accadde…oggi: nel 1898 nasce Fausta Cialente, di Valentina Di Cesare

Fausta era innanzitutto un’intellettuale curiosa, coraggiosa, lucida, anticipatrice di importanti tematiche care al femminismo moderno e alla sociologia contemporanea ma anche una scrittrice raffinata e colta, autrice di romanzi intensi, alcuni vincitori di importanti riconoscimenti, formatasi a pane e Conrad, Proust, Salgari, James ed un’ottima traduttrice dall’inglese (sue le celebri versioni italiane de “Le piccole donne” e “Le piccole donne crescono” di Louise May Alcott e “Giro di vite” di Henry James) . Una donna che, con il suo importante lavoro letterario e culturale, ha tracciato, raccontato e interpretato (non solo attraverso la parola scritta, uno dei periodi più complessi della storia italiana ed europea e lo ha fatto senza mai rinunciare all’incontro con la propria coscienza e con le responsabilità che ogni cittadino deve avere nei confronti della società in cui vive.

Seppur da una posizione privilegiata, Fausta Cialente non ha mai smesso, durante la sua lunga carriera letteraria, di raccontare la miseria delle fasce sociali più deboli, le atrocità di ogni genere di sfruttamento, la ferocia del maschilismo, la spietatezza e l’ipocrisia del colonialismo, la cattiveria del pregiudizio e la banalità del pettegolezzo.
Narrando con coraggio, senza mai abbandonarsi a sdolcinature né a precetti dogmatici, i limiti e le contraddizioni dell’umano, ha osservato la vita come l’insieme di tanti piccoli voli all’unisono, resistenze incrociate, distacchi, silenzi, complicità, sofferenze e qualche breve gioia.

Nata a Cagliari nel 1898 dall’unione di un ufficiale di fanteria aquilano e di una benestante donna triestina, Fausta fu costretta sin da bambina a frequenti spostamenti in tutta Italia a causa della carriera del padre. Un legame difficile quello tra i suoi genitori, tenuto in piedi solo dagli vincoli sociali, meccanismo di cui Fausta si accorge ben presto e che la segna inesorabilmente, specie nell’osservare le sofferte rinunce della madre, obbligata ad abbandonare la sua carriera di cantante lirica per occuparsi della famiglia. Tra Senigallia, Teramo, Firenze, Ancona, Genova, Milano e molte altre, la piccola Fausta cresce senza radici avendo come suo unico compagno di giochi il fratello maggiore; gli spostamenti di lavoro di suo padre la costringono a cambiare di continuo scuole e abitazioni, senza poter mai stringere amicizie durature o anche soltanto legami con i luoghi.
Così Fausta diventa grande sentendosi “straniera dappertutto”, abituata a tenersi ai margini di ogni appartenenza o categorizzazione. Il suo “nomadismo culturale” non si ferma al solo periodo dell’infanzia, ma sembra caratterizzare la sua intera esperienza esistenziale, che anche da adulta la porterà a viaggiare e a spostarsi sia all’estero che in Italia e che, in un certo senso, le impedirà di costruirsi rapporti favoriti e vantaggiosi con la compagine culturale del suo tempo.

Nel 1921 lascia la casa dei suoi genitori e sposa Enrico Terni, compositore ebreo molto più anziano di lei. Si tratta di una lunga unione durata più di vent’anni, che Fausta più tardi definirà una vera e propria fuga, l’unica via d’uscita dall’asfissiante atmosfera della casa paterna. La giovane scrittrice ed Enrico Terni si trasferiscono ad Alessandria d’Egitto e seguono dall’estero le vicende politiche italiane, all’indomani del primo conflitto mondiale. Assistono da lontano alla nascita del fascismo e al lento precipizio nel quale il paese si prepara ad inabissarsi. L’abitazione della famiglia Terni intanto, è un luogo privilegiato ed uno dei maggiori salotti culturali della città levantina: in un’atmosfera multiculturale seppure in lento disfacimento, Fausta può dedicarsi liberamente alla letteratura, incontrando tra l’altro, alcuni tra i più importanti intellettuali europei. Alla fine degli anni ’20 arriva il suo atteso esordio: “Natalia” è un romanzo coraggioso, che narra la storia di un amore omosessuale tra due donne.

