accadde…oggi: nel 1861 nasce Lou von Salomé, di Marina Greppi

In questo scritto, che rende ragione per l’essenziale della mia tesi di laurea, vorrei sottolineare gli snodi principali del pensiero di Lou von Salomè (che da qui in poi, per brevità, chiamerò Lou), da cui emerge la sua originalità.

Lou (San Pietroburgo, 1861 – Gottinga, 1937) si è interrogata sul tema del femminile mettendo in gioco la differenza sessuale. Il suo pensiero ed il suo incessante lavoro di scrittura e di ricerca, fino alla fine della sua vita, hanno contribuito sicuramente a conferire al tema un valore speculativo. Ritengo che questo aspetto abbia fatto di Lou una donna rivoluzionaria rispetto all’epoca in cui ha vissuto, mentre ingiustamente è conosciuta più per la mitologia negativa che ha avvolto la sua vita, facendola ricordare come un’avventuriera, una mitomane, una donna senza scrupoli, che nulla di nuovo e di suo avrebbe aggiunto al pensiero dell’Ottocento.

Lou è entrata in contatto con le grandi menti rivoluzionarie della sua epoca; mi riferisco principalmente al filosofo Friedrich Nietzsche ed al padre della psicoanalisi Sigmund Freud che non sono stati gli unici, ma sicuramente i pensatori più innovatori e influenti del suo tempo.

 

Considero rilevante richiamare l’attenzione sul topos storiografico della scuola del sospetto introdotto dal filosofo francese Paul Ricoeur in un suo studio intitolato De l’interprétation: essai sur Freud. Ricoeur trova una trama invisibile tra le opere dei protagonisti da lui individuati: Nietzsche, Freud e Marx. Da lui in poi si è tutti autorizzati a pensare che dietro l’apparenza della società borghese orientata a realizzare il migliore dei mondi possibili, si nascondano invece motivazioni meno nobili di quelle apparenti: organizzazione del lavoro e sfruttamento dell’uomo sull’uomo nel caso di Marx; sete di potenza piuttosto che di morale nel caso di Nietzsche; sessualità inconfessabile e rimossa piuttosto che nobiltà d’animo nel caso di Freud. Siamo nel mezzo di una crisi epocale. La cultura dell’Ottocento infatti era saldamente ancorata a una concezione forte dell’io, inteso come sostanza razionale unitaria e mai come in questo secolo il pensiero umano aveva considerato tanto potente la sua soggettività razionale, attribuendole una assoluta capacità di dominio consistente nella piena autocoscienza, nel controllo del corpo e dei suoi istinti e nella completa padronanza della realtà naturale esterna. Nella prima metà del Novecento, contemporaneamente a due guerre mondiali, esplode la crisi dell’io, che diventa il motivo conduttore della cultura europea. Si compie in quegli anni la terza rivoluzione del pensiero, che ha minato la centralità dell’essere umano dopo Copernico e Darwin. Nietzsche e Freud hanno reagito in modo molto simile alla crisi, sottolineando il primato del mondo istintuale e pulsionale, l’esistenza e la rilevanza dell’inconscio e il significato dell’esperienza onirica. Accomuna la vita di entrambi la conoscenza non casuale di Lou, donna libera e volitiva, che Freud stesso ha dichiarato essere stata l’unico legame reale tra lui e Nietzsche.

Lou si dimostra, oltre che una musa ispiratrice per entrambi, un’interprete lucida e intelligente del suo tempo. Lou è giunta in Europa, come altre donne russe “con la rivoluzione nel cuore” (sono queste parole di Cesare Musatti) e ha saputo intrecciare il suo destino in modo mirabile, anche sa da epurare di molta mitologia, ai grandi rivoluzionari del suo tempo. Il suo apporto rivoluzionario alla crisi dell’epoca brilla di luce propria rispetto a quello dei “maestri”, anche se è certo grazie a loro che lei, donna, ha potuto esprimersi: ha portato un contributo suo alla loro critica e soprattutto ha portato l’attenzione sul femminile, sulla differenza sessuale, sul narcisismo femminile, temi che sarebbero forse rimasti marginali se non ci fosse stato il suo contributo.

 

Scelgo di non addentrarmi nel racconto dettagliato della sua vita poiché troppo spazio prenderebbe; tuttavia riassumo, basandomi soprattutto sul racconto che Lou ne fa nella sua autobiografia, come si è svolta verosimilmente la vicenda con Nietzsche e con Freud. L’incontro con Nietzsche appartiene alla giovinezza di Lou. Nel 1881 Lou, accompagnata dalla madre, fece un viaggio a Roma e divenne frequentatrice del salotto di Malwida von Meysenburg, una delle personalità più note negli ambienti letterari e politici dell’epoca. Malwida fu amica di Mazzini, partecipò ai moti rivoluzionari del 1948, fu amica di Wagner ed anche di Nietzsche, che conobbe a Bayreuth nel 1872. In casa di Malwida conobbe nel 1882 il filosofo positivista Paul Rée, a cui rimase legata per molti anni da una profonda amicizia. Rée aveva allora 32 anni era l’amico eletto di Nietzsche da sette anni; Rée e Lou divennero subito amici e Rée le fece una proposta di matrimonio, che Lou rifiutò, mettendolo a parte del suo progetto di costruire una comune intellettuale di amici legati solo da interessi culturali e da cui il sesso sarebbe stato escluso. Rée parlò a Lou dell’amico Nietzsche come possibile terzo membro di questa convivenza. Il progetto della “trinità” intellettuale fu dapprima  osteggiato dalla madre ed anche da Malwida, ma in seguito sembrò potersi realizzare. Per il tramite di Malwida, Nietzsche fu invitato a Roma. Tutti erano già a conoscenza del progetto tranne lui. L’incontro, narrato dalle molte biografie e da Lou stessa, avvenne nella basilica di San Pietro. Paul Rée, seduto in un confessionale, lavorava al suo taccuino d’appunti; Nietzsche sopraggiunse e salutò Lou con queste parole: “Cadendo da quali stelle ci siamo venuti incontro fin quaggiù?”1. L’incontro, iniziato in modo così fausto, prese subito una piega minacciosa. Nietzsche chiese a Rée di intercedere e di portare a Lou la sua richiesta di matrimonio. Rée e Lou decisero di metterlo a parte del progetto della “trinità” e del fatto che Lou non voleva né poteva sposarsi, in quanto avrebbe perso la pensione di sua madre. Tutti ripartirono rincontrandosi solo in viaggio. Lou e Nietzsche si rividero sul lago d’Orta per la celebre visita al monte Sacro, che affrontarono da soli. Si rincontrarono poi a Lucerna, dove Nietzsche parlò direttamente a Lou e le propose per la seconda volta di sposarlo. A Lucerna fu scattata anche la famosa fotografia del carretto, voluta e curata nei minimi dettagli da Nietzsche: la foto ritrae i due filosofi in piedi davanti ad un carretto e Lou alla guida, con un frustino in mano (v. illustrazione in appendice).

