abbiamo un sogno: l’abolizione dell’ergastolo

 

L’associazione Liberarsi ha sempre sostenuto la campa-gna contro il carcere a vita e per questo sta organizzan-do il secondo giorno di digiuno nazionale, venerdì 30 marzo 2018, contro la pena dell’ergastolo. Cercheremo di coinvolgere anche questa volta il massimo delle per-sone interessate, le associazioni di volontariato, i nuovi parlamentari, i centri sociali, esponenti della magistratu-ra, dell’università, delle camere penali, uomini e donne di tutte le chiese, fedi religiose e movimenti spirituali, intellettuali e personaggi del mondo dello spettacolo e dell’informazione.

 

Come promotori ci sembra giusto siano però gli ergastola-ni e le ergastolane, affiancati, per solidarietà, dal maggior numero di detenuti e detenute.

 

  • dalle carceri che anche questa volta deve partire questa campagna e poi deve avere l’appoggio di tanti cittadini e cittadine.

 

Scriveteci numerosi e dateci una mano, siate anche voi, che ricevete questo messaggio, ad aiutarci con consigli e idee a diffondere questa campagna contro il carcere a vita.

 

Ricordatevi: venerdì 30 marzo 2018, (venerdì santo): gior-nata di digiuno nazionale per l’abolizione dell’ergastolo in Italia!

 

Chi tace sull’ingiustizia, ne diventa complice. La forza dei malvagi è il silenzio degli onesti; la forza dei malvagi è la debolezza dei cristiani. E tu qualche volta sei appar-tenuto a “questi onesti”? Ci appartieni anche ora?

 

(don Oreste Benzi, fondatore della Comunità Papa Giovanni XXIII)

 

Nonostante le numerose iniziative, appelli, lettere, le firme raccolte e le numerose adesioni di persone impor-tanti, come Margherita Hack, Umberto Veronesi, Agnese Moro e Bianca Berlinguer, ma anche di tanti uomini e donne di Chiesa, contro l’esistenza in Italia della “Pena di Morte Viva”, nulla è cambiato. E i buoni, nonostante che siano trascorsi dalle nostre condanne venti, trenta e più anni, non sono ancora sazi e continuano a torturarci l’anima, il cuore e la mente. In questi giorni mi sono do-mandato che altro possiamo fare per attirare l’attenzione, sensibilizzare l’opinione pubblica, per fare capire ai buo-ni che ricambiare male con altro male (murare viva una persona senza neppure la compassione di ucciderla) fa sentire innocente qualsiasi criminale.

 

Ognuno combatte con le armi che ha e noi dall’Associa-zione Liberarsi abbiamo pensato di riproporre a tutti gli uomini ombra, (e ai detenuti per solidarietà) sparsi nelle nostre Patrie Galere, una giornata di digiuno per venerdì 30 marzo 2018, perché per moltissimi di noi, almeno su questa terra, non ci sarà mai resurrezione.

 

Carmelo Musumeci

 

VOCI DA DENTRO

 

LA PAROLA AGLI ERGASTOLANI

 

BUON ANNO 2018 DA UN ERGASTOLANO SEMILIBERO

Buon anno ai prigionieri e a tutti i prigionieri di se stessi;

 

buon anno ai giudici che pretendono di giudicare senza essere

giudicati;

 

buon anno a tutti gli innocenti, pure ai colpevoli e a quelli col-pevoli di essere innocenti;

 

buon anno ai forcaioli purché si ricordino che il carcere è come un’autostrada e ci potrebbero passare pure loro;

 

buon anno a quelli che sono morti per essere vivi e a quelli che tentano di essere vivi per non morire;

 

buon anno a tutti quelli che soffrono, piangono, a quelli che ridono e sono felici, ai pazzi e ai normali che fanno i pazzi per non Impazzire;

 

buon anno a quelli che hanno speranza, a quelli che l’hanno persa e a quelli che si illudono e sognano e a quelli che non reggono il peso della prigione e della sofferenza;

 

buon anno a tutti i prigionieri del mondo, pure a quelli con il fine pena nell’anno 9999;

 

buon anno a tutti quelli che si sono tolti la vita in carcere e a quelli che se la toglieranno quest’anno;

 

buon anno a quelli che si sentono piccoli perché solo così si può essere grandi;

 

buon anno a quelli che credono che una verità non è che un aspetto della verità;

 

buon anno a quelli che credono che il giudizio per essere giusto dovrebbe tener conto non soltanto del male che uno ha fatto,

ma anche del bene che potrebbe fare, non solo della sua ca-pacità di delinquere, ma anche della sua capacità di redimersi; buon anno a quelli che sono ciò che sono, che non si piegano alle ingiustizie e non si rassegnano;

 

buon anno anche ai deboli che sono forti perché non lo nascondono;

 

buon anno a tutte le vittime dei prigionieri e ai prigionieri vitti-me di se stessi e della società;

 

buon anno ai nostri guardiani che non ci fanno capire dove ab- biamo sbagliato ma solo ci puniscono perché abbiamo sba-gliato; buon anno a quelli che capiscono la giustizia vivendo l’ingiustizia fra le mura di un carcere;

 

buon anno a tutti i prigionieri che pure in catene pensano da uomini liberi;

 

buon anno ai professionisti dell’antimafia che continuano a produrre solo altra mafia, perché la devianza e la criminalità si sconfiggono soprattutto culturalmente;

 

buon anno ai politici che usano i mass media per manipolare le coscienze;

 

buon anno a quelli che pensano che la vita presenti sempre nuove sfide, che aiutano a crescere e a mettersi in discussione; buon anno a quelle persone che sono convinte che il terrorismo religioso o politico e la criminalità organizzata si combattano e si vincano con la pena di morte o con la pena dell’ergastolo, o con il regime di tortura del 41 bis, perché non sanno quanto si sbagliano: la storia ci insegna il contrario e il male, da solo, anche se dato in nome della legge o del Dio di turno, moltiplica altro male;

