimo delle persone interessate, le associazioni di volontariato, i nuovi parlamentari, i centri sociali, esponenti della magistratura, dell’università, delle camere penali, uomini e donne di tutte le chiese, fedi religiose e movimenti spirituali, intellettuali, e personaggi del mondo delle spettacolo e dell’informazione.

Scriveteci numerosi voi che ricevete questo primo messaggio, per darci consigli e aiutarci a diffondere questa campagna contro il carcere a vita associazioneliberarsi@gmail.com

 

Ricordatevi: venerdì 30 marzo 2018: giornata di digiuno nazionale per l’abolizione dell’ergastolo in Italia!

Associazione Liberarsi

www.liberarsi.net

 

In politica si è sempre detto che il garantismo e l’impegno per i detenuti fanno perdere voti.

Io, invece, credo che se qualcuno s’interessasse del carcere i voti li potrebbe anche prendere. E la proposta elettorale del movimento politico “Potere al popolo” di combattere le mafie con l’abolizione dell’ergastolo e del 41bis mi ha fatto venire l’idea di fare campagna elettorale all’interno delle carceri per le prossime elezione legislative del 4 marzo 2018.

Ecco il loro programma politico elettorale sulla giustizia:

L’abolizione dell’ergastolo, sia condizionale che ostativo: l’assenza di ogni possibilità di uscita è incompatibile con la finalità rieducativa della pena, prevista dall’art. 27 della Costituzione;

  • l’abolizione del 41 bis, riconosciuto quale forma di tortura dall’ONU e da altre istituzioni internazionali, adottando al suo posto misure di controllo, per i reati di stampo mafioso, allo stesso tempo efficaci ed umane, che non permettano la continuità di rapporto con l’esterno;
  • l’emanazione di un provvedimento di amnistia e indulto che risolva il problema del sovraffollamento carcerario;
  • una riforma della vita carceraria, soprattutto attraverso un più ampio utilizzo delle misure alternative e di validi percorsi per il reinserimento dei detenuti.

Carmelo Musumeci

 

Voci da fuori

 

La strada da percorrere per allontanarci dalla vendetta

 

La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, approvate dalle Nazioni Unite il 10 dicembre del 1948, compie 69 anni. È il più ampio e profondo tentativo di formalizzare un comune modo di sentire e di rispettare la condizione umana in ogni angolo del mondo andando al di là delle differenze culturali, religiose e politiche. Tradotta in più di 5000 lingue, ha portato molti cambiamenti nel modo di pensare e spesso di agire della stragrande maggioranza delle Nazioni e di miliardi di esseri umani.

Naturalmente moltissimo rimane da fare, perché quei principi -anticipati dalla nostra Costituzione entrata in vigore il 1 gennaio 1948- divengano sempre effettivi.

Oggi ce lo ricordano i più di 2000 detenuti di una trentina di carceri italiani che hanno deciso di digiunare, aderendo all’iniziativa dell’associazione “Liberarsi onlus” (www.liberarsi.net), con la Camera Penale di Milano, la Comunità Papa Giovanni XXIII, parlamentari e cittadini.

Con il digiuno ci invitano a prendere atto della distanza che c’è tra ciò che la nostra Costituzione indica come unica finalità della pena -la rieducazione del condannato, un processo di consapevolezza, assunzione di responsabilità, cambiamento- e l’ergastolo che, con la negazione della certezza di ritornare liberi, cioè uomini davvero, magari dopo molti anni, rende il cammino di ritorno indietro più difficile.

È vero che in molti casi la pena viene ridotta dopo i primi 26 anni(!) ma l’interessato non può mai avere la certezza che ciò avverrà.

Anche se il cambiamento c’è stato e la rieducazione è effettiva.

Ancora più lontana dalla nostra Costituzione è la situazione di coloro che alla condanna all’ergastolo aggiungono la “ostatività” (condanne ad esempio per terrorismo o per reati connessi alla criminalità mafiosa) che preclude loro qualche beneficio o sconto di pena se non collaborano con la giustizia.

Cosa che spesso non vogliono fare per paura di ritorsioni sulle famiglie o che non possono fare perché dopo tanti anni di carcere non sanno più niente di utile.

Anche accertare questa impossibilità, che può far cadere l’ostatività, comunque, non è semplice né scontato.

Non giriamoci dall’altra parte per non vedere.

Non crogioliamoci nella voglia di vendetta.

Cerchiamo piuttosto la strada per riportare ad una piena umanità chi abbia, anche gravemente, sbagliato.

