accadde…oggi: nel 1816 nasce Charlotte Bronte, di Pietro Citati

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La canonica di Haworth, nello Yorkshire, dove abitarono le sorelle Brontë, sorgeva dirimpetto a una piccola chiesa, vicino a un cimitero e a un giardino. La casa era di pietra grigia, a due piani, con un tetto di lastre pesanti, le sole capaci di resistere ai venti che giungevano dai quattro estremi dell’orizzonte, infuriando violentemente sulle «cime tempestose». Il vasto cimitero si trovava al di sopra della casa. Da ogni parte c’erano tombe. Chi entrava nella chiesa trovava le lapidi murali di Maria Brontë, morta a trentanove anni, della figlia Maria, morta a dodici anni, di Patrick Branwell Brontë, morto a trent’anni, di Emily Brontë, morta a ventinove anni, di Anne Brontë, morta a ventisette anni, e di Charlotte Brontë, morta — ultima — a trentanove anni.

Tutto era morte e ordine. «Non credo — scrisse Elizabeth Gaskell nella bellissima Vita di Charlotte Brontë, scritta nel 1857 e pubblicata dall’editore Castelvecchi, di aver mai visto un luogo più squisitamente pulito, e ordinato con maggior precisione. La vita vi si svolge col rito di un cronometro. Nessuno si reca in quella casa: nulla disturba il ticchettio dell’orologio della cucina, il ronzio di una mosca nel soggiorno». Sopra la canonica, in alto, c’era la brughiera: l’erica, ora di un fiammeggiante color porporino, ora rovinata dai temporali. I sei bambini Brontë vi si avventuravano stringendosi per mano: sopratutto Emily, la futura autrice di Cime tempestose, amava appassionatamente la brughiera.

Charlotte Brontë nacque, dopo Maria ed Elizabeth, il 21 aprile 1816: poi, in breve tempo, Patrick Branwell, Emily ed Anne. Dopo la nascita di Anne, la salute della madre cominciò a declinare: non chiedeva di vedere i bambini, perché sapeva di doverli lasciare presto: morì nel settembre 1821; e la vita di quei bambini silenziosi si fece ancora più quieta e solitaria. Il padre, curato, svolgeva i suoi compiti ecclesiastici nel villaggio. Era irlandese e cercava invano di controllare la propria indole furiosa.

I bambini non erano abituati alle gioie infantili: non cercavano compagni; e si tenevano stretti gli uni agli altri. Charlotte era brillante e vivace: la più chiacchierina tra le quattro sorelle; proteggeva maternamente soprattutto Emily, che aveva diciotto mesi meno di lei. Cuciva fino alle nove di sera: poi riponeva il lavoro, spegneva le candele; e cominciava a passeggiare su e giù per la stanza: avanti e indietro, avanti e indietro, a tratti illuminata dal fuoco del camino, e poi riassorbita dall’ombra. Con le sorelle parlava delle difficoltà passate e delle preoccupazioni presenti, e faceva progetti per il futuro. Negli anni successivi discuteva gli intrecci dei loro romanzi.

Nel 1831 Charlotte era una ragazza di quindici anni, molto minuta, «sottosviluppata», come diceva di sé stessa: gli occhi erano grandi, color bruno bruciato, sebbene l’iride avesse molte sfumature. Aveva un’espressione di quieta intelligenza. Ogni tanto splendeva, come se una lampada spirituale si fosse accesa in lei. Andò in un educandato: poi fece la governante; mestiere che detestava. Un’amica disse: «La vidi per la prima volta mentre usciva da una carrozza chiusa, vestita di abiti molto antiquati, con un’aria infreddolita e infelicissima». Aveva l’aspetto di una vecchia; ed era così miope che muoveva il capo di qua e di là per seguire le lettere dei libri.

Era timidissima e nervosa: qualsiasi piccolo evento e ostacolo provocava in lei un violento mal di capo o un conato di vomito; tremava a ogni rumore improvviso, reprimendo un grido se qualcosa la faceva trasalire. Quando le ragazze dell’educandato la invitarono a giocare a palla, rispose che non sapeva giocare. Disegnava bene e rapidamente: composizioni fantastiche, a cui forse faceva difetto la capacità di esecuzione. Adorava il duca di Wellington. Non perdeva un minuto di tempo, rimpiangendo le ore concesse al gioco. Non aveva speranza né fiducia nel futuro. Mai, mai, a nessun costo, si inorgogliva di sé stessa. «La mia vita — scrisse ad un’amica — trascorre in una ininterrotta monotonia: null’altro se non insegnare e insegnare, dalla mattina alla sera».