 

buon anno a quelli che cercano di trasformare i cattivi in buoni, perché solo così le vittime dei reati vengono “vendicate”, con il senso di colpa di chi comprende il male fatto, e chi perdona

trova un po’ di pace e si libera, almeno di un poco, del male ricevuto;

 

buon anno ai deboli, ai derelitti, agli ultimi, ai poveri e ai ricchi che sono poveri, ai potenti della terra, a tutti noi che ci siamo e a quelli che non ci sono più;

 

buon anno anche a Papa Francesco che ha abolito la pena dell’ergastolo nella Città del Vaticano. Gennaio 2018

 

Carmelo Musumeci

 

Pasquale De Feo

 

Nato a Pontecagnano (SA) il 27-01-1961, ristretto nel carcere di Massama-Oristano, regime AS-l, recluso dal 1983: l’ergastolo è una pena di morte diluita nel tempo, con la condanna più atroce che potessero infliggere, quella della speranza. Anche se legale

 

  • sempre una tortura e in un paese civile non può esistere la tortura legalizzata perché rimane sempre tortura, né tantomeno si modera perché viviamo in un sistema democratico, non esiste la tortura democratica. In Italia le carceri sono i luoghi più illegali del paese, hanno innalzato la violazione delle norme a sistema. Sono i detenuti che chiedono legalità e rispetto dei regolamenti, questo la dice lunga sull’assuefazione dell’illecito da parte dello Stato. Per questo motivo riescono a coprire, con la complicità dei media, la divulgazione della tortura del regime del 41 bis, affinché non si sappia che esistono ancora le segrete medie-vali con la tortura. Il sistema segregazionista penitenziario ha un solo obiettivo, la repressione e il contenimento, per questo motivo ti castrano come uomo, ti castrano sessualmente e poi vorrebbero farti diventare uno zombi. Con il tempo il carcere ti istituzionalizza ma loro vorrebbero iniettarti il virus della sotto-missione, se ciò non avviene rimani sempre pericoloso. La pena come stabilisce la Costituzione deve essere solo perdita della libertà e non delle altre funzioni di uomo, padre e cittadino.

 

Alessio Attanasio

 

riproduciamo la copertina del libro di Alessio Attanasio “L’in-ferno dei regimi differenziati (41-bis, aree riservate, 14-bis, AS) “Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate”. Pubblicato dall’Associa-zione Liberarsi nella collana “L’evasione possibile”, chi lo vuole acquistare può farlo ordinandolo sul nostro sito http://www.liberarsi. net in offerta al costo di euro 10, lo potrà richiedendolo tramite lettera, oppure sul sito della Casa Editrice Libriliberi, http://www.libri-liberi.com al costo di copertina di 15 euro.

Francesco Patamia

 

Ho 63 anni e sono in carcere dal 1992, sono stato nel circuito AS fino a ottobre 2013, poi declassificato e sono nel circuito dei detenuti detti comuni. Attualmente mi trovo ad Alessandria S. Michele: la pena dell’ergastolo, non potrà mai essere educativa, contrasta con l’art.27 della Costituzione. Però se si fa i bravi, si può ottenere la liberazione anticipata, a cosa serva però non si sa, visto che il fine pena è sempre “mai”. Agli ergastolani mi sento di dire: non arrendiamoci mai e combattiamo finché ne abbiamo le forze.

 

Illuminato Asero

 

Regime media sicurezza, a fine settembre ho scontato 30 anni, da circa due anni mi trovo ad Alessandria S. Michele: per quello che mi riguarda la condanna definitiva all’ergastolo, non è stata troppo traumatica. È difficile spiegare in poche righe le mie os-servazioni sulla pena dell’ergastolo, in ogni modo, per me, che vivo da quasi trent’anni la detenzione, di cui circa 28 anni sem-pre a regime molto duri, all’inizio della carcerazione sottoposto all’art. 90, in seguito al regime di massima sicurezza (art. 41 bis e poi di elevato indice di vigilanza) posso benissimo dire, che in Italia, il carcere è tutto un divieto, non ti viene evitato solo di fare “all’amore”, ma tutto! La pena dell’ergastolo, è un’infamità!

 

Alessandro Bozza

 

Circuito AS-1 detenuto da 24 anni carcere di Nuoro: ritengo la pena dell’ergastolo una pena afflittiva. La nostra Costituzione recita che tutte le pene devono tendere alla rieducazione della persona. Privare una persona di poter amare la propria com-pagna è disumano. Privare la persona delle più piccole ed elementari cose è da miserabili. Privare le persone di riacquistare la libertà dopo tanti anni di carcere è mostruoso!!!

 

 

Domenico Pace

 

Circuito AS-3 carcere Sulmona, detenuto da 23 anni: l’ergastolo,

 

  • una pena a cui si può dare solo una definizione: morte. Ci sono stati grandi studiosi che hanno affermato che dopo dieci, quindici anni trascorsi in carcere la persona non è più la stessa, quindi, il parere di queste importati persone non serve a niente? Il divieto di fare l’amore non può che essere una doppia condan-na, ma c’è di più: priva la persona dell’andamento naturale delle proprie esigenze, non solo al condannato ma anche alla propria compagna, che non ha nessuna colpa se non quella di amare il proprio compagno.

 

Giovanni Leone

 

Circuito AS-1 detenuto da 22 anni, attualmente in carcere a Vo-ghera: la pena dell’ergastolo con la legge attuale è equivalente alla pena di morte, somministrata giorno per giorno, perché ha un fine pena mai. Siamo lo Stato più condannato da quando è stata istituita la Corte Europea. Ovvero siamo uno Stato che pretende dai cittadini il rispetto di quelle regole che lo Stato stesso non rispetta. Abbiamo nella Costituzione l’art.27 che è costantemente violato e un altro articolo, il 4 bis che contrasta quello citato prima, perché ostacola l’accesso ai benefici. Ed è un assurdo, un paradosso. Non si può dire una cosa e il contrario di quella cosa.