Dopo il secondo rifiuto, Nietzsche tornò a Basilea, Rée nella proprietà della sua famiglia a Stibbe nella Prussia orientale e Lou e sua madre viaggiarono. Lou conobbe Wagner al Festival di Bayreuth ed il 7 agosto 1882, terminato il Festival, raggiunse Nietzsche a Tautenburg in Turingia dove rimase fino al 26 agosto, alloggiando presso la casa di un pastore. Sola con Nietzsche, poté addentrarsi nel suo pensiero. Il filosofo aveva appena terminato La gaia scienza ed aveva già concepito Così parlò Zarathustra. Lou, in così poco tempo, comprese profondamente il pensiero del filosofo e la natura dell’uomo. Lou aveva 21 anni, Nietzsche 37. Dopo essere ritornata a Stibbe da Rée, la “trinità” si riunì per la prima e unica volta  a Lipsia per sole tre settimane. Lou mutò atteggiamento e la stima per Nietzsche diminuì. Il fattore decisivo fu l’insistenza di insinuazioni che miravano a screditare Rée ai suoi occhi. Si separarono. Nietzsche si ritirò ferito e solo a Rapallo dove scrisse Così parlò Zarathustra. Seguì un periodo in cui Nietzsche coprì Lou di infamie, calunnie e insulti inspiegabili, probabilmente aizzato dalla famiglia e dalla sorella Elisabeth Förster-Nietzsche, che da subito aveva dimostrato un odio incontrollabile verso l’ebrea russa. Lou mantenne un atteggiamento distaccato. Si stabilì con Rée a Berlino, dove si realizzò il sodalizio intellettuale sognato con gli intellettuali del posto.

In sintesi Lou e Nietzsche ebbero modo di stare soli nella visita al monte Sacro e a Tautenburg per tre settimane, mentre il progetto della “trinità”, realizzato per la prima e unica volta a Lipsia, naufragò dopo tre settimane. Di questi pochi incontri Lou tenne un diario che avrebbe dovuto diventare un libro su Nietzsche. Discusse i primi due capitoli con il filosofo a Lipsia, poi accantonò il progetto. Nel 1892, quando in Germania si diffuse il culto del filosofo, Lou riprese i suoi appunti, ritenendo che la fama di Nietzsche non tenesse in alcun conto la vera personalità spirituale del vecchio amico; scrisse il profilo sistematico che costituisce il terzo capitolo del libro su Nietzsche e otto contributi parziali, pubblicati su riviste letterarie del tempo, che ne andranno a costituire, rimaneggiati, la conclusione. Il libro fu pubblicato a Vienna nel 1894 con il titolo Friedrich Nietzsche. Il filosofo purtroppo non poté leggerlo, in quanto già pazzo e malato. Per i più importanti studiosi di Nietzsche, fra cui Karl Löwith, Mazzino Montinari e Sossio Giametta, quella di Lou resta una delle migliori biografie del filosofo mai pubblicata.

L’incontro con Freud appartiene invece alla sua maturità. Lou si avvicinò alla psicoanalisi alla fine della sua relazione con il poeta Rainer Maria Rilke, di cui non voleva sottolineare la fragilità emotiva, la sofferenza psichica e l’angoscia, che tuttavia erano vissute ed erano anzi certamente condizioni della produzione artistica del poeta; conobbe Freud per aiutare se stessa, ma sicuramente anche per aiutare l’amato Rilke, “così sprovveduto nella vita pratica”, come più tardi Freud ebbe a scrivere di lui.  Lou aveva cinquant’anni e rimase legata al “maestro” per tutta la vita.

Dopo aver a lungo studiato ed essersi preparata, nel 1911 Lou partecipò al Congresso della società psicoanalitica di Vienna, con il consenso di Freud ed in seguito iniziò i suoi studi e la formazione analitica sotto la direzione di Freud stesso. Dopo il Congresso ottenne il permesso di partecipare ai mercoledì psicoanalitici, serate in cui si cercava di definire le regole della nuova scienza nascente; Lou vi fu ammessa insieme ad altre poche donne, senza possibilità di parola, ma con il permesso di prendere appunti. Si conservano di quel periodo i famosi taccuini rossi, su cui Lou scriveva tutto quanto accadeva in quegli incontri. I taccuini rossi sono stati pubblicati in Italia all’interno del diario che Lou tenne in quell’ anno viennese, dall’ottobre 1912 al novembre 1913, con il titolo I miei anni con Freud. Dopo le dieci di sera, la serata continuava per lei a casa di Freud in Bergasse 19, dove si tratteneva con lui fino a notte fonda, dopo di che lui stesso la riaccompagnava in albergo. Queste serate le valsero come un’analisi non didattica e come “abilitazione” ad esercitare la professione che di lì a poco intraprese; lì nacque l’amicizia con Freud che durò fino alla morte. Nel 1913 partecipò al Congresso di Psicoanalisi a Monaco. Nel 1915 iniziò a praticare la psicoanalisi a Gottinga. Lavorava dieci ore al giorno e spesso non chiedeva compensi, cosa per cui fu da Freud rimproverata. Partecipò con Freud e su sua richiesta all’analisi di sua figlia Anna, di cui divenne amica; per questo si trasferì a casa loro per un po’ di tempo. Nel 1922 diventò membro della società di psicoanalisi. La si può considerare una delle pioniere della nuova scienza, essendo stata la prima donna a praticarla.