Leggeva moltissimo. Amava Walter Scott e Wordsworth. Leggere la Bibbia suscitava in lei una sensazione soave. Aveva una profonda diffidenza e quasi disprezzo per Jane Austen: vi trovava visi comuni, giardini chiusi da alte staccionate, bordure impeccabili; ma «nessun schizzo di una brillante e vivida fisionomia, nessun suono di aperta campagna, non aria aperta, non azzurre colline, nessun bel ruscello. Non mi piacerebbe davvero vivere con le sue signore e i suoi gentiluomini, nelle loro eleganti e appartate dimore. Miss Austen è solamente accorta e osservatrice. In lei non c’è poesia. Aderisce al reale (al reale più che al vero), ma non può essere grande». Contro di lei rivendicava i diritti, gli slanci, i furori della fantasia: come diceva, l’invasamento. Molto presto cominciò a scrivere: progettò un romanzo alla Richardson, in sette o otto volumi.

Le sorelle Brontë cominciarono a morire: prima Maria, poi Elizabeth; così Charlotte si trovò investita delle funzioni di padre e di madre. Insieme a Emily progettò di aprire una scuola nella canonica, con un piccolo numero di alunne. Poiché non sapeva bene il francese, andò a Bruxelles, insieme a Emily, per apprenderlo, e acquistare qualche nozione di tedesco e di italiano. Vi rimase a lungo, nella scuola di Monsieur Héger. Le due sorelle sedevano nell’ultima fila della classe, così assorbite nello studio da non percepire il minimo rumore e movimento. Si strinsero l’una all’altra, tenendo lontane le ragazze belghe e soffrendo la nostalgia dell’esilio. Charlotte scrisse in francese un ritratto di Pietro l’Eremita, e racconti dell’Antico Testamento: Emily preferì Harold alla vigilia della battaglia di Hastings. Entrambe detestavano il cattolicesimo: il cerimoniale della Messa cattolica, il «papismo».

Nel gennaio 1843 Charlotte tornò a Bruxelles da sola, come insegnante nella scuola di Monsieur Héger. Aveva la responsabilità di una classe di studentesse. Emily rimase a Haworth. Charlotte era malata: la cattiva salute era accompagnata da una profonda depressione nervosa. Non riusciva a imporre la sua autorità alle allegre e ottuse scolare. D’inverno aveva i piedi rossi e gelati. «Qui — scrisse a Emily — vado avanti giorno dopo giorno, in un certo modo sola alla Robinson Crusoe, ma non importa». In francese scrisse un testo Sulla morte di Napoleone.

Decise di restare a Bruxelles nei mesi successivi. Durante le vacanze del 1843 rimase sola nella scuola. Trovava faticosi tanto il giorno quanto la notte: una febbre nervosa si impossessò di lei: non riusciva a dormire; tutto quanto era accaduto di spiacevole durante il giorno si ripresentava con un rilievo esasperato alla sua fantasia sconvolta. Ogni timore riguardo ai suoi cari diventava terribilmente reale. «Il giorno — scrisse a Emily — sono lasciata assolutamente sola, in quattro desolate e vaste classi vuote a mia intera disposizione: tento di leggere, tento di scrivere, ma invano». Aggiunse: «È domenica mattina: tutti quanti sono andati a quella loro Messa idolatra».
Verso la fine del 1843, Charlotte decise di tornare a casa.

Il 2 gennaio 1844 rivide la tragica monotonia della Canonica. Trovò Emily ammalata, il viso pallido, il corpo assottigliato, con le forze che venivano meno. Non era mutata: il suo spirito libero, selvaggio, indomabile non si sentiva a proprio agio che nelle solitarie pendici di erica attorno alla casa. Non veniva mai a contatto con gli altri: non accettava influenze; la sua unica legge era quanto le sembrava giusto. Aveva una mente logicissima, dominata da una volontà caparbiamente tenace. Non amava gli uomini: riservava il proprio amore agli animali, e specialmente al suo cane, Keeper. Nessuno aveva l’ardire di parlarle quando i suoi occhi si accendevano, il viso si sbiancava e le labbra si serravano rigidamente.

Nel dicembre 1847 Emily pubblicò Cime tempestose, il capolavoro della famiglia Brontë. Con la sua fantasia cupa e allucinata, con la sua ispirazione alta e sobria, con la sua ala che varcava superbamente le voragini e le tempeste, Emily parlava del male assoluto e del peccato, senza mai avvilirsi. Il peccato tremendo, senza speranza, senza salvezza, raggiungeva nel suo libro una grandezza e nobiltà come soltanto in un libro scritto pochi anni dopo: La lettera scarlattadi Hawthorne. Charlotte non amò Cime tempestose, né allora né quando, anni più tardi, lo rilesse. Trovò «immatura» quell’opera meravigliosamente compiuta ed eseguita. «La forza di Cime tempestose — scrisse — mi colma di rinnovata ammirazione: tuttavia sono oppressa: al lettore non viene quasi mai concesso di gustare un piacere puro; ogni raggio di sole si fa largo tra nere sbarre di nubi massicce; ogni pagina è sovraccarica di una specie di elettricità morale».