 

Giuseppe Trigila

 

Nato a Noto (SR) il 13/01/1974, ergastolano definitivo dal 1999, detenuto dal 14/02/1996, attualmente ristretto presso la C.C. di Nuoro, circuito AS1: l’ergastolo ostativo equivale ad una pena di morte, solo che in questi casi si tratta di una pena di morte in bianco… ma sempre pena di morte è. Per cui l’ergastolo ostativo dove rispecchiarsi con l’art.27 della Costituzione.

 

Orazio Mauro

 

Ristretto nel circuito AS3 del carcere di Sulmona. Scontati 21 anni di carcere: ancora ricordo benissimo il giorno della sen-tenza. Quando mi hanno condannato all’ergastolo ho sentito un brivido dentro di me come una scossa di corrente, però in quel momento non mi sono reso conto della condanna, ma una volta rientrato in cella il mio primo pensiero era rivolto a mia moglie e ai miei due figli che allora erano piccoli, uno quattro anni e l’altro due anni. Erano e saranno sempre la mia forza.

 

Pierdonato Zito

 

Circuito AS-1 carcere di Secondigliano, detenuto da 24 anni: la mia condizione di ergastolano è paragonabile ad una “inco-gnita” non calcolabile. Ovvero una soluzione di un problema del tutto sconosciuta. Non so se riuscirò ad abbracciare la mia famiglia o se morirò qui tra queste quattro pareti. La mia pena dura per tutta la mia vita. L’ergastolano non muore né rimane vivo. Quando si parla di rapporti affettivi in carcere si deve com-prendere che l’amore è un sentimento forte, avvertito in ogni essere umano, non è riportabile esclusivamente alla sessualità, ma include tutto il corpo, diventa piacere di stare insieme, di abbracciarsi, baciarsi vuol dire attenzioni particolari rivolte ad aree del corpo che per la condizione di prigionieri sono ignorate. Dovremmo essere tutti più umili, meno bigotti, meno moralisti, meno bacchettoni, meno anacronistici e imitare i paesi più civili di noi.

 

Raffaelle Dragone

 

Anni scontati 24, circuito AS-3, carcere Sulmona, detenuto dal 09/03/1993: la pena dell’ergastolo andrebbe abolita perché non serve a fare riflettere un individuo. È solo tortura. Basterebbero dieci anni di galera per capire che una persona ha sbagliato. Forse anche meno. Il carcere di per sé non insegna niente, anzi, inaridisce e incattivisce l’uomo che viene educato con la frusta, come le bestie in gabbia. Il divieto di fare l’amore l’ho sempre vissuto come una privazione inutile, più crudele per il partner che è libero e non ha alcuna colpa.

 

Giovanni Farina

Non c’è gioia

Non c’è gioia

a sfogliare

i miei giorni

dove la vita non c’è.

Sta scritto

sul libro di pena

che devo morire

dietro la porta

dal numero

9.999.

 

Tratto dal libro di Giovanni Farina “Aspettando il 9999” pubbli-cato dall’Associazione Liberarsi onlus nella collana “L’evasione possibile”, chi lo vuole acquistare può farlo ordinandolo nel nostro sito http://www.liberarsi.net al costo di euro 10 oppure richie-dendolo tramite lettera.

 

Nino Navarria

 

La pena che ho nel cuore e mi procura tanto dolore è così grande che ancora non riesco ad esprimerla per la sua drammaticità. Su di me si è abbattuta una enorme tragedia. Difatti, dopo l’infa-me condanna all’ergastolo, con il passare dei giorni mi rendevo sempre più conto che non ci sarebbero state più: né avvocati, né gradi di giudizio che avrebbero potuto ribaltare lo stato delle cose. L’altro aspetto ancor più terrificante era la paura, il terro-re e lo sconforto dei miei compagni di detenzione. Questi non riuscivano a nasconderla quando mi domandavano la pena che stavo scontando ed io rispondevo loro: l’ergastolo!

 

Dopo circa sei mesi dalla condanna definitiva, mi sono reso con-to che non ero più padrone della mia vita, il proprietario era diventato lo Stato. Ormai ero diventato un numero di matricola, la condanna all’ergastolo mi aveva cancellato, non ero più un essere umano con diritti e doveri, ma solo un numero. Leggere la propria posizione giuridica e vedere scritto: fine pena MAI! Oppure, fine pena: 9999 è davvero devastante.

 

Ci si sente male, sono vuoto dentro, non mi è consentito fare mai più progetti…

 

Gli addetti ai lavori sanno che l’ergastolo è sinonimo di giusti-zialismo, repressione, privazione dei diritti umani, perdita della dignità.

 

Ecco perché molti ergastolani preferiscono la pena di morte all’ergastolo. Essere sepolti vivi è una tortura quotidiana, una tortura insopportabile. Provo un dolore e un’angoscia indescri-vibile, non faccio altro che rimproverarmi continuamente per non aver saputo fare buon uso della mia vita.

 

Tratto dal libro di Nino Navarria “Il traguardo che mi sfugge” pubblicato dall’Associazione Liberarsi onlus nella collana “L’evasione possibile”, chi lo vuole acquistare può farlo ordinandolo nel nostro sito http://www.liberarsi.net al costo di euro 18 oppure richiedendolo tramite lettera.

 

Pasquale De Feo

 

Sono detenuto da tanti anni, ho trascorso circa due terzi della mia esistenza in carcere e la mia fanciullezza tra collegi e rifor-matori, ben poco ho vissuto nel mondo reale.