 

Nel rapporto con Nietzsche Lou trovò terreno fertile per mettere a fuoco i temi che le stavano a cuore. L’elemento fondamentale da evidenziare è il fatto che Nietzsche, all’interno della tradizione filosofica maschile, è uno dei pochi pensatori che pensa “a partire da sé” e non da un punto di vista astratto e oggettivo; ciò significa che egli parte dalla propria soggettività, dal proprio sentire e dalla propria differenza maschile. La sua posizione nei confronti della differenza femminile è complessa e, pur tradendo una certa misoginia, presenta diversi spunti interessanti. Si possono individuare e tematizzare tre punti: innanzitutto Nietzsche è consapevole della differenza tra i sessi, che articola nella tensione fra maschio-forza e donna-debolezza. Inoltre, Nietzsche fa propria simbolicamente una prerogativa femminile, la capacità di generare, attribuendola anche all’uomo; molto spesso parla di uomini che partoriscono nello spirito, sembra cioè tradire, come già avveniva in altri  pensatori maschi, una sorta di invidia nei confronti della capacità femminile di generare; per Nietzsche il concetto di gravidanza è costituito di due momenti: ricettività e maturazione-compimento; è fecondità, vitalità intensa, potenza creatrice ed è anche intenso dolore. Il dolore è per il filosofo necessario al processo creativo ed è la condizione del continuo superamento di sé. Le caratteristiche della gravidanza coincidono con quelle del carattere del contemplativo, che Nietzsche definisce “la madre maschile”; in sintesi la madre maschile, il contemplativo, ha tutte le caratteristiche del femminile-materno. Infine Nietzsche prende posizione contro l’emancipazionismo femminile, schierandosi contro il femminismo, perché vede in esso la cancellazione della differenza femminile. La donna per Nietzsche rappresenta una potenza affermativa e dionisiaca. E’ il femminile a contribuire alla trasvalutazione dei valori: accanto a Dioniso, c’è Arianna.

Bisogna riconoscere al filosofo il merito di aver parlato non solo del femminile e della donna ma soprattutto della differenza fra i sessi. Tuttavia bisogna pur sempre riconoscere in questo oggetto-donna di cui parla non una realtà, ma uno stereotipo che corrisponde a quanto lui vuole vederci. C’è comunque, fra i numerosi paradossi, un importante riconoscimento della differenza sessuale come uno scarto che apre un gioco fra stabilità e mutamento, fra codificazione e irruzione vitale, fra irrigidimento e trasformazione; ciò ha permesso a Lou di innestare lì il suo pensiero.

Lou nei tre saggi precedenti l’incontro con la psicoanalisi affronta il problema della differenza sessuale, della relazione erotica e dell’amore e del diverso ruolo giocato in esse dai due sessi. Non potendo entrare nel dettaglio dei saggi, nello specifico L’umano come donna (1899); Riflessioni sul problema dell’amore (1900) e L’erotismo (1910), vorrei portare l’attenzione sull’origine dell’idea che nasce nel primo saggio citato del 1899 e che poi Lou porta avanti fino alla fine della sua vita. Lou avanza qui, basandosi sulle teorie fisiche del tempo, il suo primo tentativo teorico di fondare l’idea della superiorità del femminile sul maschile, elaborando una sua interpretazione dell’indifferenziato che caratterizzerebbe il femminile e che porterebbe in sé il segno dell’autonomia e non dell’incompletezza. Secondo le teorie fisiche del tempo, alle origini della vita, l’elemento femminile appare come il più indifferenziato, ma grazie a ciò realizza il suo fine. La piccolezza della cellula maschile nasce invece per essere insoddisfatta e porsi sempre nuovi obiettivi; il movimento percorso da quest’ultima si può rappresentare come una linea che avanza all’infinito. L’ovulo si iscrive al contrario in uno spazio circolare, che non oltrepassa; il cerchio è l’ambiente naturale per l’ovulo femminile, che di esso si circonda. Ne consegue che il femminile appare indifferenziato, perché è come se non avesse mai compiuto gli ultimi passi per uscire da sé verso le possibilità dell’esistenza e della vita, ma anche come se fosse unito al Tutto infinito ed eterno e profondamente legato al suo terreno d’origine. Lou usa spesso l’immagine dell’albero per rappresentare il femminile, un albero profondamente radicato nel terreno e proprio per questo saldo nel suo ergersi verso il cielo, un albero legato al cerchio in quanto crescendo, invecchiando allarga il proprio fusto secondo una struttura di cerchi concentrici, per poter essere più stabile nel suo ergersi verso l’alto e nel suo radicarsi nella terra. Per questo motivo, il femminile contiene in sé l’armonia più integra, la pienezza sferica più stabile, la perfezione e la completezza paga di sé. Quindi nel femminile sono presenti autonomia e autosufficienza, che si contrappongono alla irrequietezza e inquietudine incessanti del maschile. Il maschile si spinge fino ai limiti e li oltrepassa e disperde con violenza tutte le sue energie in attività sempre più specializzate.

