accadde…oggi: nel 1948 nasce Rosanna Benzi, di Leonardo Coen

la biblioteca intitolata a Rosanna Benzi a Voltri accanto al teatro Cargo

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1987/03/27/se-amore-nasce-nel-polmone.html

Lui è un aggeggio costruito negli Stati Uniti dalla Emerson ltd. Company. Una linea antiquata. Color crema, struttura solida, forma di lattina poggiata orizzontalmente su un carrello. Dimensioni umane. Certo: dentro ci deve stare il corpo di una persona. Lui infatti è un polmone artificiale. Il mantice elettrico mosso da un compressore va avanti e indietro con un rumore soffice ma perpetuo, pumf… pumf… pumf, scandisce il tempo, come una clessidra che al posto della sabbia contenga aria. Lei è Rosanna Benzi, ha quasi 39 anni. E’ dentro il suo lui da venticinque anni e cinque giorni. Le nozze d’ argento col polmone artificiale che la mantiene in vita le ha festeggiate alla grande, persino la televisione, e i quotidiani di tutta Italia, ed uomini politici si sono fatti vedere per l’ anniversario. Alessandro Natta le ha inviato un mazzo di fiori, i bambini di molte scuole genovesi le hanno portato regali, il telefono ha squillato senza soste. Sergio Staino, il direttore di Tango, le ha mandato una grossa vignetta. La mia vita tutto sommato è normale, anche se me ne sto qua dentro, immobile. Faccio le cose che fanno tutti. Studio, lavoro, dirigo una rivista, gli altri’ . Faccio politica. Con la differenza che non posso camminare, e nemmeno muovere le mani spiega con grande serenità Rossana. Parla veloce, ha imparato a discorrere rubando il tempo all’ azione dell’ aria compressa sul torace. Un virus terribile che annienta i muscoli, il giorno di San Giuseppe del 1962, una forma rara di poliomielite, l’ ha colpita e resa handicappata per sempre nel giro di poche ore. Non avevo nemmeno quattordici anni, una ragazzina. Vivevo in un piccolo paese del Piemonte. Era l’ età delle scelte. Ero un tipo molto allegro, molto testardo, ma anche molto disponibile. Mi piaceva disegnare, dicevano che ero ben disposta nelle cose letterarie. Quel pomeriggio di San Giuseppe mi sono ritrovata quaggiù, al pronto soccorso del San Martino. Mi avevano ricoverato all’ isolamento. Volevo scappare. La suora mi disse: tanto non mi scappi più… aveva ragione, di qui non scapperò più. Lo capii quasi subito, da sola. Più che dirmelo, me l’ hanno fatto capire. Il primario, un bell’ uomo, dagli occhi azzurri e il farfallino, alla mia domanda non mi rispose: mi carezzò soltanto la guancia, mi guardò con quei suoi occhi blu. Senza parlare. Vita difficile, quella di Rosanna. Vede il mondo alla rovescia. Con uno specchio, che l’ aiuta a parlare con gli altri. Il suo mondo sono le pareti di una stanza che l’ ospedale genovese San Martino ha messo a disposizione, assieme ad una cucina ed un bagno. Così papà Angelo e mamma Rosalia possono starle accanto. Il padre aveva un bar, al paese. Ed era il sindaco comunista. Ha venduto tutto, ha fatto il bidello, per starle vicino il più possibile. La madre le è sempre vicino. Due pareti sono zeppe di quadri, molti con dediche: Anch’ io ho un Guttuso, ma vero ironizza Rosanna, il Guttuso è un acquerello del febbraio 1968, una mano che stringe dei fiori. Colori sfumati, un Guttuso quasi romantico. Dalla parte opposta la televisione, inserita in una grande libreria zeppa di volumi. Uno degli ultimi glielo hanno spedito le edizioni Paoline, il dolore nella Bibbia… ma lei vota partito comunista, e per i suoi compagni Rosanna è una sorta di bandiera, una militante incrollabile. Vedi, il mio mondo non è poi così tanto diverso dal tuo. Al limite, la differenza è relativa. Io non mi sento né inferiore né superiore ad altri. Io non cambierei la mia vita con quella degli altri. Il dolore non lo amo, nel dolore non mi ci crogiuolo, anche se qualcuno in tv ha parlato di gente che una volta andava verso il rogo