accadde…oggi: nel 1907 nasce Violette Leduc, di Silvia Antonelli

Violette Leduc nasce ad Arras nel 1907, figlia illegittima di una cameriera e di un rampollo dell’alta borghesia che non la riconoscerà mai. Nasce bastarda, come il titolo del libro che la porterà al successo. Un marchio, una condizione che macchierà e al tempo stessa darà una direzione ben precisa all’intera esistenza e alla sua produzione letteraria.

Si ingegna per sopravvivere durante la seconda guerra mondiale, macina chilometri per arrabattarsi carne e viveri al mercato nero, che poi rivende.
E’ di questi anni l’incontro con Maurice Sachs di cui si innamora follemente senza essere ricambiata. Insistente, pedante, ossessiva, votata agli amori impossibili, si strugge dei rifiuti che riceve ma incalza ancora e ancora. Maurice fugge, ma prima di partire le dà un suggerimento importante: scrivi! Le dice, butta su carta tutto il marcio che hai dentro.
E lei lo fa, inizia a scrivere. Legge e scrive avidamente, perché Violette è un’affamata. Di vita, di amore, di persone, di emozioni. E’ bulimica nella sua affettività. Ama e odia, avvicina e poi allontana, graffia, scalza, si lamenta, petulante come pochi.
Violette non è simpatica, è difficile se non impossibile da contenere. Non si può star vicini a Violette perché succhia l’aria, perché squarcia i limiti personali di ciascuno. Nevrotica, urla grida colpisce ossessiona.
Però scrive e il suo dolore è vivo e reale. Scrive di una scrittura sanguinante e bambina, scrive senza filtri.
Perchè Violette non graffia la carta per raccontare chi è o per comprendere il mondo (figuriamoci se una personalità come la sua è in grado di prendere a sé qualcuno o qualcosa).
Scrive per sopravvivere. Per non morire.
“Ho paura di morire e sono stanca di stare al mondo. Non ho lavorato, non ho studiato. Ho pianto, ho gridato. Lacrime e grida mi hanno portato via molto tempo”.
Il suo stile colpisce Simone de Beauvoir che propone il primo romanzo della Leduc, L’asphyxie, ad Albert Camus che lo pubblica con la casa editrice Gallimard.
De Beauvoir spinge Violette a continuare a scrivere, apprezza in lei quel modo puro e crudele di parlare di temi scomodi. Seguono a ruota L’Affamée e Ravages.
Racconta del suo stare al mondo e inavvertitamente racconta di un mondo che cambia, all’interno del quale le donne iniziano a rosicchiare un po’ di spazio. Vive il mondo ma non nel mondo: la seconda guerra mondiale e poi gli anni sessanta che attraversa curiosamente da protagonista la sfiorano appena.
Parla dei suoi amori, delle prime esperienze lesbiche con una compagna di collegio, dell’aborto, del fallimento del matrimonio. Parla della sessualità femminile come mai nessuno prima. Scardina (e sembra farlo così, senza accorgersene) la grammatica patriarcale che fino al quel momento agganciava il piacere femminile esclusivamente a quello maschile.
Simone de Beauvoir coglie le potenzialità di questo nuovo modo di scrivere e crede in lei, tanto da versarle un mensile (nascondendosi dietro all’editore Gallimard) per permetterle di dedicarsi ai libri a tempo pieno.
Il rapporto che intreccia le due donne è strano e doloroso; Violette si innamora perdutamente di Simone che la respinge ma non la allontana mai definitivamente. Se ne prende cura da lontano, coltiva il suo talento di scrittrice, la incoraggia a scrivere di sé ancora, fa da tramite con Gallimard per la pubblicazione dei suoi romanzi.
“Violette Leduc non fa niente per piacere” dirà “Non piace e fa persino paura”.
L’amore per Simone de Beauvoir ancora una volta è totalizzante: Violette vomita il suo malstare contro l’amica, la segue, la cerca di continuo. Piange la sua solitudine, la sua incapacità di stare al mondo. Espone vividamente la sua sofferenza. Si ferisce e ferisce gli altri.
E da questo strazio, ancora una volta ne nasce un romanzo: La Bâtarde viene pubblicato nel 1964 e porta la prefazione della de Beauvoir.
“L’erotismo in Violette Leduc non diventa mistero né si ingombra di complicazioni, tuttavia è la chiave privilegiata del mondo; è alla luce della sessualità che Violette scopre la città e la campagna, lo spessore della notte e la fragilità dell’alba, la crudeltà di un tocco di campane. Per parlarne Violette si è creata un linguaggio senza leziosaggine né volgarità che a me sembra un successo notevole …”
Non vi è nella sua opera alcuna ricerca di una nuova etica, nessuna presunzione di sovvertire schemi tradizionali. Eppure lo fa.
Non ha alcun modello di riferimento e non si pone come modello per nessuno. La narrazione è ritmata da brevi periodi, che tolgono il fiato, che permettono di toccare con mano il dolore e l’angoscia. Violette è la davanti, è nelle sue parole. Lacera le proprie ferite e ti spinge all’interno. Non sono una statua, dirà, infatti è sangue carne viscere.
Il suo marchio è la purezza, una innocenza colpevole di bambina. Si muove per bisogno, come un animale. Grumo di istinto, dolente, stravolgerà a suo modo il femminile.

Trasferitasi a Faucon, in campagna, dove faticosamente raggiungerà una qualche quiete, muore nel 1972.

http://insostenibileleggerezzadelleggere.blogspot.it/2015/07/violette-leduc-chi-era-costei.html

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