Maschile e femminile sono per Lou, in questa fase, due modi diversi di vivere, anche se non necessariamente identificati con l’uomo e con la donna, che portano ed hanno portato al massimo sviluppo la vita, che altrimenti sarebbe rimasta al suo livello più basso. Passando dal piano fisiologico a quello psichico, Lou giunge ad una conclusione: la psiche maschile si potrebbe riconoscere nella dedizione altruistica a uno scopo a cui si unisce, mentre quella femminile nella voluttuosa perseveranza in se stessa. L’indifferenziato tipico del femminile è l’elemento in cui la differenziazione maschile deve cercare la propria strada per restare in vita. Il maschile o tipo maschio è separazione, forma, il femminile o tipo femmina è invece amorfo. Ciò che è amorfo è fecondo, mentre chi separa è sterile. La cellula femminile è autonoma, quella maschile ne dipende. L’errore commesso dal pensiero tradizionale sull’essenza del femminile giustifica il senso comune sia nella concezione del femminile come metà o appendice del maschile, sia in quanto sottolinea l’elemento meramente materno della donna; in tal modo si sottrae autonomia alla donna, riducendola solo al destino di essere madre.

Questa idea, che continuamente ritorna nell’opera di Lou, sfocia nell’idea portante dei suoi contributi, che consiste essenzialmente nell’affermare la superiorità del femminile. Anche Nietzsche, per alcuni aspetti, tende a pensare la donna superiore all’uomo in quanto più prossima alla vita, al divenire, al Tutto, ma la posizione di Nietzsche al riguardo è ambigua e tradisce alla fine la sua misoginia. Il filosofo non può ammettere che l’uomo sia più generoso, altruista, bisognoso, in definitiva debole rispetto alla donna, né che l’altruismo e la generosità con cui è disposto a perdere parti di sé nell’atto d’amore ne facciano l’eroe dell’abnegazione, né d’altra parte può ammettere che la donna, caratterizzata da egoismo, indolenza e immobilità, sia più forte, autonoma e in definitiva superiore rispetto all’uomo.

 

Nell’incontro con Freud, permane la volontà di Lou di affermare la superiorità della donna e di tematizzare la differenza tra i sessi, rispondendo alle richieste del “maestro”, che si dichiara, anche alla fine della sua vita, ancora troppo carente di conoscenze in materia. Agli inizi del Novecento Sigmund Freud scriveva: “L’importanza del momento della sopravvalutazione sessuale si può studiare assai meglio nell’uomo, la cui vita amorosa soltanto è divenuta accessibile alla ricerca, mentre quella della donna – da una parte in conseguenza dell’atrofizzazione culturale, dall’altra a causa del silenzio e dell’insincerità convenzionale delle donne – è ancora avvolta da un’oscurità impenetrabile”2. Più tardi, in uno scritto del 1929 Freud afferma che: “La vita sessuale della donna è il continente oscuro della psicoanalisi” 3. La concezione della donna e della sessualità femminile presente nell’opera psicoanalitica di Freud risente della sua impostazione di fondo, centrata sulla sessualità maschile, rispetto alla quale quella femminile viene definita per differenza. La psicoanalisi freudiana è costruita a partire da un modello maschile, dal primato fallico, dal complesso di Edipo e da quello di castrazione; ma nasce per curare e guarire l’isteria femminile. Freud comincia ad occuparsi della nevrosi partendo da quella femminile, lavorando sull’isteria. Di fronte a questo compito, non cela imbarazzo e difficoltà; per questo chiede implicitamente aiuto a Lou ed alle altre donne che gli gravitano intorno. L’unica a rispondere è Lou stessa, con i suoi contributi su sessualità femminile, differenza femminile, anale e sessuale, narcisismo femminile.

La concezione freudiana attraversa grosso modo tre fasi nel rapportarsi al femminile, analizzabili nei principali testi in cui Freud parla di sessualità, femminilità e narcisismo.

In una prima fase in cui scrive Introduzione al narcisismo (1914), Freud ipotizza che gli stadi dello sviluppo femminile siano paralleli a quelli del maschio. La libido è unica, neutra, ma di fatto è pensata a partire da quella maschile. La funzione del pene sarebbe simile in entrambi i sessi; nello sviluppo, il bambino si accorge che non tutti sono dotati di fallo, mentre la bambina si considera evirata; cioè lei crescerebbe assumendo il maschile come norma, considerando se stessa come essere negativo, senza fallo, fallito, definibile per un non avere, per una negazione; la bambina e poi la donna sarebbero un maschio incompleto, evirato, ferito, mutilato. Tutto ciò si traduce in Freud nella famosa formula dell’“invidia del pene” da cui la bambina sarebbe affetta nella fase della crescita e che resterebbe viva anche nella donna matura.

Va precisato che questa concezione della sessualità femminile pensata a partire da quella maschile e l’idea dell’invidia del pene susciteranno molte critiche da parte di psicoanaliste donne. Come si vedrà meglio più avanti, Lou è fra le prime psicoanaliste ad assumere un atteggiamento critico nei confronti dell’idea del “maestro” ed a rovesciarla nel suo contrario, nell’idea dell’invidia maschile della capacità femminile di generare.

Nel 1925 Freud entra in una seconda fase del suo pensiero: mantiene la concezione dell’invidia del pene, ma si accorge che il primo amore della bambina non è rivolto al genitore di sesso opposto, cioè non è eterosessuale, ma è rivolto alla madre, cioè è di tipo omosessuale. Questa scoperta lo costringe ad introdurre l’idea di una fase pre-edipica nello sviluppo del bambino. Mentre l’oggetto d’amore nel bambino è lo stesso nelle due fasi, diversamente è per la bambina, che passa da un amore di tipo omosessuale nella fase pre-edipica ad un amore di tipo eterosessuale nella fase edipica. Ciò significa per Freud sottolineare l’importanza della fase pre-edipica: la madre pre-edipica è diversa dalla madre edipica anche per il maschio. Quindi dal 1925 Freud inizia a muoversi al di là della semplice derivazione della sessualità femminile da quella maschile.