 

Credo che l’esclusione e la miseria abbiano innescato una sorta di ribellione che è stata incanalata in modo sbagliato. Ho fatto un cattivo uso della mia esistenza ed ho pagato duramente. Vorrei tanto ragionare con il ragazzo che ero, fargli capire che la ribellione in senso distruttivo porta inevitabilmente nell’abisso, che le scorciatoie non hanno mai risolto i problemi e che la vita è un dono divino e nessuno ha il diritto di distruggerla, purtroppo non è possibile perché il passato non può essere modificato, può solo servire da esempio per costruire un futuro migliore.

 

Tenere ancora inchiodato al passato il mio futuro con la ripeti-zione coatta dopo 30 anni diventa un senso vendicativo di farmi scontare la pena.

 

Non si nasce cattivi, lo si diventa quando intorno a te c’è il nulla, ma non si può esserlo per sempre. Investire sulla fiducia è il miglior sistema per garantire la sicurezza sociale, perché buttare le chiavi e uccidere la speranza non ha mai risolto il problema della sicurezza e della recidiva, anzi li ha sempre aggravati. Chi, come me, ha conosciuto il male, saprà fare buon uso del bene in futuro.

 

Tratto dal libro di Pasquale De Feo “Le Cayenne italiane” pub-blicato dall’Associazione Liberarsi onlus nella collana “L’evasio-ne possibile”, chi lo vuole acquistare può farlo ordinandolo nel nostro sito http://www.liberarsi.net al costo di euro 10 oppure richie-dendolo tramite lettera.

 

Salvatore Ritorto

 

Tre sono i tipi di tortura: fisica, psicologica, interiore. I primi due l’individuo può subirli per opera dei suoi simili, il terzo è un atto di autolesionismo: l’afflizione più greve e terribile sgorga dalle parole e dalle azioni nefande dell’individuo stesso.

 

Torturare vuol dire tormentare; imporre una serie continua – e all’apparenza interminabile – di vessazioni, finché il corpo e la mente non si piegano sotto l’impietoso e ritmato martellare… La tortura è tale quando non ha termine – diversamente è un atto di mera violenza –; conoscere il momento in cui avrà fine la sevizia rende fermo anche il pavido, il solo immaginare una pena perpetua fa tremare il più robusto: è il venir meno della speranza la vera tortura; è il non conoscere il termine il vero tormento…

 

  • per tutto questo che io ritengo l’ergastolo ostativo – fine pena mai – la tortura per antonomasia.

 

Tratto dal libro di Salvatore Ritorto “Il prigioniero libero” pub-blicato dall’Associazione Liberarsi onlus nella collana “L’evasio-ne possibile”, chi lo vuole acquistare può farlo ordinandolo nel nostro sito http://www.liberarsi.net al costo di euro 10 oppure richie-dendolo tramite lettera.

 

VOCI DA FUORI

 

LA STRADA DA PERCORRERE PER ALLONTANARCI DALLA VENDETTA

 

La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, approvata dal-le Nazioni Unite il 10 dicembre del 1948, compie 69 anni. È il più ampio e profondo tentativo di formalizzare un comune modo di sentire e di rispettare la condizione umana in ogni angolo del mondo andando al di là delle differenze culturali, religiose e politiche. Tradotta in più di 5.000 lingue, ha portato molti cam-biamenti nel modo di pensare e spesso di agire della stragrande maggioranza delle Nazioni e di miliardi di esseri umani.

 

Naturalmente moltissimo rimane da fare, perché quei princi-pi-anticipati dalla nostra Costituzione entrata in vigore il 1 gen-naio 1948-divengano sempre effettivi.

 

Oggi ce lo ricordano i più di 2.000 detenuti di una trentina di carceri italiani che hanno deciso di digiunare, aderendo all’ini-ziativa dell’associazione “Liberarsi onlus” (www.liberarsi.net), con la Camera Penale di Milano, la Comunità Papa Giovanni XXIII, parlamentari e cittadini.

 

Con il digiuno ci invitano a prendere atto della distanza che c’è tra ciò che la nostra Costituzione indica come unica finalità della pena – la rieducazione del condannato, un processo di consa-pevolezza, assunzione di responsabilità, cambiamento – e l’er-gastolo che, con la negazione della certezza di ritornare liberi, cioè uomini davvero, magari dopo molti anni, rende il cammino di ritorno indietro più difficile.

 

  • vero che in molti casi la pena viene ridotta dopo i primi 26 anni (!) ma l’interessato non può mai avere la certezza che ciò avverrà.

 

Anche se il cambiamento c’è stato e la rieducazione è effettiva. Ancora più lontana dalla nostra Costituzione è la situazione di coloro che alla condanna all’ergastolo aggiungono la “ostativi-tà” (condanne ad esempio per terrorismo o per reati connessi alla criminalità mafiosa) che preclude loro qualche beneficio o sconto di pena se non collaborano con la giustizia.

 

Cosa che spesso non vogliono fare per paura di ritorsioni sulle famiglie che non possono fare perché dopo tanti anni di carcere non sanno più niente di utile.

 

Anche accertare questa impossibilità, che può far cadere l’osta-tività, comunque, non è semplice né scontato.

 

Non giriamoci dall’altra parte per non vedere. Non crogioliamoci nella voglia di vendetta.

 

Cerchiamo piuttosto la strada per riportare ad una piena uma-nità chi abbia, anche gravemente, sbagliato.

