accadde…oggi: nel 1917 nasce Leonora Carrington, di Micaela Tenace

Londra, 1936. L’Esposizione Internazionale Surrealista apre a Mayfair. All’opening André Breton è vestito di verde, Sheila Legge – una delle poche donne del gruppo – indossa un lungo abito di raso, il viso coperto di rose e coccinelle, sotto braccio una gamba artificiale completa di calza. Salvador Dalí è inguainato in una muta da palombaro, legge mentre con una mano tiene al guinzaglio un cane e nell’altra regge un’asta da biliardo. E poi ci sono Man Ray, Duchamp, Picasso, Klee. E Max Ernst, il fondatore con Breton del Manifesto Surrealista del 1924, migliore amico di Paul Éluard (marito di Gala, musa e amante tra gli altri di De Chirico e Man Ray, futura moglie di Dalí). Una ex moglie (Luise), una moglie in carica (la ventunenne Marie-Berthe Aurenche), 46 anni, Max in città raggiunge l’amico architetto ungherese Ernö Goldfinger (al quale s’ispirò lo scrittore ed ex agente segreto Ian Fleming per delineare il cattivo – Goldfinger appunto – antagonista del ben più celebre James Bond, ndr).

Ma il fato quella sera del 1936 si chiama Ursula, moglie di Ernö e compagna di scuola d’arte di Leonora: inconsapevole burattinaia di un destino da romanzo, innescherà l’amore con un invito a cena. Leonora Carrington e Max Ernst sono vis-à-vis, flûte tra le mani, occhi negli occhi: è amore al primo istante. Passione sì, ma anche condivisione artistica e spirituale. Max le insegna la tecnica del frottage (il raschiare con una spatola uno strato di colore fresco lasciando affiorare quello di fondo, metafora surrealista dell’inconscio rivelato). La porta a Lamb Creek, in Cornovaglia, insieme a Roland Penrose e Lee Miller, Paul Éluard, Man Ray e molti altri. Un viaggio che inneggia alla libertà, dove le coppie variano senza drammi: Eileen Agar ha una storia con Paul, la nuova moglie di Paul, Nusch, ha un affaire con Joseph Bard, Lee sta con Roland.

Arte e surrealismo, amore e Parigi: Leonora descrive così il suo progetto di vita. Chiacchiere al Café Les Deux Magots e poi dipingere, dipingere e ancora dipingere. A soli 21 anni tra i grandi nomi dell’arte del Ventesimo secolo, è considerata da Dalí “la più importante artista surrealista donna” (e Leonora non scorderà mai quel “donna” nella frase). Gli amanti si ritraggono l’un l’altra, lui le fa da Pigmalione; poi però arriva la guerra, Max è braccato e Leonora se ne va a Madrid lasciandolo solo.

Leonora perde il senno. Divorata dai rimorsi per aver abbandonato Max e dai suoi demoni personali, viene rinchiusa a Villa Covadonga – una clinica psichiatrica diretta dal controverso dottor Mariano Morales – dove viene sottoposta a terribili cure basate sull’induzione farmacologica di crisi epilettiche. Una realtà-incubo squisitamente surrealista, vissuti trasposti in dipinti (Map of Down Below) e in un racconto, autoanalisi per metafore della sua martoriata interiorità. Una volta uscita da lì, Leonora è confusa e senza un penny in tasca.

Saranno ancora una volta i suoi occhi a salvarla, a rivoluzionare nuovamente il suo destino. Le basterà incrociare lo sguardo di Max Ernst nel mezzo di un mercatino affollato di Lisbona per comprendere che dell’amore per lui rimane solo il legame artistico. E poi incontrerà quello di un altro uomo a Città del Messico (dove arriva grazie a un matrimonio di convenienza con l’ambasciatore Renato Leduc): Imre Emerico Weisz Schwartz detto Chiki.

Ebreo ungherese anticonformista, migliore amico del fotografo Robert Capa (vero nome Endre Friedmann), è un uomo gentile e premuroso, la ammira. E con lui Leonora sperimenta non solo creatività, ma la sua generatività, diventando madre di Harold Gabriel (poeta, intellettuale) e Pablo. Del Messico assorbe energie, diviene punto di riferimento degli europei in città, si lega a Edward James, ereditiere e collezionista d’arte surrealista. Lei così istintiva e organica dipinge Mujeres conciencia, manifesto del movimento femminista, senza mai lasciare il suo realismo magico e alchemico, il suo simbolismo poetico ma inquieto.

Il romanzo della vita di Leonora Carrington finisce a 94 anni, il 25 maggio del 2011, un corpo minuto in una bara troppo grande, il corteo infinito illuminato dai flash dei fotoreporter. Un’artista coraggiosa, impavida divoratrice di vita, che spezzò le catene conformiste del suo Paese d’origine per sperimentare libera le sue passioni. D’amore e d’arte.

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