Dal 1930, data in cui muore la madre, c’è un terzo mutamento nella concezione freudiana del femminile. Poiché la donna vive nella fase pre-edipica un amore di tipo omosessuale, la bisessualità nella donna è più comune che nell’uomo. La cultura chiede alla donna di rinunciare alla propria mascolinità e a sua madre, chiede il passaggio dalla sessualità clitoridea a quella vaginale, che necessita della penetrazione per essere soddisfatta, in altre parole chiede alla donna di passare dall’attrazione per la madre a quella per il padre. La reazione “normale” a questo passaggio comporta l’acquisizione della femminilità eterosessuale: per la donna amare i figli maschi è un compenso della propria mascolinità perduta. La norma della femminilità diviene la maternità, secondo Freud, come appagamento del desiderio mascolino della donna. Mentre le fantasie erotiche della bambina sono rivolte verso la madre, la madre è anche la figura che le impedisce di masturbarsi. La madre eccita e contemporaneamente vieta; l’attaccamento verso la madre è quindi ambivalente. La madre non sa soddisfare completamente il bisogno d’affetto della bambina, le vieta l’autoerotismo, e, non avendola dotata di un pene, l’ha resa un essere inferiore. Questo aiuta la bambina ad entrare nell’Edipo ed a spostarsi verso il padre. La bambina però, secondo Freud, non riuscirebbe mai a superare del tutto il complesso di Edipo, che si basa sul timore della castrazione; ciò la escluderebbe da un completo sviluppo psicosessuale. La donna quindi, senza una formazione completa del superego, avrebbe, secondo Freud, deboli interessi sociali, scarso senso della giustizia, come conseguenza invidia e narcisismo. L’unico modo di compensare questa mancanza è l’avere un figlio maschio.

Nel 1933 nella concezione freudiana si realizza ancora un piccolo spostamento: donna non si nasce, ma si diventa. La donna incolperebbe la madre di non averla dotata di pene e di amare più i figli maschi che le femmine. Femminilità significherebbe, in questa fase, saper mantenere il contatto con la propria bisessualià originaria, rimanendo fluide in essa. Per questo la donna è simile al fanciullo, come riteneva Nietzsche.

Attraverso questo breve excursus si capisce la difficoltà di Freud nello studiare la sessualità femminile, ed anche però la sua franchezza al riguardo. In una sua lezione intitolata Femminilità del 1932, alla fine scrive:“Questo è tutto quanto avevo da dirvi sulla femminilità. È certo incompleto e frammentario e non sempre suona gentile. Non dimenticate però che abbiamo descritto la donna solo in quanto la sua natura è determinata dalla funzione sessuale. Questo influsso, per la verità, giunge molto lontano, ma teniamo presente che ogni donna è anche un essere umano che può avere aspetti diversi. Se volete saperne di più sulla femminilità, interrogate la vostra esperienza, o rivolgetevi ai poeti, oppure attendete che la scienza possa darvi ragguagli meglio approfonditi e più coerenti”.4 È evidente quindi un’evoluzione del pensiero di Freud sul femminile e si può supporre che alle idee di Lou, Freud non sia rimasto indifferente.

Lou risponde a Freud, affrontando i temi a lei cari, nel diario viennese pubblicato in Italia con il titolo I miei anni con Freud (1912-1913) ed in quattro importanti saggi, pubblicati su Imago, la rivista psicoanalitica diretta da Freud stesso, intitolati Il tipo donna (1914), Anale e sessuale (1916), Il narcisismo come doppio orientamento (1921), Che cosa deriva dal fatto che non sia stata la donna ad uccidere il padre (1928).

Il femminile resta quindi la chiave anche del rapporto fra Lou e Freud. Pur dichiarandosi freudiana, Lou sostiene apertamente e con forza la superiorità della donna rispetto all’uomo. In un breve paragrafo del diario in cui Lou racconta di un’avvenuta conversazione con Viktor Tausk, originale psicoanalista freudiano di origine slovacca amico di Lou, da lei intitolata Luogo comune. Uomo e donna, si leggono affermazioni ben chiare circa la “superiorità” femminile. Tausk dà qui una definizione di luogo comune da intendersi non tanto come una mancanza di intelligenza, ma quanto piuttosto come una carenza di vita: “E’ semplicemente tutto ciò che non prolifera da sé ma, per quanto saggio possa essere, diventa a poco a poco consunto e quindi banale.”5 Verso la fine del paragrafo Lou scrive: “Seguendo una concezione non intuitiva della vita, cioè quella accessibile alla ragione, è tuttavia possibile pervenire ad una fondata rappresentazione di decadenza della vita a causa della civiltà: civiltà per carenza di vita, civiltà di deboli. Questi, in tal caso, sarebbero gli uomini. Essi sarebbero il sesso debole, considerati in base alla visione asociale e narcisistica della donna: la quale non raggiunge forse le estreme intuizioni dello spirito, ma in compenso come tale trae la propria entità dall’intuizione della vita e dello spirito. La donna come animale felice. In effetti regrediente allo stadio narcisistico in modo simile al nevrotico, ma non rimasta indifferenziata come l’animale: una regrediente, in ogni caso priva di nevrosi. In fondo, il desiderio di voler diventare donna, corrisponderebbe nel nevrotico, al desiderio di guarire. E sempre si tratta del desiderio di essere felice. Perché solo in quell’ambito la sessualità non è abdicazione ai confini dell’io, non è dissociazione; essa infatti rimane sempre la sede della personalità, ove può però coinvolgere tutte le sublimazioni dello spirito, senza abbandonare se stessa. Dà come fa la donna che ama. Il frutto del suo dono rimane nel suo grembo.”6 Si può supporre che l’inclinazione femminile al sacrificio e al masochismo, che a volte Lou sembra sostenere anche nei saggi del periodo psicoanalitico, sia un elemento che Lou prende a prestito da Freud; ma ben presto se ne discosta ribadendo la propria concezione secondo cui la donna sarebbe “un animale felice”, più vicina dell’uomo alla vita.