 

Agnese Moro

(“La Stampa” di domenica 10 dicembre 2017,

dalla rubrica “Costruire cose buone”)

Ergastolo, perché va abolita la “pena che non esiste” “Abbiamo un sogno: l’abolizione dell’ergastolo in Italia. Con l’er-gastolo, la vita diventa una malattia, e gli ergastolani non vengo-no uccisi, peggio, sono lasciati morire. Molte persone pensano che la pena dell’ergastolo non esista, quindi è inutile toglierla. Ma se non esiste, perché c’è? Molti non sanno che con questa terribile condanna si raggiunge il confine dell’inesistenza perché la vita non vale più nulla e viene resa peggiore della morte”. Con queste parole si apre la Campagna “Digiuna per la vita”, di cui Il Manifesto ha dato notizia martedì 5 dicembre nella rubri-ca delle lettere. A me hanno ricordato la campagna “Mai dire mai”, promossa da ergastolani nell’autunno 2007. Consisteva in una lettera al Presidente della Repubblica, di poche righe. “Io – seguiva il nome – chiedo che la mia condanna sia tramutata in pena di morte, perché sono stanco di morire un poco ogni giorno”.

 

Il presidente Napoletano rispose, rinviando al Parlamento di intervenire nel merito. Senza alcun seguito, non certo per la rapida fine della legislatura. Oggi come allora sono gli ergasto-lani a porre con forza ed intelligenza la questione dell’abolizio-ne dell’ergastolo. Ed oggi, come allora, dobbiamo innanzitutto sconfiggere un fantasma: quello che l’ergastolo non esiste. Che il “fine pena mai” è soltanto una condanna simbolica, ma di fatto, non la patisce nessuno. È il principale argomento contro l’abolizione dell’ergastolo. Del tutto falso, serve ad alimentare l’allarme sociale: la richiesta di pene certe, sempre più alte e severe, necessarie per contrastare i crimini, per la sicurezza di tutti e tutte.

 

Insomma le leggi devono prescrivere più reati e più carcere, anche più ergastolo; i giudici devono emettere sentenze più se-vere; le condanne devono essere applicate senza sconti. Come scrisse Patrizio Gonnella anni fa, su queste pagine, si vorrebbe trasformare tutti i detenuti in ergastolani. Oggi questo messag-gio di allarme è diventato martellante. Incapace di governare la crisi sociale, rimuovendone le cause, ricreando legami e convi-venza e garantendo qualità della vita, la politica si aggrappa al nocciolo duro dello Stato minimo, quello del monopolio della forza. Riduce il patto tra governanti e governati allo scambio tra libertà e sicurezza. Si rinuncia alla prima, in porzione più o meno grande, in cambio della promessa di sicurezza.

 

Non importa se la paura e l’insicurezza invece di ridursi si dilata-no. Quello che conta è orientarle verso la minaccia rappresen-tata dall’altro. Da chi è “straniero”, il e la migrante, o da chi è “estraneo”, il diverso, l’anormale. Da chi ha commesso un reato, e di conseguenza è portato al crimine. Non si tratta, ovviamente, di negare responsabilità e gravità dei reati, per i quali è adottata la pena dell’ergastolo. Ma di chiedersi se è la giusta pena.

 

Se vi è reato, per quanto efferato, che possa motivare la reclusio-ne a vita. Quel “mai” che annulla il corso del tempo, lo congela. E con esso, l’esistenza di uno – più raramente di una – di noi.

 

  • una domanda che a molti e molte appare astratta, per non dire priva di senso. Il primo ostacolo, per farne una domanda sociale, è l’isolamento del carcere. Per lo più, infatti, si ignora cosa avviene dentro il carcere, come si vive la pena. È sufficiente sapere che il colpevole è recluso, che quella porta non si aprirà. Semmai interessa la macabra contabilità dei costi e benefici. Quanto ci costano le carceri piene, e quanto spendiamo per ogni ergastolano. Quanti sono gli ergastolani e quanti di loro scontano per intero la pena.

 

Né interessa ai più che l’ergastolo contrasta con il fine della pena, scritto nella Costituzione italiana, di riabilitazione e rein-serimento sociale del condannato/a. Più in radice, la pena non dovrebbe mai essere lesiva della dignità della persona. Dovreb-be essere proporzionata, per quantità e qualità. Diversamente dal reato, che può essere disumano nella sua efferatezza, la pena non può essere né crudele né disumana. In quanto priva-zione illimitata di libertà l’ergastolo è una pena più crudele della pena di morte. È una condizione di vita disumana. Si può vivere per sempre reclusi, senza essere privati di umanità? Come si vive senza nessuna possibilità di ritrovare i rapporti, gli affetti, la comunicazione e gli scambi con gli altri esseri umani, non reclusi, e con il mondo?

 

Le parole degli ergastolani, raccolte nell’appello per la Campa-gna digiuna per la vita, descrivono cos’è, nella quotidianità, la pena senza fine.

 

Quanto sia privo di senso vivere, se non si può neppure imma-ginare un domani. Di questo dovremmo parlare, per porre, in concreto, il problema dell’abolizione dell’ergastolo. Dovremmo guardare alle singole vite deprivate per sempre di dignità uma-na. Se anche fossero poche, pochissime, sarebbe comunque un costo troppo alto. Se anche una sola vita patisce una pena disumana, questo è in contrasto ad ogni principio di giustizia e deve interessarci. Perché è colpito un bene indivisibile qual è la libertà personale. Dovremmo parlare all’amore per la libertà che

 

  • in ogni essere umano. Trovare il modo di parlare dell’ergastolo non con il linguaggio del diritto ma con quello della vita. Perché di vite concrete, di persone incarnate si tratta.

 

Maria Luisa Boccia (“Il Manifesto”, 8 dicembre 2017)

Una iniziativa dell’Associazione Liberarsi Onlus in occasione dell’anniversario della Dichiarazione dei Diritti Umani. Tra le adesioni quella della Camera penale di Milano: “una pena per-petua, senza via di scampo”.