felice di morire bruciata. Mi piacerebbe guarire, so che non è possibile. Ma il fatto di sapere che non c’ è una cura non mi mette in crisi di disperazione. Mi sono adeguata alla mia nuova realtà. Ho costruito pezzo per pezzo la mia nuova esistenza. Tutti questi venticinque anni li rifarei, tali e quali. Te lo dico con la massima sincerità. Insomma, mi è venuto il vizio di vivere, che poi è il titolo del libro che ho scritto. Rosanna di questo vizio ha fatto una ragione ideologica, da trasmettere e comunicare a tutti quelli come lei, diversi perché handicappati fisicamente. Ed ha avuto il coraggio di raccontare anche quei particolari della sua vita che a prima vista appaiono se non assurdi, impossibili da realizzarsi. Fare all’ amore, per esempio. Con quell’ ingombrante ed indispensabile polmone artificiale d’ acciaio, da cui spunta soltanto la testa Per chi è handicappato la scelta sentimentale è negata. Perché è anche la cosa più difficile. Il lavoro, la scuola, certe rivendicazioni le puoi portare avanti, ed ottenere. Il diritto all’ amore no: non si può avere per legge. E noi, o si è troppo amati o troppo odiati. No, diciamo, più che odiati non desiderati. Gli errori stanno in questi due estremi: noi abbiamo pregi e difetti come tutti. Molto spesso siamo rompicazzi. Quando si potrà dire di un handicappato che è antipatico, senza paura di essere rimproverati, allora vorrà dire che le cose, per noi, saranno diventate normali. I grandi occhi bruni di Rosanna accompagnano i suoi discorsi, quasi li commentano: sono come le mani di chi, parlando, si esprime pure gesticolando. E l’ argomento dell’ amore, del sesso si presta a maliziosi sguardi, ad occhiate che trafiggono l’ interlocutore. Ma c’ è troppa gente che viene a trovare Rosanna, una via vai che interrompe la chiacchierata, che svela un mondo molto diverso da quello dei rotocalchi patinati o degli show di Berlusconi: non c’ è compassione in queste visite, bensì amicizia. Ci si appoggia al polmone artificiale quasi fosse parte del suo corpo, anzi, proprio perché è parte del corpo, un corpo meccanico, un’ entità, una presenza sostanziale. Sulle pareti di questo bidone ci sono dei piccoli oblò, dentro ci si possono infilare le mani, evitando la fuoruscita dell’ aria. Il contatto fisico con lei può essere solo mediato da quei manicotti di gomma. Oppure? Vorrei chiederle infatti come si può fare all’ amore, dentro un polmone artificiale. Ogni volta che sta per rispondere, arriva la madre, e poi entra qualcun altro, e bisogna ricominciare daccapo. Io ho fatto all’ amore ed è vero. Per chi non mi conosce, può sembrare una bugia. Se si vuole, tutto è possibile. Ho anche pensato di avere un bambino, non ho voluto perché un bambino non è tanto di chi lo fa, ma di chi se lo cura e lo tira su. Un bambino deve avere la presenza fisica della madre, le deve stare addosso. Per me questo è impossibile. Ho pensato che sarebbe stato un gesto d’ egoismo, il mio far nascere un figlio, non d’ amore. Perché non adottarne? Ci abbiamo pensato , i miei amici ed io…. In un cassetto, tra i tanti doni, un gioiellino, io e te c’ è scritto. Il suo primo amore, dopo che entrò nel polmone. Perché quel trabiccolo d’ acciaio è fatto in due tronconi, e lo si deve aprire per sfilare la barella su cui è adagiato il corpo di Rossana. Lei continua a respirare dentro una cupola pressurizzata. E il grande cilindro d’ acciaio per quel poco che serve, viene lasciato in un cantuccio. Poi… hanno scritto che ho fatto l’ amore con Mario e che lui mi ha penetrata come un uomo penetra una donna. Queste non sono mie parole. Per me era normale che mi avrebbe amata, perché io non mi considero diversa da un’ altra donna. Solo, per me è più difficile…. Ha ragione, Rosanna. La vita non bisogna spiarla dal buco della serratura e nemmeno dal buco della serratura di un ospedale.

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