Cercando di adeguarsi al pensiero di Freud, Lou ribadisce anche la sua intuizione, che attribuisce al maschile le virtù dell’abnegazione, al femminile autonomia e autosufficienza. L’incompletezza di cui il femminile sembra marchiato nel sistema freudiano, derivante dall’essere senza fallo, porta il segno secondo Lou di una positività articolata in più direzioni: sono proprie del femminile una maggiore facilità nel fondersi con il Tutto da cui proveniamo, una maggiore prossimità con la vita, un’appartenenza per natura a ciò che l’uomo raggiunge come sviluppo culturale.  In queste idee s’intravede quasi un rovesciamento: invidia del pene nella donna, come sosteneva Freud o invidia nell’uomo della capacità femminile di generazione?

 

Affrontando la questione dell’evoluzione sessuale nell’infanzia, Lou arriva a teorizzare l’esistenza di un narcisismo femminile differente da quello maschile di cui scrive Freud. Ne Il tipo donna (1914) Lou parte dal racconto di ricordi personali riguardanti il significato che bottoni e monete hanno avuto nella sua infanzia. Racconta che la cassetta dei bottoni, che da bambina le veniva data come gioco, fu da lei presto ribattezzata e vissuta come una scatola delle meraviglie, associate a loro a volta a pietre preziose. I bottoni-gemme rappresentano per lungo tempo nella sua vita ciò che è considerato prezioso e che come tale non viene ceduto ad altri ma serbato. Il bottone non può mai essere visto come oggetto di scambio. La moneta, di cui tratta più avanti, la cui essenza sembra consistere nel fatto di essere divisibile, viene invece vissuta come oggetto di scambio.

Il bottone è associato da lei a qualcosa di più antico e inalienabile: è associato a frammenti della madre e della balia. Contemporaneamente nasce in lei l’idea della moneta, che simbolicamente ha un significato opposto: il denaro è divisibile ed in ciò sta il suo significato profondo. Il bottone invece non può essere diviso né oggetto di scambio in quanto costituisce un “tutto” assolutamente personale e inalienabile. Queste due associazioni di pensiero contrapposte avrebbero avuto origine, secondo Lou, nella fase anale, là dove per la prima volta la funzione corporea equivale a noi stessi e dove una parte di noi affiora come oggetto che non ci appartiene più. Il denaro funziona invece da socializzatore. Il bottone è il rifugio dell’autoerotismo di orientamento anale. L’evoluzione mira alla socialità, quindi la moneta diventa rappresentante dello scambio sociale, mentre il bottone vi si sottrae con secondi fini egoistici e si rifugia in una sfera di rappresentazioni fiabesche di natura erotica.

In Anale e sessuale (1916) Lou, cercando di adeguarsi al pensiero di Freud, affronta il problema della sviluppo normale della vita sessuale, che avviene solo a condizione di separare l’elemento anale come immagine residua di ciò che è sporco e da rifiutare. Anale e sessuale restano simbolicamente contrapposti appartenendo al primo tutto ciò che riguarda il passato, lo scarto, la morte, mentre alla sfera sessuale appartengono il futuro, il dono, la vita. Quindi la sfera anale resta in disparte e viene chiamata in causa solo nell’autoerotismo. La sfera sessuale incorpora invece tutto il resto: la vita, la relazione e il bisogno dell’altro. La tesi che Lou vuole invece dimostrare è che le due fasi sono prossime e interdipendenti: ci sarebbe un flusso senza fine tra le forze più sublimi e quelle più proibite; ma la radice di entrambe sarebbe unica. Scrive Lou: “In determinate condizioni potrebbe rivivere qualcosa, e precisamente qualcosa di quella disposizione che, in origine, narcisisticamente, teneva uniti e indivisi l’attivo e il passivo, e tuttora li tiene. Ciò che appare come passivo, lo è solo dal punto di vista dell’io che nel frattempo si è sviluppato: soltanto all’io esso appare puramente reattivo, negativo, condizionato, perché nel suo significato positivo diviene, per così dire, invisibile alla forma dell’io che si è venuta affermando; tuttavia rimane il completamento di ciò in cui, per l’essere primordiale, entrambe le parti si fondono in una.”7

Lou si sta sforzando di analizzare, capire e difendere la posizione di Freud, che parla di pulsione dell’io, di aggressività, di un narcisismo maschile che per essere compensato ha bisogno dell’amore reciproco, ma ha evidentemente in mente il femminile così come l’ha elaborato fino ad ora, ha in mente il narcisismo autonomo della donna e la passività sessuale che è pienezza e felicità.

Poiché la donna ama in modo diverso rispetto all’uomo, anale e sessuale in lei si modulano nell’enigmatica cifra dell’unità. I bottoni che vivono nel ricordo di Lou brillano dentro una cassetta come qualcosa di prezioso. La cassetta è della madre, i bottoni sono suoi frammenti, reliquia materna, non feticcio, ma vita pulsante. La moneta è simbolo del padre, anch’essa luccica, ma non si conserva, circola. Nel piacere anale dei bottoni, nell’indugio presso la cassetta delle meraviglie, il padre interviene distogliendo la bambina e spingendola verso lo scambio genitale. Ma la vita pulsante della prima fase si conserva nella donna anche quando il suo investimento si socializza. Non a caso Lou usa, a tale proposito, la parola “rivive” evidenziandola con il corsivo.

Si intuisce qui cosa intende dire Lou quando parla di “narcisismo” nella donna: si tratta di una fase nel passaggio dall’autoerotismo della fase anale alla sessualità genitale; ma resterebbe poi nella  donna un elemento costante anche nei successivi stadi evolutivi.

La teoria del narcisismo femminile è anche il punto massimo di originalità di Lou rispetto al “maestro”, ciò per cui lei stessa si definisce una freudiana “eretica”, cosa a cui fa cenno in più punti nel diario e che affronta in Il narcisismo come doppio orientamento (1921).

Per Freud, il termine narcisismo viene assunto per definire quella fase della libido in cui, dopo la fase di confusione di sé e del mondo da parte del lattante, la scelta oggettuale cade sul soggetto stesso. Si tratta quindi di una fase dell’evoluzione infantile; se si ripropone in età adulta, il narcisismo è essenzialmente amore di sé connesso all’incapacità di amore verso il prossimo ed è sempre uno stato patologico della psiche. Secondo Lou invece il narcisismo è da intendersi come la porzione di amor proprio che accompagna vari stadi della vita, non solo la formazione dell’io nell’infanzia o la regressione nelle nevrosi; è quindi secondo Lou uno stato “primario” in quanto connotato da una presenza costante fino ad ogni successivo investimento oggettuale da parte della libido.