 

Aumentano le adesioni al digiuno organizzato dai detenuti ed ergastolani di tutta Italia contro la pena dell’ergastolo. Parliamo dell’iniziativa – già annunciata su Il Dubbio – che si svolgerà domani, domenica 10 dicembre, in occasione dell’anniversa-rio della dichiarazione dei diritti dell’uomo. Arriva l’adesione ufficiale da parte dell’Osservatorio Carcere dell’Unione delle Camere Penali Italiane. Anche la Camera penale di Milano ha già annunciato la sua partecipazione. “La pena dell’ergastolo

 

– scrivono i penalisti di Milano – se comminata per i reati pre-visti dal primo comma dell’art. 4 bis del nostro ordinamento penitenziario, è caratterizzata dalla impossibilità di accesso ai benefici penitenziari.

 

Una pena perpetua, senza via di scampo. L’unica modalità di uscita dal tunnel del “fine pena mai” è il riconoscimento di una condotta da parte dell’ergastolano di collaborazione effettiva, ovvero, dopo gli interventi della Corte Costituzionale, recepiti poi nell’art. 4 bis, della impossibilità o della irrilevanza della collaborazione”.

 

La Camera penale di Milano denuncia che la non revisionabilità della pena di durata indeterminata è in palese contrasto con la finalità di risocializzazione della pena prevista dalla nostra Carta Costituzionale e la preclusione assoluta lede persino l’autono-mia di giudizio della magistratura di sorveglianza nel proprio compito di valutazione dell’individuo sulla base della persona-lizzazione del trattamento che sta alla base del nostro sistema penitenziario e dell’esecuzione penale in genere. “Il sistema si pone – sottolineano i penalisti – in contrasto con i più recenti principi del diritto penale moderno, rinvenibili nella giurispru-denza della Corte europea dei diritti dell’uomo. Secondo tali principi ogni Stato deve disciplinare chiaramente le modalità e le tempistiche della revisione anche della pena dell’ergastolo, riconoscendo anche a questa categoria di detenuti il “diritto alla speranza”, ricompreso nell’art. 3 Cedu.

 

Questo diritto – prosegue la Camera penale di Milano – è, per i giudici di Strasburgo, insito nella persona umana, in quanto, se è vero che i condannati all’ergastolo “effettivo” sono responsabili di gravi reati e le loro condotte hanno inflitto ad altri indescrivi-bili sofferenze, tuttavia, essi conservano un’umanità fondamen-tale e hanno la capacità intrinseca di cambiare. Ne consegue che, indipendentemente dalla quantità della pena loro inflitta, essi conservano la speranza di riscatto per gli errori commessi”. Gli avvocati della camera penale di Milano ricordano che hanno organizzato incontri ed eventi di riflessione sul punto, non ulti-mo quello dello scorso 22 novembre presso la Casa di reclusione di Opera alla presenza dell’onorevole Elvio Fassone, autore del libro Fine pena: ora e con la partecipazione attiva degli stessi ergastolani. Hanno aderito alle mobilitazioni indette dall’Unio-ne delle Camere Penali italiane per l’abolizione dell’ergastolo ostativo.

 

Hanno inoltre partecipato con l’Osservatorio carcere Ucpi al tavolo 16 degli Stati Generali dell’esecuzione penale proprio al fine di ridisegnare o quantomeno ridurre l’ostacolo norma-tivo alla concessione dei benefici penitenziari nei confronti dei condannati per i reati di cui all’art. 4 bis. “La recente revisione dell’ordinamento penitenziario però denunciano i penalisti – non ha previsto il superamento dell’ergastolo ostativo né ha mo-dificato le condizioni di accesso ai benefici penitenziari, accesso ancora subordinato al requisito della collaborazione”. Proprio per tutte queste motivazioni, per la camera penale di Milano è doverosa la loro partecipazione alla giornata del 10 dicembre contro l’ergastolo, organizzata dall’associazione “Liberarsi”.

 

Damiano Aliprandi

 

(Il Dubbio, 9 dicembre 2017)

 

Il mio personale contributo per la “Campagna Digiuna per la Vita”: oggi, domenica 10 dicembre, anniversario della dichia-razione universale dei diritti umani, migliaia di detenuti e tutti gli uomini ombra, digiuneranno affinché l’ergastolo, la pena di morte in vita, possa essere cancellato per sempre dal nostro ordinamento. E adesso un pensiero di mio fratello Salvatore e un invito a riflettere.

 

Cosa comporti per un uomo espiare la pena dell’ergastolo proverò a spiegarlo meglio proponendovi questa riflessione: immaginate di vivere dentro una stanza grande quanto uno sga-buzzino, una stanza che abbia il lettino rivolto verso l’entrata e sia chiusa da un cancello e da una porta di ferro, che lascia spazio alla luce solo attraverso una piccola feritoia. Immaginate, ora, di aprire ogni mattino gli occhi e di trovarvi a fissare que-sto cancello e questa porta, avendo dentro il cuore la speranza che prima o poi si aprirà e, subito poi, fulminea, vi sovvenga la consapevolezza che questa speranza è soltanto un espediente per allontanare da voi la verità: quella di essere destinati a in-vecchiare e a morire in carcere. Ecco, vivere l’ergastolo significa proprio questo: abitare dentro un presente che trascorre uguale un giorno dopo l’altro senza prospettive né promesse, solo in attesa che la tua vita, inutilmente, si esaurisca. (…) È chiaro: nes-suno mette in dubbio che in uno Stato di diritto si ha il dovere di pretendere la punizione di chi infrange le regole democratiche, perché solo in questo modo si può effettivamente perseguire

la giustizia; tuttavia, la domanda che mi pongo e sulla quale sarebbe bello rifletteste anche voi è la seguente: il concetto di giustizia può dilatarsi sino al punto di comprendere anche quello di vendetta, come la pena di morte e dell’ergastolo lascia sup-porre? Concludo questa lettera con una confessione: una delle lezioni che ho imparato nel corso di tutti questi anni è che non sempre si ha la possibilità di riparare al male che si è fatto, ma che si può, anzi si deve sempre tentare di recuperare l’uomo che lo ha commesso, perché rinunciare a questo tentativo equivale a dichiarare la propria incapacità di combattere il male con codici diversi da quelli che non siano del taglione e della vendetta: io, purtroppo, sono stato incapace di farlo… e voi? Ecco, in fondo, sta tutto in questo la differenza di cui vi dicevo.