La censura fascista non intende di certo che un testo simile possa diffondersi, tanto più se prodotto dalla penna di una donna, così ne impedisce la distribuzione. Il libro si aggiudica comunque uno dei maggiori riconoscimenti del tempo, il Premio dei Dieci, conferitogli da Massimo Bontempelli e, mentre all’estero è tradotto e letto, in Italia tornerà nella versione originale solo dopo 50 anni dalla prima pubblicazione. Prosegue con un nuovo romanzo, intitolato “Marianna” pubblicato a puntate sulla Rivista “La Fiera Letteraria” e con il quale si aggiudica un importante riconoscimento in Italia, il “Premio Galanti”, riservato alle sole scrittrici e con i racconti “Pamela o la bella estate”, ripubblicati poi anche negli anni ’60.

Dall’Egitto Fausta sostenta il suo animo attraverso la grande letteratura internazionale e prosegue ad osservare le contraddizioni della città in cui vive, Alessandria, abitata da ricchi intellettuali e imprenditori occidentali che sfiorano indifferenti ogni giorno, con i loro sfarzi, la miseria silenziosa degli oriundi. Da questa profonda osservazione della società, derivano i cosiddetti romanzi di ispirazione levantina, come “Cortile a Cleopatra” (che esce nel 1936 per le Edizioni Corticelli di Roma) e “Ballata Levantina”(1960) , quest’ultimo piazzatosi ex aequo con Giovanni Arpino al Premio Strega nel 1961.

Nei numerosi anni che intercorrono tra il primo e il secondo romanzo “levantino”, passano più di vent’anni, durante i quali Fausta abbandona per un po’ la letteratura e si dedica maggiormente all’attività giornalistica, una vera e propria missione di attivismo che rende la scrittrice protagonista reale di importanti battaglie sociali e politiche, a dimostrazione che non solo la parola scritta è importante e che, quando necessario, è utile agire e somigliare a quanto al proprio verbo. Il “Giornale d’Oriente” è una delle prime importanti esperienze giornalistiche della scrittrice, che attraverso la rivista si fa promotrice dell’antifascismo; dirige e conduce poi, un importante programma radiofonico per Radio Cairo, dal 1940 al 1943, dove ha il compito di mettere in contatto i tanti fuoriusciti durante la seconda guerra mondiale e gli antifascisti disertori; nel 1943 fonda un giornale tutto suo, chiamato “Fronte Unito” ( nome poi variato in “Il mattino della domenica” ): il settimanale è riservato ai tanti prigionieri di guerra italiani in Medio Oriente e in Tripolitania.

A guerra finita, Fausta Cialente si separa dal marito e nel 1947 torna in Italia, vivendo tra Roma e Varese, dove intanto si è stabilita sua madre e da dove continua la sua attività giornalistica per “L’Unità”, “Noi donne”, “Rinascita nuova” e altri , per i quali si occupa soprattutto di tematiche sociali, legate al lavoro e alla condizione della donna. Dalla sua unione con Enrico Terni intanto è nata Lily, che vive con suo marito tra Kuwait ed Inghilterra e che Fausta raggiunge appena può. Torna alla letteratura, dopo “Ballata Levantina” e lo fa con “Il vento sulla sabbia”. Con “Un inverno freddissimo” invece, l’ambientazione è l’Italia post bellica distrutta dalla miseria e dalla disperazione, mentre con “Le quattro ragazze Wieselberger” (Premio Strega 1976) regala ai lettori un affresco generazionale di grande eleganza, una sorta di piccola biografia familiare che fa i conti con le colpe inesorabili della borghesia occidentale, colpevole di aver causato due conflitti mondiali ed aver generato una società razzista e spietata.

Dalla fine degli anni ’70, Fausta si ritira quasi completamente dalla vita letteraria, ma non dalla letteratura che resta ,fino alla fine dei suoi giorni, la sua unica e fedele compagna di vita.

http://www.lundici.it/2017/04/perche-leggere-o-rileggere-fausta-cialente/

Annunci