Lou, in più rispetto a Freud, coglie nel narcisismo una duplice tendenza: verso l’Io e verso il Tutto. Ciò che Lou intende fare è spostarsi sull’altro lato del narcisismo, che pone in secondo piano la centralità dell’Io; Lou si sposta sulla rinnovata fusione con il Tutto quale meta della libido. Rileva il doppio orientamento del narcisismo in tre punti: all’interno dei nostri investimenti oggettuali, all’interno delle nostre valutazioni, all’interno della conversione narcisistica nella creazione artistica. Detto questo, secondo Lou è un fatto che l’amore oggettuale derivi dall’amor proprio: ciò ha avuto un’enorme importanza per la psicoanalisi. Noi esseri umani troviamo nell’esterno in cui siamo gettati, individuandoci, quel qualcosa che ci rassomiglia e su cui riversiamo l’eccedenza del nostro amor proprio. In questo saggio Lou fa cenno alla differenza fra il narcisismo “mascolinizzato” di cui parlerebbe Freud e un narcisismo femminile. Freud parla della necessità per la personalità narcisista di essere ricambiata. Secondo Lou il “maestro” si riferisce ad un narcisismo mascolinizzato, caratterizzato dall’impossessamento da parte dell’Io degli oggetti. Nel femminile, caratterizzato invece da una maggiore facilità regressiva che permette di ritrovare la condizione di fusione dell’Io con il Tutto, accade qualcosa di diverso: il lato narcisistico dell’Io, nella libido femminile, ci rimette, ma in compenso si presenta  un altro lato che altrove resta nascosto; il narcisismo femminile sa rivivere il piacere fusionale originario, ignaro dell’Io.

Rifacendosi direttamente  al mito, Lou scrive: “E’ in parte colpa del padrino di questo termine, di Narciso, il fanciullo dello specchio, se in esso si vede troppo unilateralmente solo quell’erotismo che gode del proprio io.”… “Ma bisogna ricordare che il Narciso del mito non sta davanti a uno specchio artificiale, ma davanti a quello della natura: forse non scorge nell’acqua solo se stesso, ma anche se stesso in quanto è ancora tutto il resto; se così non fosse stato, egli non avrebbe forse indugiato a guardare ma sarebbe fuggito. E difatti nel suo viso non leggiamo forse da sempre accanto all’estasi anche la melanconia? In che modo le due cose si fondano in una – felicità e dolore, lo stato in cui viene sottratto a se stesso e quello in cui viene respinto su se stesso, abbandono estatico e autoaffermazione – solo il poeta saprebbe conferirgli espressione.”8Specchiandosi nell’acqua il Narciso “realizzato” di cui parla Lou vede se stesso in quanto fuso con il Tutto, poiché lo specchio in cui vede la sua immagine riflessa è lo specchio della natura di cui lui stesso fa parte. Narciso sa che ciò che vede è l’oggetto della sua ricerca; in altre parole, secondo Lou,  noi esseri umani cerchiamo chi possa dare a noi stessi ciò che noi stessi non sappiamo darci: l’apertura ad una dimensione fusionale con il Tutto. Ogni amore oggettuale che nella vita proviamo deriva da questo amore di sé e ogni etica ed ogni processo di creazione artistica derivano da lì. Esiste evidentemente per Lou un Narciso “realizzato” che non è il Narciso che si lascia morire cui si riferisce Freud.

In sintesi, all’origine della vita non c’è per Lou la perdita irrecuperabile della madre, come per Freud, ma l’esistenza reale di uno stato di pienezza originario (secondo Lou “narcisistico”), di fusione con il Tutto, di armonia con il cosmo con cui ci è possibile restare sempre in contatto. Lo stato originario a cui Lou pensa precede le pulsioni, ed è la meta che l’individuo tende a ritrovare attraverso l’Eros, l’estasi, l’arte e la religione e ogni forma di espressione della psiche, nutrendo una tensione narcisistica in cui l’amore di sé è un’unica cosa con l’amore per il cosmo.

E’ chiaro che Lou sta parlando da un punto di vista femminile, pur non dichiarandolo esplicitamente: mentre Freud sostiene la necessità, per la donna, di separarsi dalla madre per entrare nel desiderio del padre e dell’uomo, Lou sembra suggerire in questo passo che la separazione dalla madre non sia così indispensabile per la donna (e forse neppure per l’uomo). Il “cordone ombelicale” può anche non venire mai spezzato del tutto e questo può dare frutti di fusione col Tutto  fecondi sul piano artistico e creativo.

Lou rivaluta il narcisismo, sottolineandone la tendenza inconscia, facendone quasi il sostituto dell’Es freudiano e definendolo freudianamente come il limite oltre cui l’analisi non può spingersi.

Vorrei sottolineare che il Tutto narcisistico di cui Lou continuamente, quasi ossessivamente parla, cosa che sembrerebbe indicare un ripiegamento tardo-romantico che farebbe di lei una pensatrice “classica”, non certo una rivoluzionaria né una madre della psicoanalisi come io invece sostengo che sia, si inserisce come una elemento positivo, che segna la sua innovazione rispetto a Freud. Ricollego queste considerazioni al tema del femminile: essendo la donna, come molte volte Lou ripete, meno differenziata dell’uomo, più facile è per lei ritrovare la fusione con l’unità perduta.

Diversa ed “eretica” rispetto al “maestro” Lou lo è anche nella concezione dell’arte. L’arte non nascerebbe da rimozione di pulsioni e desideri, non sarebbe sublimazione come per Freud, ma ciò che nella poesia e nell’opera d’arte emerge proverrebbe dallo stato originario narcisistico e sarebbe quindi prima di tutto tensione mirante a ricongiungersi ad esso: tale risultato viene raggiunto quando l’essere umano rimane connesso al Tutto. Anche in Nietzsche si è vista una sorta di avvicinamento dell’artista al femminile, in quanto entrambi capaci di un sapere immediato e istintivo, aderente al divenire e al mutamento.