 

Giusy Torre

 

Stasera, venerdì 8 dicembre, al Tg5 delle 20, un mio servizio con Carmelo Musumeci che parla della giornata di digiuno di domenica, 10 dicembre, contro l’ergastolo, una pena di morte in vita. Eccolo stamattina all’uscita dal carcere mentre viene microfonato per l’intervista, prima di andare a fare volontariato in una comunità per persone disabili. Musumeci, come tanti altri ergastolani, è un uomo recuperato grazie alla cultura: si è laureato, scrive libri e si batte per l’abolizione del fine pena mai: una battaglia civile per cui si sono spesi personaggi come Marco Pannella e Umberto Veronesi.

 

Carmelo Sardo

 

Ecco la puntata di ieri su Radio Radicale: I DECRETI SULLE CAR-CERI, LA PENA DI MORTE NELLE SUE FORME MASCHERATE E STRISCIANTI, IL DIGIUNO CONTRO L’ERGASTOLO OSTATIVO FISSATO PER IL 10 DICEMBRE. Ospiti: l’on Mario Marazziti, Pre-sidente della Commissione Affari Sociali della Camera dei Depu-tati, Carmelo Musumeci dell’ Associazione Liberarsi Firenze e la nostra Rita Bernardini.

 

Radio Carcere

(Radio Radicale)

 

Non so che programmi avete… fra il ponte dell’Immacolata e l’attesa della festa che verrà… forse già in molti, quelli che ne hanno possibilità e disponibilità, ad imbandire la tavola delle feste… fra fruscii di tovaglie, e tintinnar di piatti, di vetri e di posate… Non per rovinarvi questo assaggio di Natale, ma vorrei invitarvi a sbirciare in alcuni luoghi dove si è digiunato. Perché sono più di duemilatrecento, per la precisione duemilatrecen-totrentaquattro, le persone che ieri non hanno toccato cibo, lì, al chiuso delle mura dei nostri istituti di pena. Da Trieste a Siracusa, da Oristano a Fossombrone, da Torino a Rossano… persone condannate all’ergastolo, ma non solo…

 

E con loro moltissimi altri che, fuori le mura, hanno aderito a questa giornata di digiuno voluta dall’Associazione Liberarsi, che da sempre ha un sogno: l’abolizione dell’ergastolo in Italia. (…) Disse Pietro Ingrao: “Io sono contro l’ergastolo prima di tutto perché non riesco a immaginarlo”. E voi, riuscite a immaginarlo? Ma non è solo una questione di bontà, anzi non lo è affatto. È questione piuttosto di diritti e di diritto. Del diritto e dei diritti che ogni giorno muoiono soffocati nelle nostre carceri… Dove si

 

  • digiunato… Il digiuno non fa rumore… ma vi è arrivato? Fra tan-to tintinnar di stoviglie, vi arriva l’urlo di tutto questo silenzio?

 

Francesca De Carolis

L’ergastolo è la condanna più crudele che la mente umana pos-sa aver concepito, più crudele dei delitti stessi che prevedono questa condanna. Una condanna senza tempo che rende vano qualsiasi tentativo di cambiamento o di rielaborazione critica della propria vita, dei propri crimini, delle ferite aperte in una società che non si ferma a riflettere sulle devastazioni sociali, prima ancora che ambientali, che sono state perpetrate al sud. Territori dove la presenza dello Stato si manifesta solo in divisa o con amministratori che continuano a ricattare la gente e a speculare sui bisogni, creando miseria economica ed umana. Ed

 

  • proprio qua che anche le mafie e le c.d. criminalità organizzate trovano terreno fertile. (…) domenica all’esterno dei penitenzia-ri di Cosenza, Bari e Napoli si terranno dei presidi di solidarietà per rendere visibile lo sciopero della fame dei detenuti, per dare voce alle ragioni di questa lotta. A Cosenza l’appuntamento è per le 12 di domenica sotto il carcere di via Popilia, a Bari alle 11 e a Napoli dalle 10 sotto il carcere di Secondigliano.

 

Non lasciamoli soli! Cosenza contro il Carcere, Non Solo Marange – collettivo di mutuo soccorso Bari, Liberiamoci dal carcere Napoli.

 

La Camera Penale di Milano, così come l’Unione delle Camere Penali Italiane, ormai da anni si batte per la revisione delle nor-me che hanno introdotto l’ergastolo ostativo. La pena dell’erga-stolo, se comminata per i reati previsti dal primo comma dell’art. 4 bis del nostro ordinamento penitenziario, è caratterizzata dalla impossibilità di accesso ai benefici penitenziari. Una pena per-petua, senza via di scampo. (…) In occasione dell’anniversario della Dichiarazione dei Diritti Umani del prossimo 10 dicembre ci sembra doveroso, dunque, rilanciare un appello pubblico per il superamento dell’ergastolo ostativo, aderendo all’iniziativa di digiuno per l’abolizione dell’ergastolo promossa per tale giorna-ta dall’associazione “Liberarsi”. Per aderire all’iniziativa: http:// http://www.liberarsi.net/aderisci-allo-sciopero-della-fame-del-10-di-cembre-per-labolizione-dellergastolo.html

APPELLI

 

A tutte le comunità cristiane d’Italia e a tutti i credenti nelle grandi religioni monoteiste e a tutti coloro che fanno un pelle-grinaggio religioso e spirituale, a coloro, che pur non credenti, operano per il rispetto dell’umanità, del mondo animale e ve-getale e della terra in cui viviamo,

 

  • chiediamo di prendere posizione contro l’ergastolo il venerdì

 

30 marzo 2018, è una giornata particolare per molti cristiani, ma non ci rivolgiamo solo a loro. Vogliamo sentire vicini a noi anche i cristiani ortodossi, che celebrano una settimana dopo la passione e morte di Cristo, vogliamo sentire accanto a noi anche gli ebrei, i mussulmani, gli induisti, i buddhisti, gli atei.