Presto Emily lasciò il mondo. Giorno dopo giorno, vedendo con quale stoicismo la sorella affrontava il dolore, Charlotte la osservava con una meraviglia piena di angoscia. Non aveva mai conosciuto una creatura che le fosse paragonabile. Era — pensava — della famiglia dei Titani: una pronipote dei Giganti, che in un remotissimo passato avevano abitato la terra. Provvedeva agli altri con estrema sollecitudine, senza la minima indulgenza con sé stessa. Il suo spirito era inesorabile verso la carne. Dalle mani tremanti, dalle membra spossate, dagli occhi sempre più appannati, Emily esigeva lo stesso impegno di quando era sana.
Alla fine del novembre 1848 non c’era più speranza. Il viso era scarnito, devastato: la tosse secca era incessante; al minimo sforzo, il respiro ansimava.

Quando Charlotte chiamò un medico, Emily rifiutò di riceverlo. Quando le fu portata una medicina, rifiutò di prenderla, negando di essere malata. Infine, il primo dicembre 1847, disse a Charlotte: «Se vuoi far venire un dottore, ora lo riceverei». Era troppo tardi. Verso le due del 2 dicembre morì. Il giorno dopo Charlotte scrisse: «Emily non soffre più di dolore. Non soffrirà mai più in questo mondo. È morta. Non c’è più Emily nel tempo, sulla terra, ormai. Ieri abbiamo deposto quietamente la sua povera spoglia terrena sotto il pavimento della chiesa. Siamo molto calmi. Perché dovrebbe essere altrimenti? L’angoscia di vederla soffrire è passata; lo spettacolo della morte è finito; il giorno del funerale è alle nostre spalle. Sento che è in pace». Il cane di Emily, Keeper, accompagnò il funerale, rimanendo quieto per tutto il tempo del servizio funebre: poi andò ad accucciarsi davanti alla porta della camera della sua padrona. Per anni, Charlotte non si stancò di parlare di Emily: era diventata, per lei, «un’idea fissa, più cupa, più ostinata che mai».

La morte non aveva finito di visitare Haworth. L’ultima sorella, Anne, si ammalò, sebbene in apparenza di una malattia che non aveva nulla di terribile. Il 24 maggio 1849 fu portata al mare, a Scarborough, dove morì quattro giorni dopo. Charlotte ritornò nella Canonica. La grande prova cominciava quando cadeva la sera. In quell’ora le sorelle si riunivano nella sala da pranzo, e parlavano tra di loro. Ora Charlotte sedeva sola, in un forzato silenzio, nella stanza vuota, udendo il pendolo che scandiva il silenzio. Porgeva l’orecchio all’eco di passi che non sarebbero mai più venuti, ascoltando la voce del vento.

Scriveva romanzi, il più noto dei quali è Jane Eyre. A volte passavano settimane, perfino mesi, prima che sentisse di avere qualcosa da scrivere. Poi una mattina si alzava avendo in mente, chiaro e luminoso, il seguito del racconto. Si sentiva invasata, come diceva. Ma non trascurava, nemmeno un istante, i suoi doveri domestici: a volte interrompeva i suggerimenti dell’ispirazione per andare a spelare patate in cucina. Scriveva per ore e ore con una grafia minuta, vicino al camino acceso. Teneva un quadernetto all’altezza degli occhi, tracciando a lapis la prima stesura.

Negli ultimi anni di vita andava spesso a Londra: «Una vera e propria Babilonia», diceva. Dapprima si incamminava sgomenta per le vie affollate, rimanendo a lungo ferma agli incroci, e disperando di riuscire a procedere. Andò a teatro. Vide Il barbiere di Siviglia di Rossini, «spettacolo brillantissimo, anche se, suppongo, vi sono cose che mi sarebbero piaciute di più». Ammirò Kensington Garden: il prato verde all’inglese, le morbide masse di foglie. Conobbe Thackeray: vide il duca di Wellington, un «vecchio maestoso», che idolatrava. Nel 1851 visitò per cinque volte la Grande Esposizione al Palazzo di Cristallo: «Uno spettacolo meraviglioso, eccitante, sbalorditivo — un misto di palazzo dei geni e di grande bazar; ma non è molto nel mio genere».

Sebbene avesse sempre rifiutato il matrimonio, nell’aprile 1851 Charlotte sposò Arthur Bell Nichols, che nel 1845 era divenuto curato di Haworth: un uomo grave, riservato, con un profondo senso della religione e dei suoi doveri. La sua vita non mutò: sempre uniforme e monotona, più uniforme e monotona — lei commentò — «di quanto dovrebbe essere». Col matrimonio cessarono i suoi terribili mal di capo. Il marito era, per lei, «il più affettuoso sostegno, il miglior conforto terreno». Nel marzo 1855 fu assalita da un lento, vaneggiante delirio: chiedeva di continuo cibo e perfino stimolanti. Il 31 marzo morì.

 

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