Diverso rispetto a Freud è senz’altro il suo orientamento alla vita: Lou non accetta la sovranità della pulsione di morte. Lou concepiva la vita come una circolarità perenne, che immette l’individuo nella dualità a partire dall’unità dell’essere, per ricollocarlo infine nell’unità a cui l’uomo inconsciamente per tutta l’esistenza tende. Lou è orientata alla forza della vita, alla gioia, all’essere da cui veniamo e a cui torneremo; è della parte di Eros, non può accettare il pessimismo freudiano ed “ereticamente” riconduce le scoperte di Freud a una visione gioiosa dell’essere: spesso Freud è sovrapposto a Freude (“gioia”); in questo modo Lou ribadisce l’amore per la vita cui la psicoanalisi dovrebbe educare l’umanità.

Infine eretica rispetto a Freud lo è stata anche nel suo modo di concepire la psicoanalisi. Ciò che Lou cerca nella sua pratica psicoanalitica non è la “guarigione”, se questa comporta un appiattimento dell’espressività, ma la via per esprimere al meglio le possibilità vitali dell’esistenza; per questo le interessa poco distinguere tra le diverse forme di malattie psichiche, a differenza di Freud. Ciò che le interessa è ristabilire una salute, laddove si può, che permetta di vivere facendo emergere al massimo la potenzialità creativa dell’individuo, permettendo che la vita diventi poesia in ogni essere umano.

 

Si ha infine l’impressione che Lou, pur condividendo le tesi dei pensatori con cui si trova a confronto (Nietzsche e Freud), ne rovesci in alcuni nodi teorici fondamentali il senso, riuscendo a dimostrare la superiorità femminile laddove entrambi hanno argomentato più o meno il contrario. In altre parole Lou, dalle loro stessi tesi, ricava conclusioni contrarie.

Nel confronto con Nietzsche, Lou ritiene che l’appropriazione maschile della capacità femminile di generare, prerogativa di coloro che partoriscono nello spirito, delle “madri maschili”, sia sicuramente segno di un’ invidia maschile nei confronti della potenza femminile.

Così, anche nel confronto con Freud, Lou ribalta la tesi dell’invidia del pene, da cui la bambina sarebbe affetta; pare abbia ben chiaro che il “maestro”, fin dall’inizio della sua ricerca, abbia elaborato un sapere ed un metodo di cura a partire da un modello maschile, e li abbia applicati alla cura dell’isteria femminile per cui la psicoanalisi è nata.

Mentre soprattutto Nietzsche esprime una certa misoginia e in fondo sostiene che la donna occupi una posizione di inferiorità simbolica rispetto all’uomo, Lou afferma al contrario che le virtù dell’abnegazione, del sacrificio di sé, considerate dalla morale tradizionale virtù femminili, sarebbero invece proprie del maschio, mentre la donna si erge autonoma, forte, indolente nella sua passività. Traspare quindi dai primi scritti  fino all’ultimo saggio un’idea portante: la superiorità del femminile rispetto al maschile.

 

In conclusione di questo scritto, vorrei riservare alcune considerazioni alla bibliografia secondaria con cui mi sono confrontata; mi riferisco soprattutto al saggio di Nadia Fusini9, contenuto nel volume curato da Silvia Vegetti Finzi, e alla posizione di Anna Maria Accerboni, che in un’intervista ne sottoscrive le conclusioni. Nadia Fusini, che ha riletto le opere di Lou e ha scritto anche bene di lei, sottolinea la mancanza di originalità del suo pensiero, che risulta schiacciato fra quello di Nietzsche e quello di Freud ; sostiene che la produzione saggistica di Lou non avrebbe arricchito il pensiero psicoanalitico di alcuna nuova categoria e che si sarebbe limitata a innestare nella prospettiva freudiana un certo linguaggio e modo filosofico di pensare il femminile che avrebbe ripreso da Nietzsche; sostiene che, sulle base di Nietzsche, Lou avrebbe dispensato la medicina freudiana. La mia tesi sostiene invece che la concezione del femminile in Lou è diversa da quella di Nietzsche, il quale, pur essendo un grande rivoluzionario e pur avendo offerto spunti interessanti nel parlare di sé a partire dalla propria differenza maschile, alla fine tradisce la sua misoginia. Ritengo anche che, nell’affrontare, a partire dalla differenza sessuale, il tema del femminile, dell’erotismo, dell’amore e del narcisismo femminile, Lou avrebbe detto qualcosa di suo, di originale e nuovo; inoltre ha posto l’accento su questi temi in modo da farne oggetto di pensiero filosofico e scientifico ed è stata la prima a rispondere concretamente alle richieste implicite ed esplicite di Freud in materia di femminile.

Infine mi trovo anche in disaccordo con l’idea che Lou non sia stata la rivoluzionaria: ritengo invece che lo sia stata e che, pur partendo da posizioni che potrebbero sembrare classiche o tardo-romantiche, sia divenuta una “sibilla del Novecento”. Sono convinta che l’idea del ritorno al Tutto da cui l’essere umano deriva, come meta della libido negli investimenti oggettuali, nell’arte, nell’etica, nella religione, tema che ritorna quasi ossessivamente nel pensiero di Lou, non sia in realtà una sopravvivenza romantica, come si potrebbe pensare ad una prima lettura e come io stessa ho pensato in un primo tempo, ma sia in realtà, nell’elaborazione della teoria del narcisismo come doppio orientamento, un elemento nuovo ed originale rispetto a Freud.

Credo che Lou meriti una rilettura attenta e una maggiore considerazione.

http://www.diotimafilosofe.it/larivista/il-femminile-nel-pensiero-di-lou-von-salome/

 

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