 

Sappiate che siamo 1.677 persone attualmente condannate all’ergastolo in Italia, alcuni nell’isolamento delle sezioni a 41 bis, altri nelle sezioni ad alta sicurezza, altri ancora nel sovraf-follamento delle celle comuni. Con noi migliaia di detenuti e detenute, migliaia di nostri famigliari, di volontari, venerdì 30 marzo 2018 digiuneranno per la vita, perché il nostro nuovo Parlamento si pronunzi contro l’ergastolo che ci condanna fino alla morte.

 

Gli ergastolani in Italia

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Ai centri sociali, ai compagni anarchici, alle donne, agli uomini, ai giovani che sono schierati contro una società basata sulle catene e sulle galere e lottano contro la tortura verso tutti gli essere animati.

 

il 30 marzo 2018 nelle carceri gli ergastolani e le ergastolane sono in sciopero della fame per chiedere ancora una volta che l’Italia abolisca l’ergastolo. Accanto a loro ci sono migliaia di fratelli detenuti e sorelle detenute. Ci sono le loro famiglie, anche esse condannate per sempre. Siamo certi che ci sarete anche voi.

 

Cosa vi chiediamo? Quel giorno venite intorno alle carceri, fate uno striscione nella vostra città, un volantinaggio su questo tema, organizzate un dibattito …

 

Grazie (in sardo, calabrese, siciliano…) un abbraccio (nelle varie lingue)

 

Ai giornalisti, agli intellettuali, agli artisti,

 

non ci sembra che il mondo italiano attuale veda tanti di voi pronti a difendere i diritti umani. Vi chiediamo di prendere po-sizione contro l’ergastolo. Nei nostri certificati penali il Ministero della Giustizia accanto alla voce: “scadenza pena definitiva”: scrive 31/12/9999! Proprio così! Viene firmato dal direttore o dalla direttrice del carcere in cui ci troviamo noi detenuti e de-tenute ergastolani. Ci può essere una giustizia che condanna una persona a vivere in carcere oltre… la morte? È questo che volevano coloro che 70 anni fa hanno scritto la Costituzione? Voi avete una grande responsabilità. Aiutateci!

 

Il venerdì 30 marzo 2018 nelle carceri italiane noi condannati all’ergastolo, e per solidarietà moltissimi detenuti e numerose detenute che devono scontare una pena che ha un termine, faremo un giorno di digiuno per chiedere che anche in Italia sia abolita la nostra pena senza fine.

Fare sentire la nostra voce, schieratevi al nostro fianco.

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Alle nuove elette e ai nuovi eletti al Parlamento italiano,

  • chiediamo di prendere posizione contro l’ergastolo;
  • chiediamo di cambiare la nostra legge abolendolo;
  • chiediamo di fare la scelta fatta dalla Spagna e dal Portogal-lo e dalla Città del Vaticano, nonché da varie nazioni del nord Europa;

 

  • chiediamo di presentare un progetto legge di abolizione dell’ergastolo firmato da parlamentari di diversi partiti e movi-menti politici eletti il 4 marzo 2018;

 

  • chiediamo di ripresentare il progetto legge firmato e presen-tato da Ersilia Salvato e Salvatore Senese;

 

  • chiediamo di dare questa importante risposta quest’anno che

 

è il settantesimo anno della nostra Costituzione repubblicana;

  • chiediamo di visitare le carceri, di venirci a trovare il 30 marzo, quando noi digiuniamo per la vita.

Abbiamo chiesto alla Associazione Liberarsi di diffondere questo nostro messaggio, di aiutarci nel far conoscere la nostra voce. Contattateci:

Associazione Liberarsi onlus Casella postale 30 – 50012 Grassina (FI) Sede Legale: via A. Manzoni, 21 – 50121 Firenze associazioneliberarsi@gmail.com http://www.liberarsi.net – fb.me/associazioneliberarsi 055-0733042

CHI È L’ASSOCIAZIONE LIBERARSI ONLUS

 

L’Associazione Liberarsi onlus nasce a Firenze nel 2009 da per-

sone detenute e non.

Ha come temi centrali:

 

  • il superamento del carcere, 2) l’abolizione dell’ergastolo, 3) la tortura delle sezioni a 41 bis.

 

Per​ svolgere questo impegno vengono utilizzati i seguenti stru-menti: il periodico “Mai dire mai”; la collana di libri “L’evasione possibile”; Il fondo librario “Bruno Borghi” presso la Bibliote-CaNova dell’lsolotto; – Firenze; Il sito: http://www.liberarsi.net; cor-rispondenza con detenuti/e; intervento con il servizio mail nel carcere di Prato; convegni, dibattiti, interventi nelle scuole, corsi di formazione.

 

Per questi progetti si impegnano i volontari e i detenuti volontari dell’associazione e alcuni detenuti usciti in misure alternative con borse lavoro.

 

L’impegno è reso anche possibile da un progetto approvato dalla Tavola Valdese con i fondi dell’ottopermille.

 

Abbiamo bisogno di nuovi volontari e volontarie sia nelle carceri che sul territorio. Fatevi vivi e scriveteci.

 

Responsabili dell’Associazione: Giuliano Capecchi, Nicoletta Me-nichelli, Paolo Martinino, Antonio Mellini, Carmelo Musumeci, Franco Prina, Paola Ricciardi, Alfredo Sole, Anna Terlizzi, Bruno Ventura.

 

 

 

 

 

 

 

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