 

Agnese Moro

 

(“La Stampa” di domenica 10 dicembre 2017)

 

 

 

 

Voci da dentro

La parola agli ergastolani

Sono nato a Pontecagnano (SA) il 27-01-1961, ristretto nel carcere di Catanzaro, regime AS-l, recluso dal 1983: l’ergastolo è una pena di morte diluita nel tempo, con la condanna più atroce che potessero infliggere, quella della speranza. Anche se legale è sempre una tortura e in un paese civile non può esistere la tortura legalizzata, perché rimane sempre tortura, né tantomeno si modera perché viviamo in un sistema democratico, non esiste la tortura democratica. In Italia le carceri sono i luoghi più illegali del paese, hanno innalzato la violazione delle norme a sistema. Sono i detenuti che chiedono legalità e rispetto dei regolamenti, questa la dice lunga sull’assuefazione dell’illecito da parte dello Stato. Per questo motivo riescono a coprire, con la complicità dei media, la divulgazione della tortura del regime del 41 bis, affinché non si sappia che esistono ancora le segrete medievali con la tortura. Il sistema segregazionista penitenziario ha un solo obiettivo: la repressione e il contenimento, per questo motivo ti castrano come uomo, ti castrano sessualmente e poi vorrebbero farti diventare uno zombi. Con il tempo il carcere ti istituzionalizza, ma loro vorrebbero iniettarti anche il virus della sottomissione, se ciò non avviene rimani sempre pericoloso. La pena come stabilisce la Costituzione deve essere solo perdita della libertà e non delle altre funzioni di uomo, padre e cittadino.                                                                    De Feo Pasquale

 

Ho 63 anni e sono in carcere dal 1992, sono stato nel circuito AS fino a ottobre 2013, poi declassificato e ora sono nel circuito dei detenuti detti comuni. Attualmente mi trovo ad Alessandria S. Michele. La pena dell’ergastolo non potrà mai essere educativa, contrasta con l’art.27 della Costituzione. Però se si fa i bravi, si può ottenere la liberazione anticipata, a cosa serve però non si sa, visto che il fine pena è sempre “mai”. Agli ergastolani mi sento di dire: non arrendiamoci mai e combattiamo finchè ne abbiamo le forze.                                                                  Francesco Patamia

 

Sono nel Circuito AS3 del carcere di Sulmona, detenuto da 23 anni. L’ergastolo è una pena a cui si può dare solo una definizione: morte. Ci sono stati grandi illuministi che hanno affermato che dopo dieci, quindici, anni trascorsi in carcere la persona non è più la stessa, quindi, il parere di quei grandi illuministi non serve a niente? Il divieto di fare l’amore non può che essere una doppia condanna, ma c’è di più: priva la persona dell’andamento naturale delle proprie esigenze, non solo al condannato ma anche alla propria compagna, che non ha nessuna colpa se quella di amare il proprio compagno.                                                                                                       Domenico Pace

 

Sono nel Circuito AS 1, detenuto da22 anni, attualmente in carcere a Voghera. La pena dell’ergastolo con la legge attuale è equivalente alla pena di morte, somministrata giorno per giorno, perché ha un fine pena mai. Siamo lo Stato più condannato da quando è stata istituita la Corte Europea. Ovvero siamo in uno Stato che pretende dai cittadini il rispetto di quelle regole che lo Stato stesso non rispetta. Abbiamo nella Costituzione l’art.27 che è costantemente violato.

Giovanni Leone

 

 

Sono ristretto nel circuito AS3 del carcere di Sulmona. Ho scontato finora 25 anni di carcere: ancora ricordo benissimo il giorno della sentenza. Quando mi hanno condannato all’ergastolo ho sentito un brivido dentro di me, come una scossa di corrente, però in quel momento non mi sono reso conto della condanna, ma una volta rientrato in cella il mio primo pensiero era per mia moglie e i miei due figli, che allora erano piccoli, uno quattro anni e l’altro due anni. Erano e saranno sempre la mia forza.                                                                                                                                 Orazio Mauro

 

Sono nel circuito AS3 del carcere di Sulmona, detenuto dal 09/03/1993: la pena dell’ergastolo andrebbe abolita perché non serve a fare riflettere un individuo. È solo tortura. Il carcere di per sé non insegna niente, anzi, inaridisce e incattivisce l’uomo che viene educato con la frusta, come le bestie in gabbia.

Il divieto di fare l’amore l’ho sempre vissuto come una privazione inutile, più crudele per il partner che è libero e non ha alcuna colpa.                                                                            Raffaelle Dragone

 

Sono nel circuito AS1 e attualmente detenuto nel carcere di Secondigliano. Sono detenuto 24 anni: la mia condizione di ergastolano è paragonabile ad una “incognita” non calcolabile, una soluzione di un problema del tutto sconosciuta. Non so se riuscirò ad abbracciare la mia famiglia o se morirò qui tra queste quattro pareti. La mia pena dura per tutta la mia vita. L’ergastolano non muore ma neanche rimane vivo. Quando si parla di rapporti affetti in carcere si deve comprendere che l’amore è un sentimento forte, avvertito in ogni essere umano, non è riportabile esclusivamente alla sessualità, ma include tutto il corpo, diventa piacere di stare insieme, di abbracciarsi: baciarsi vuol dire attenzioni particolari rivolte ad aree del corpo che per la condizione di prigionieri sono ignorate. Dovremmo essere tutti più umili, meno bigotti, meno moralisti, meno bacchettoni, meno anacronistici e imitare i paesi più civili di noi.                                                              Pierdonato Zito

 

A cura di Carmelo Musumeci per l’Associazione Liberarsi www.liberarsi.net

 

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