quello che non si nomina non esiste, di Stefania Cavagnoli

http://www.impagine.it/cultura/quello-che-non-si-nomina-non-esiste/

Una questione in questi ultimi tempi ampiamente dibattuta è se sia grammaticalmente corretto l’uso al femminile di alcuni sostantivi indicanti la professione. In altri termini: sindaca sì o sindaca no?

Nonostante le indicazioni dell’Accademia della Crusca e i consigli dei linguisti – che sostengono l’assoluta correttezza di termini come ministra, sindaca, magistrata    sembra che la sensibilità comune stenti ad accettarli, mentre nessuno si sogna di opporsi a operaia o infermiera. Perché? Si tratta evidentemente di una questione di potere e di rappresentazione asimmetrica. In questo la lingua di genere gioca un ruolo fondamentale. La lingua infatti crea la realtà ed è lo strumento per esprimere noi stessi, rappresentare il mondo, metterci in comunicazione con gli altri e creare relazioni. In molte professioni, come nell’avvocatura o nella scuola, le donne sono la maggioranza, eppure sono sottorappresentate dal punto di vista della lingua. Purtroppo però quello che non si nomina non esiste.

La nostra è una lingua androcentrica, costruita attorno all’uomo. Eppure l’italiano ha due generi: maschile e femminile.  È curioso che, se ci riferiamo a professioni ritenute comuni, come maestra, spazzina, cassiera non ci sono difficoltà a declinarle al femminile; se invece entriamo nell’ambito del potere o di professioni considerate prestigiose, allora l’uso del maschile prevale.

A parziale giustificazione possiamo addurre delle motivazioni storiche. La società stessa è sostanzialmente androcentrica e molte professioni fino a poco tempo fa erano negate alle donne. Se le prime giudici italiane sono del 1963, è chiaro che prima non potesse esistere la parola magistrata, ci vorrà quindi un po’ di tempo perché le cose cambino.

Una delle obiezioni più ricorrenti che si fanno è che certe parole «suonano male». Stranamente però questo approccio non lo applichiamo ad altre parole che con la rappresentazione del femminile non hanno nulla a che fare, da googlare a linkare: sono forse termini belli o che suonano bene? Eppure la parola che ci dà fastidio è ministra, che è come minestra. Qui mi pare che ci arrocchiamo su posizioni anteguerra.

Purtroppo sono molto spesso le donne ad assumere un lessico che prende come punto di partenza il maschile. Ci sono direttrici che si fanno chiamare direttore perché lo ritengono più prestigioso. Ma dubito che si farebbero chiamare operaio invece di operaia. Altre invece, anche giovani, fanno resistenze dicendo che “i problemi sono altri”, le violenze, i femminicidi… Ed è vero, ma non dimentichiamo che la lingua cambia la realtà. E se fosse davvero un argomento poco rilevante, non smuoverebbe così le viscere di tutti.

Si tratta infine anche di una questione di chiarezza.  Se io dico: “I giornalisti hanno incontrato il direttore” mi immagino si stia parlando di tre uomini. Se invece dico: “Il giornalista e la giornalista hanno incontrato la direttrice” rappresento la realtà effettiva. Dobbiamo essere consapevoli che la nostra grammatica non solo ci dice che si può fare, ma se un bambino a scuola scrivesse: “La ministro è andata”, la maestra gli correggerebbe la concordanza. Lo scopo è essere chiari e non fraintendibili. Umberto Eco diceva: lector in fabula, è chi legge che attribuisce il senso al linguaggio.

Per ogni dubbio poi, ricordiamoci che ci sono i manuali, come Tutt’altro genere di informazione (Consiglio Nazionale-Ordine dei Giornalisti, 2015) e Linguaggio giuridico e lingua di genere: una simbiosi possibile (Edizioni dell’Orso, 2013). O la guida dell’associazione di giornaliste Giulia, a cura di Cecilia Robustelli, Donne, grammatica e media. Gli strumenti ci sono, usiamoli.

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