accadde…oggi: nel 1874 nasce Amy Lowell, di Edoardo Garlaschi

Dopo un «periodo calderone» definito, non si sa quanto correttamente, «Romanticismo Americano» in cui la letteratura fiorì e adattò se stessa al mondo circostante, grazie ai vari Poe, Withman, Melville e infine alla Dickinson, il testimone venne passato a un’altra generazione. La generazione dei Titani, di Eliot, Pound, di Gertrude Stein e di Fitzgerald. Ma per tutti quelli che hanno scritto la storia, per arrivare fino a noi, quanti sono rimasti nell’oblio?

Amy Lowell e il teatro

È il caso di Amy Lowell, che intrattenne relazioni con questi esponenti dell’età dell’oro poetica senza condividerne la gloria culturale. Una donna che iniziò con il teatro, dopo il colpo di fulmine durante un incontro con Eleonora Duse in un tour di quest’ultima, nel 1902.

Decise di dedicarsi al teatro «di una volta», non quello luminescente e gioioso di Broadway che tiranneggiava in America, ma quello dei monologhi, dei personaggi soli, sul palco e nella vita, e dalla scenografia minimale. Nacquero così i Little Theater, che potevano consistere in una semplice stanza, un garage, un salotto qualsiasi o, come nel caso del Wharf Theatre, un magazzino per il pesce vicino ad un molo di Cape Cod. Per questo motivo alcuni componimenti della Lowell, essendo destinati alla rappresentazione drammatica, superano anche i duecentotrenta versi, come nel caso di Causa Numero Tre e Il Giorno che fu quel giorno.

Dal teatro alla poesia

Il passo verso la poesia in quanto tale non sempre è scontato ma di sicuro è breve, soprattutto per la Lowell. È infatti innamorata del teatro ma affamata di drammaticità, di quella pura, non esprimibile tramite una susseguirsi di scene e atti, ma destinata al silenzio. Un’altra parte della sua eredità è, infatti, rappresentata da poesie molto brevi, condizionata sia dai componimenti giapponesi (che ebbe modo di studiare grazie al fratello Percival, che trascorse molti anni in Giappone, e a Pound, profondo conoscitore della cultura nipponica). Ne sono un esempio i Ventiquattro Hokku su di un tema moderno dove l’hokku rappresenta un componimento della stessa lunghezza dell’haiku (diciassette sillabe divise in tre versi) che però non necessariamente deve contenere il Kigo, ovvero il riferimento a una delle quattro stagioni. Questi componimenti brevi risultano dei piccoli quadri, altro elemento che condizionò la Lowell, essendo vicina agli ambienti delle gallerie d’arte, in particolare la 291 di New York.

Un allontanamento impossibile

poesie amy lowellNonostante queste relazioni e queste continue influenze, Amy Lowell passò spesso in secondo piano, mai del tutto apprezzata, al punto che vinse il premio Pulitzer solo nel 1926, un anno dopo la sua morte. Venne spesso tenuta in considerazione ma come semplice conoscente dei grandi, quali Pound che, inoltre, le concesse l’utilizzo del termine imagismo. Per quanto interagisse in termini di quantità, la qualità e la profondità di tali interazioni sono discutibili.

La Lowell rimase incatenata a se stessa e ai propri traumi. In un periodo in cui molti fuggivano dall’America, Amy non poté. Nel suo primo viaggio da bambina, in Europa, iniziò ad avere paura del buio, che si trascinò fino all’età adulta, e dopo la morte della madre partì per un viaggio sul Nilo che si concluse con un esaurimento nervoso. Esiliarsi nello spazio per lei risultava dunque impossibile e spesso nefasto: non le rimase che esiliarsi nel tempo. Invertì i suoi ritmi di vita, dormendo di giorno, scrivendo e incontrando gli altri di notte.

Un vuoto mai colmato

Quasi paradossale, considerata la paura del buio giovanile, ma nella sua casa e nelle camere d’albergo in cui soggiornava, faceva montare pesanti tendaggi, non solo alle finestre ma anche sugli specchi. Amy Lowell non accettava il suo essere sovrappeso a tal punto da rifiutare la visione del proprio corpo. Esso rappresentava un impedimento, una zavorra per la sua interiorità e le rare volte che le capitava di cercare se stessa in uno specchio, in realtà cercava altro, come apprendiamo da Tempo:

Mentre mi guardavo nello specchio,
vidi, appena abbozzato,
il profilo di un airone
inciso sul metallo.

La vita e la natura per lei sono un’opera teatrale da cui non può fuggire, portatrici di una delicata tristezza. In Dettaglio leggiamo:

Sulle foglie dell’acero
brillano rosse gocce di rugiada,
ma sul fiore di loto
hanno la pallida trasparenza delle lacrime.

Non si trattava dei capricci di una ricchissima ereditiera (la famiglia Lowell era, letteralmente, proprietaria dell’omonima città, dove nacque Kerouac), ma della delicatezza emotiva di una donna nella cui vita mancò sempre qualcosa.

Un vuoto senza contorni precisi, qualche pezzo d’esistenza che provò ad aggiungere e raggiungere nelle atmosfere dei suoi componimenti come in Dopo una tempesta: «

Cammini sotto gli alberi di ghiaccio
ma sei più abbagliante dei fiori di ghiaccio,
e il latrare dei cani
per me non è forte come il tuo silenzio.

Nell’epoca di una poesia «nuova» che non sapeva ancora a cosa doversi protendere, Amy Lowell forse fu capace di raggiungere proprio il concetto di poesia, intesa come era solito fare Pound: la danza dell’intelletto tra le idee.

https://fischidicarta.online/blog/amy-lowell-poesie/

 

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